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Intestino irritabile, colpa del microbiota squilibrato




La sindrome del colon irritabile, o colite, è influenzata dalla flora batterica intestinale.

Non si parla di piccoli numeri: oltre il 20% della popolazione soffre di disturbi dell’intestino, in particolare le donne. Tra i sintomi più comuni ci sono il gonfiore e il dolore addominale, bene evidenti, in particolar modo dopo i pasti.
Eppure i pareri sono contrastanti: c’è chi ritiene sia proprio l’intestino la vera sede del problema e chi, al contrario, afferma si tratti solo di ansia e stress.

«Contrariamente a questa visione, recenti scoperte suggeriscono che l’IBS [sindrome del colon irritabile] è legata ad alterazioni chiaramente rilevabili del microbiota intestinale – spiega il prof. Giovanni Barbara dell’Università di Bologna e presidente della Società Europea di neurogastroenterologia e Motilità
(ESNM) – Inoltre, il gonfiore può essere correlato a specifici tipi di dieta, aprendo così percorsi promettenti verso una gestione efficiente della malattia».

L’unico sintomo che sembra accumunare tutti i tipi di sindrome del colon irritabile è il gonfiore. Non in tutti, infatti, si manifesta anche il dolore. Ma quella sensazione di disagio causata dall’addome eccessivamente gonfio si presenta in tutte le persone affette da questo problema.
Per molti anni l’IBS è stata associata a problemi di ansia che si verificavano soprattutto nelle donne; questo ha portato i medici a non considerare la vera entità della malattia, considerandolo un mero disturbo psicologico.

«Grazie alle nuove conoscenze diagnostiche e a una rapida crescita delle conoscenze sul ruolo e la funzione delle comunità microbiche che vivono dentro le nostre viscere, la nostra visione sull’IBS e delle sue cause è cambiata notevolmente», continua il professor Barbara.
In merito ai dati da lui acquisiti afferma vi siano moltissime prove a sostegno del fatto che l’IBS sia associata a una composizione completamente squilibrata del micriobiota intestinale. Il rapporto, cioè, tra batteri benefici e dannosi non è corretto, ma uno dei due prevale sull’altro.

«Probabilmente il miglior esempio di questa interazione – sottolinea Barbara – è la scoperta che i sintomi dell’IBS si sviluppano nel 10% dei soggetti precedentemente sani dopo un singolo episodio di gastroenterite causata da un’infezione causata da batteri patogeni come quelli della Salmonella, di Shighell e Campylobacter, che può seriamente alterare l’equilibrio del microbiota intestinale». Un ulteriore problema, secondo il professor Barbara, deriva dal fatto che le infezioni non sono le uniche a portare questo genere di problema, ma anche gli antibiotici possono alterare la flora intestinale in senso negativo.

Senza considerare l’estrema importanza dell’alimentazione. I carboidrati e le fibre, per esempio, producono quantità elevate di gas addominali. Una dieta ricca di tali alimenti potrebbe perciò portare a episodi continui di flatulenza e meteorismo. Se una persona è affetta da sindrome del colon irritabile questi cibi potrebbero nuocere ancora di più. Recenti studi hanno infatti dimostrato che una dieta in cui prevale un genere di alimenti come pane, cereali, fagioli, soia, mais, cavoli, cipolle, aglio, ma anche carciofi, pesche, prugne, uva e fichi aumentano notevolmente il problema.

«D’altra parte, ora sappiamo per certo che le diete a basso contenuto di fibre migliorano questi sintomi in modo significativo. Recenti risultati della ricerca suggeriscono che, rispetto a una dieta occidentale normale, una dieta povera di cosiddetti FODMAPs (oligosaccaridi fermentabili, disaccaridi, monosaccaridi e polioli) riduce i sintomi di IBS, tra cui gonfiore, dolore e passaggio d’aria», spiega il prof. Barbara.
Lo studio ha anche osservato come alla base di tutto vi sia comunque un’alterazione della flora intestinale e che i pazienti affetti dall’IBS abbiamo spesso anche notevoli cambi di umore. Ciò significa che le persone con umore variabile normalmente hanno anche problemi intestinali, mentre chi ha un intestino sano non mostra questo genere di problema.

«Al fine di migliorare ulteriormente la diagnosi e il trattamento, dobbiamo identificare altri aspetti delle varie funzioni dei batteri intestinali. Per quanto riguarda le applicazioni cliniche, le funzioni batteriche sono ancora più importante dei loro tipi», conclude il ricercatore.
L’argomento dello studio del professor Barbara è stato presentato al “Gut Microbiota for Health World Summit” di Miami, luogo in cui esperti a livello internazionale discutono circa i recenti progressi sulla ricerca del microbiota e il suo impatto sulla salute.

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