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Religioni e violenza: un nodo da sciogliere

Esponenti del cristianesimo, dell'ebraismo e dell'Islam insieme a diplomatici, studiosi e analisti. Una pluralità di voci per una giornata di riflessione svoltasi a Roma su iniziativa della Comunità di Sant’Egidio e di Missio.

Gli echi che arrivano dal Centrafrica o dalla Nigeria, come pure dall’Indonesia, dal Pakistan e da tanti altri luoghi della Terra sembrano dare ragione: la relazione religione-violenza è direttamente proporzionale.

È la questione che ha richiamato a Roma personalità religiose cristiane, ebree e musulmane, insieme a diplomatici, studiosi e analisti su iniziativa della Comunità di Sant’Egidio e di Missio. Il confronto ha avuto per titolo “Le religioni e la violenza”. Molteplici gli scenari a cui si è fatto riferimento: la Siria e il Medio Oriente, la zona indo-pakistana, l’Iran e l’Iraq, l’Africa dei contrasti etnici e delle grandi migrazioni, i Paesi delle “primavere arabe” con una complicata e non sempre lineare transizione verso la democrazia. Quattro i grandi temi: le ragioni della pace davanti alla violenza, il ruolo delle religioni, testimonianze di pace in un mondo violento, la violenza e le alternative di pace nel contesto della globalizzazione. E di essa ne erano icone i tanti relatori e i molti partecipanti.

«La violenza e il terrorismo in nome di Dio sono la peggiore corruzione della religione e un’offesa a Dio e alla dignità umana – ha esordito il cardinale Walter Kasper –. Oggi tutte le religioni sono vittime di persecuzioni, ma non si può dimenticare che gli appartenenti a tutte le religioni, compresi i cristiani, sono stati e sono fautori di violenza». Dunque, ha osservato, «non possiamo eludere un esame di coscienza». Tuttavia il teologo Kasper ha voluto evidenziare il molto che le religioni hanno in comune. Da una parte «il senso di un ineffabile mistero che circonda l’esistenza», dall’altra «la cosiddetta regola aurea: non fare a nessuno ciò che non piace a me». Il cristianesimo può dare un suo contributo particolare a partire «dal comandamento dell’amore verso i nemici» che, seppure può apparire «irrealistico e utopico», vuole spezzare il circolo vizioso della violenza che genera violenza, dell’ingiustizia che genera vendetta».

«La mia sarà una riflessione problematica», ha esordito il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, alludendo alla «violenza colorata di religiosità» che oggi in particolar modo si riscontra. Negare che le religioni siano violente è «un rischio onnipresente» nella storia. «Sarebbe una follia dimenticare e un errore trascurare il fatto che le religioni non sono un’assicurazione per la pace», ma allo stesso tempo «esse comprendono al loro interno istanze di amore e misericordia e costruzioni di un mondo giusto e pacifico che non possono essere messe da parte», ma che dobbiamo «sviluppare insieme». Il rabbino ha poi lanciato un appello: lottare contro l’ipocrisia che serpeggia nel mondo di oggi e costruisce «tolleranza di primo e secondo livello, massacri di primo e secondo livello e anche diversi piani d’informazione, per cui ci sono situazioni e conflitti nel mondo che sono del tutto ignorati e altri invece ipertrofizzati». Il caso del Sudan in questo senso è emblematico.

«Non siamo qui per discolpare la violenza, ma per capire il nostro ruolo in quanto appartenenti ad alcune delle grandi religioni», ha affermato Abdelfattah Mourou, vicepresidente del movimento Ennahdha della Tunisia, fiero del cammino di reciproco riconoscimento che sta portando il suo Paese sulla terraferma della democrazia. Memore di una storia comune, Abdelfattah ha individuato come via per contrastare la violenza il «purificare la nostra storia religiosa da strumentalizzazioni e giustificazioni. Bisogna trattare la violenza nelle religioni come un virus». Occorre, ha aggiunto, implementare l’impegno per «l’educazione e la testimonianza».

«Sono finite le ideologie. Eppure la violenza, i violenti e le organizzazioni violente si rivolgono alle religioni per essere legittimate. Questo è il grande problema». Andrea Riccardi  indica qui il “nodo” di terrorismi e guerre a sfondo anche religioso sparse in tutto il mondo. Parlando a margine del convegno ha affermato che «le religioni subiscono la seduzione e la pressione delle organizzazioni violente, con una violenza religiosa crescente». E ha portato l’esempio di quanto accade in Centrafrica dove si dice sia in atto «una lotta tra cristiani e musulmani, sebbene la realtà è più complessa». Ma se le religioni sono coinvolte, incalza il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, «allora bisogna prendersi le proprie responsabilità. E quali sono? Delegittimare la violenza. Educare al rispetto per l’altro e soprattutto cancellare la predicazione al disprezzo». E riferendosi in particolare al mondo musulmano, ha aggiunto: «L’Islam non sta alla radice della violenza anche se è fortemente tentato dalla violenza e coinvolto in alcune regioni del mondo, come in Siria. Credo che tutte le religioni in maniera virtuosa debbano mettersi a riflettere». 



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