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Il dolore di un aborto




Spontaneo o procurato, l'aborto lascia comunque una profonda ferita nella donna.

Un’équipe di psicologhe e psicoterapeute si occupa del dolore emotivo legato all’evento dell’aborto, sia esso spontaneo o procurato, prendendosi cura della profonda ferita che in entrambi i casi è inflitta alla donna.
 
Aborto: una parola scomoda e a volte difficile da pronunciare.
Deriva dal latino, ab-orior e significa “privazione del nascere”, privazione alla vita.
Siamo abituati a pensare all’aborto come ad una battaglia ideologica e ci vengono subito in mente le fazioni che si schierano da una parte o dall’altra; ma non è questo l’obiettivo del nostro articolo. Per una volta vogliamo parlare di questo evento (che non racchiude solo l’interruzione volontaria di gravidanza, ma anche l’aborto spontaneo e l’aborto terapeutico), andando aldilà delle scelte ideologiche e posando lo sguardo sulle persone reali coinvolte in questo evento. Vogliamo descrivere ciò che spesso non viene raccontato, ma che abita nell’intimo del cuore di chi si è imbattuto, per una ragione o per l’altra, in questo tipo di esperienza.
 
Desideriamo addentrarci in questo ambito con il massimo rispetto di ciascuno, perché sappiamo che in ogni caso ci troviamo di fronte alla sofferenza e alla complessità dell’essere umano.
 
Con questo articolo cercheremo di dare voce ai protagonisti dell’aborto,partendo dalla nostra esperienza di cura che stiamo portando avanti attraverso Il Mandorlo, un’équipe di psicologhe e psicoterapeute che segue a livello psicologico le donne e i familiari che hanno vissuto un’interruzione di gravidanza, gli operatori e il personale coinvolto. Vogliamo dare luce, da un lato ai messaggi sull’aborto che scorrono nella cultura e nella società e dall’altro lato a ciò che accade a chi ha vissuto concretamente questa esperienza e che ci viene raccontato nei percorsi di cura.
 
Quali sono dunque le idee comuni e i pregiudizi che scorrono sull’aborto?
 
Spesso si sente parlare dell’interruzione di gravidanza come sollievo, come guadagno (di tempo, di libertà, di soldi,…), anche quando si tratta di aborto spontaneo o terapeutico. Il messaggio che passa è quindi quello di un’azione che elimina un problema, o comunque di un evento non così importante.
 

Per la donna, tuttavia, è una perdita, più o meno consapevole.

 
Sappiamo che sin dal concepimento l’identità della donna subisce delle trasformazioni: come a livello cellulare si crea sin dall’inizio una commistione di madre e figlio, così avviene anche a livello psicologico, in quanto la relazione tra madre e bambino inizia già nel periodo gestazionale.
 

Dunque l’aborto si porta via la gravidanza, il feto, a volte “il problema”, altre volte “il sogno”, ma anche una parte della donna: parte del suo corpo, progetti, fantasie, identità. 

 
Paradossalmente ciò che viene percepita come una scelta “razionale e ponderata”, fatta sulla base di motivazioni irrinunciabili, di per sé è spesso una scelta estrema, unica possibilità poiché nessuno sceglierebbe l’aborto come evento parte della propria esistenza; esso diviene sempre il male minore di una situazione di per sé angusta.
 

La società da una parte sostiene la donna e la scelta di abortire, ma contemporaneamente nega e nasconde la sofferenza che ne deriva.

 
In generale le si proibisce l'espressione della sofferenza e la donna sa che non deve parlare, perché il suo dolore è socialmente inaccettabile: “Ma, signora, è lei che ha chiesto l'aborto ...” così riferisce in terapia Stefania. La donna spesso sente che non c'è posto (non c'è un posto) per esprimere ciò che vive, il dolore, il senso di colpa, lo smarrimento, il vuoto. L'argomento diventa così un tabù. L'aborto sembra diventare un non-evento. Se la vita del bambino non è nota, la sua morte non può essere riconosciuta e il lutto non può essere elaborato.
 
Quando si parla di aborto spontaneo, questo spesso viene “normalizzato” e “medicalizzato”, quasi sminuito: “Non pensarci”, “Fanne un altro”. La donna molte volte si trova così spinta a tacere, sia perché l’ambiente esterno non la aiuta, sia perché preferisce non contattare il proprio dolore interno e profondo.
 

Così cerca di dimenticare in fretta e spera di eliminare presto questo brutto ricordo, ma se non elabora realmente il lutto che ha vissuto rischia che questo diventi ancora più grande,

 
come riferisce Elisabetta dopo due aborti spontanei: “C'è vuoto dentro e c'è vuoto fuori”. Altre volte la donna avrebbe voglia di parlare del suo dolore, anche se è difficile, ma non riesce a sentirsi compresa, come afferma Paola in terapia: “Questo è troppo difficile e poi nessuno mi capirà ...”
 
La sofferenza è spesso tenuta segreta, il dolore viene congelato, pietrificato e il bambino così diventa un segreto tra lui e lei, molte volte anche all’interno della coppia non se ne parla. Luca dice: “Non ne ho più parlato con mia moglie perché l’ho vista soffrire talmente tanto che non voglio farla stare ancora male”.
 
Si pensa che non dire significhi riuscire a non pensarci e quindi superare il dolore e smettere di soffrire. In realtà è vero proprio il contrario: per superare occorre dire ed entrare nelle emozioni, tutte quante (rabbia, tristezza, paura, vergogna). Quando si tenta di congelarle, anche il rapporto di coppia subisce delle ripercussioni e spesso “si raffredda” un po’ anche l’intimità della coppia, apparentemente senza motivazioni.
 
In una società a disagio con dolore, il messaggio che viene dato è quello di andare avanti in fretta. Viene impedito alla persona di reagire come si fa normalmente di fronte ad una perdita significativa: negare, arrabbiarsi, piangere, disperarsi e poi, piano piano, ricostruirsi.
“Su datti una mossa, ora, non vuoi mica rimanere in questo stato?!” “Non ci devi pensare, focalizzati su altro!” “Con il tempo te ne farai una ragione!” “Ad ogni modo, sai che è meglio così!” “Comunque non sarebbe vissuto a lungo, su pensa piuttosto a farne un altro!” Queste sono delle frasi tipiche che la donna che ha abortito spontaneamente si sente molto spesso dire. Sono parole dette nel tentativo di aiutarla, ma che al contrario le impediscono di alleviare la sua pena.

Nascondere il dolore, imporsi di non pensarci, evitarlo è pericoloso poiché accentua la vulnerabilità e il senso di solitudine della persona contribuendo al suo isolamento.

 
Così alla sofferenza legata alla perdita si aggiunge la violenza di un silenzio da parte della società. È un silenzio carico di pregiudizio critico e costringe a restare in disparte. Proprio per questo e non solo la persona cerca di evitare
i sentimenti dolorosi in vari modi, come mostrandosi forte, allontanandosi dalle relazioni, evitando pensieri dolorosi o tenendosi sempre occupata.
 
Questa sofferenza, naturale e fisiologica, se non viene espressa può portare a delle vere e proprie patologie, che possono andare dallo stress post-aborto, alla sindrome post-abortiva, sino alla psicosi post-aborto.
Sono patologie diverse, che vanno da incubi, flash back, ansia, calo dell’umore, assenza di desiderio, sino a episodi depressivi o, nei casi più gravi, presenza di deliri e di allucinazioni. Questi interferiscono nella vita della donna e delle famiglie, a volte poco dopo l’evento, a volte dopo anni o decenni. L’ambivalenza che la donna prova, specie in caso di gravidanza non desiderata, è uno tra i fattori che maggiormente possono dare origine a disturbi psicologici dopo l’aborto procurato. Talvolta, infatti, il vissuto immediatamente dopo l’intervento è quello di una grave perdita, di un senso di vuoto incolmabile, di profonda angoscia, di perdita di senso della propria esistenza…
 
Altre volte, il vissuto viene allontanato e si presenta successivamente, a volte anche anni dopo o in concomitanza con una nuova gravidanza.
Il bimbo che non ha visto la luce, spesso diviene un fantasma, che non ha nome con cui essere ricordato e non ha un luogo dove possa essere pianto: tutto questo accresce il senso di solitudine e di vuoto.
 
L’obiettivo è stare meglio e consiste nel riconoscere, accogliere e dare valore ad un dolore che, spesso, non trova spazio nell’ambito ospedaliero, che rimane sospeso, per manifestarsi a volte sotto altre vesti, quali un disturbo alimentare, attacchi di panico, disturbo dell’umore. 
 

La sofferenza si può superare, ma bisogna attraversarla. 

 
Prendersi cura di chi ha vissuto il gelo che un aborto porta nel proprio cuore significa aiutare la persona a rifiorire, significa credere che dopo tanta freddezza c’è la possibilità di sperare ancora.
 

I bimbi che non vedono la luce della vita non rimangono nelle tenebre, essi troveranno la Vera Luce nel Signore.

Le donne che hanno abortito, invece, portano la loro vita come avvolta dalle tenebre ed esse si sentono incapaci di uscire da un senso di oppressione, paura, solitudine e buio e nel silenzio piangono il bimbo mai nato.
 
Noi, però, pensiamo anche che una luce possa essere trovata se attraversiamo l’oscurità.
La sofferenza attraversata porta, infatti, alla restituzione di una parte di sé che se n’era andata al momento dell’aborto, alla formazione di una nuova identità di persona in grado di affrontare con coraggio il dolore e capace di aprirsi ad una nuova vita, alla capacità creativa che dà la possibilità di fare nuovi progetti, a guardare al futuro con speranza.
 
Il Mandorlo - Rifiorire dopo un aborto, costituito da psicologhe e psicoterapeute, propone un percorso di psicoterapia breve focalizzata, in cui l’ascolto, l’accoglienza e l’accettazione dei vissuti dopo l’aborto trovano spazio per l’elaborazione e lo sviluppo di nuove potenzialità.
 
 
Fonte: L’équipe de Il Mandorlo
Elena Comba, Simona D'Andrea,
Antonella Gaspari, Alessia Nota
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Karma e Reincarnazione

Ogni effetto deve avere una causa, non può sorgere dal niente, questo è il Karma, la legge di causa-effetto. Quando noi vediamo una pianta sappiamo che è nata da un seme, sappiamo che non è sorta dal nulla e la logica ci dice che così è per tutte le cose, anche se a volte questo nesso causale ci sfugge, perchè non è così ovvio. Nel '600 i naturalisti dell'epoca erano convinti che i pesci e tutti gli animali inferiori nascessero dal fango inanimato, cioè dal nulla. Se uno sosteneva il contrario veniva bruciato sul rogo, ci vollero due secoli per dimostrare la vera causa e cioè che la vita nasce dalla vita e non dal nulla. Oggi sono ancora in molti a credere che l'anima nasca insieme al corpo e che nasca con tutte le sue caratteristiche personali dal nulla, cioè senza nessun passato o causa precedente. Lo spirito è il prodotto di tutto il suo percorso passato.

Tutto quello che ci accade è per una ragione precisa. Non esistono errori. Non esiste il caso. Non esistono capricci divini. Il motivo risiede in qualcosa che abbiamo fatto in precedenza, o in questa vita o in qualcuna delle precedenti esistenze terrene. E non ci accade per punizione, ma per darci la possibilità di cambiare e migliorare, ossia di evolverci. E siamo noi stessi ad aver scelto le nostre prove, ben prima di nascere, proprio per questa finalità. In realtà, subiamo tanti condizionamenti da chi ci circonda, spesso senza neanche accorgercene, ma la scelta è sempre e solo nostra.

Ogni qual volta una persona ci fa del male siamo noi ad aver creato quella situazione e quella persona, inconsapevolmente, ci sta in realtà regalando l’opportunità di cambiare, di vincere il nostro orgoglio, i nostri cattivi sentimenti. Se noi reagiamo male abbiamo fallito la prova, la prova che noi stessi ci siamo messi davanti, abbiamo sprecato un’opportunità per evolverci. La prova dipende esclusivamente da noi, la responsabilità è sempre e solo nostra se vogliamo o non vogliamo cambiare, sbagliamo se ce la prendiamo con chiunque altro.

Ogni qual volta noi soffriamo per un qualunque motivo è perché non abbiamo compreso qualcosa e la sofferenza è l’ultimo rimedio che ci viene dato quando non vogliamo proprio capire la lezione, data la nostra incapacità di non averla voluta capire con “le buone”.

L’esistenza terrena è esattamente una scuola, un corso di studi, il mondo è una palestra dove ciascuno viene per imparare, fare esperienze, evolversi. Quasi sempre, sono le esperienze più dure e difficili, quelle che ci fanno soffrire di più, proprio quelle da cui impariamo di più, quelle che ci fanno cambiare maggiormente. Quando tutto è rose e fiori, quando tutto è facile e in discesa allora è molto difficile che una persona si sforzi di cambiare, è probabile anzi che si divenga viziati, proprio come le persone che hanno tutto, il vizio le rende peggiori, non migliori. Quando invece una persona nasce in mezzo alle difficoltà è costretta a rimboccarsi le maniche e a migliorare. Ecco perché gli individui, quando pianificano il loro karma, cioè il programma del loro viaggio terreno, prima di incarnarsi, scelgono spesso vite difficili e piene di ostacoli, altrimenti sarebbe una passeggiata ed è probabile che si finisca con il non imparare nulla e questo viaggio sia inutile e che debba essere ripetuto. Paradossalmente la prova più difficile è proprio quella di chi ha tutto, perché è rarissimo che si resista alle forti tentazioni del vizio e si diventi una persona semplice, con grande umanità e altruismo.

Quello che accade può avere un legame anche con il futuro, non solo con il passato. Un esempio accaduto realmente può chiarire il concetto. Un uomo nacque mentalmente ritardato. Visse una vita intera dove subì emarginazione e mancanza di carità da parte degli altri. Questo handicap non gli accadde perchè aveva fatto qualcosa di male in una vita precedente, ma in preparazione di un'esistenza futura. Infatti quell'uomo si reincarnò in una vita successiva dove fu un uomo di grandissima carità. Lui stesso scelse quella dura vita di handicap per imparare ad essere caritatevole.

Gesù disse: "Tommaso, non ti lamentare, se tutto ti va di traverso. In fondo, queste prove che tu devi superare, le inventasti tu stesso. Quanti dal cielo, si affacciano per vedere se cadi nelle trappole che tu stesso ti sei preparato! Felice l'uomo che supera queste prove perchè, al di là, egli trova la Vita" (Vangelo di Tommaso)

“Le anime vengono assegnate al loro luogo o regione o condizione in base alle loro azioni prima della vita presente. Dio ha organizzato l'universo sul principio di una retribuzione assolutamente imparziale, Dio non creò secondo alcun favoritismo ma diede alle anime un corpo secondo i peccati di ognuno. Se l'anima non ha avuto una pre-esistenza, perchè alcuni sono ciechi dalla nascita, non avendo peccato, mentre altri nascono senza alcun difetto? È chiaro che alcuni peccati erano stati commessi prima che l'anima entrasse in un corpo e, come risultato di tali peccati, ogni anima riceve una ricompensa in proporzione a ciò che merita. Ogni anima viene in questo mondo rafforzata dalle vittorie o indebolita dalle sconfitte della sua vita passata”. (Origene, uno dei più importanti Padri della Chiesa Cristiana)

Il paragone seguente può aiutare a far capire le peripezie della vita dell’anima.

Immaginiamo una lunga strada sulla quale, ad intervalli irregolari, si trovino foreste da dover attraversare; all’entrata di ognuna di queste, la strada, larga e comoda, si interrompe per continuare poi all’uscita. Un viaggiatore segue la strada ed entra nella prima foresta; ma non trova nessun passaggio battuto: solo un dedalo inestricabile in cui si perde. La luce del sole è sparita, nascosta dai rami fitti e folti; il viandante vaga senza sapere dove va; infine, dopo innumerevoli fatiche, arriva ai margini della foresta: ma è allo stremo delle forze, le spine lo hanno ferito ed i sassi stordito. Ritrova così la strada e la luce, e prosegue il suo cammino tentando di guarire dalle varie ferite che ha subito. Proseguendo, incontra un’altra foresta dove lo attendono difficoltà simili; ma, poiché ha già un po’ di esperienza, ne esce con contusioni minori. In una di queste foreste, trova un boscaiolo che gli indica la direzione da seguire affinché non si perda. Ad ogni nuova foresta, la sua abilità aumenta, cosicché gli ostacoli sono di volta in volta superati con maggiore facilità; cosciente di ritrovare la strada buona all’uscita, ha il conforto di questa fiducia; e poi, sa orientarsi per trovarla più facilmente. La strada termina sulla cima di un’alta montagna, da cui scopre tutto il percorso seguito fin dal punto di partenza; vede anche le diverse foreste attraversate e ricorda allora le vicissitudini che ha dovuto superare, ma questo ricordo non ha nulla di pesante, poiché egli è arrivato alla meta. E’ come il vecchio soldato che, nella calma del focolare domestico, si sovviene delle battaglie cui ha preso parte. Le foreste disseminate lungo la strada si presentano ai suoi occhi come punti neri su un nastro bianco; e dice tra sé e sé: «Quando mi trovavo in quelle foreste, soprattutto nelle prime, mi sembravano lunghissime da traversare! Mi sembrava che non sarei mai arrivato alla fine; intorno a me, tutto appariva immenso e invalicabile. E quando penso che, senza quel bravo boscaiolo che mi ha indicato la retta via, potrei essere ancora là... Ora che considero queste stesse foreste dal punto in cui mi trovo, mi sembrano piccolissime! Mi sembra che avrei potuto superarle con un solo passo; dirò ancora di più, la mia vista le penetra tanto da farmene distinguere i più piccoli dettagli; vedo perfino i passi che ho fatto».

Allora, un vecchio gli dice: «Figlio mio, eccoti arrivato alla fine del viaggio; ma un infinito riposo sarebbe per te causa di noia mortale, e cominceresti allora a rimpiangere le vicissitudini provate e che davano attività alle tue membra ed al tuo spirito. Puoi vedere da qui un gran numero di viaggiatori sulla stessa strada che tu hai già percorso e che, come te, corrono il rischio di smarrire la via; tu hai ormai l’esperienza, non hai più paura di nulla; va’ loro incontro e prova a guidarli grazie ai tuoi consigli, perché arrivino più presto».

«Ci vado con gioia», risponde il nostro uomo; «ma perché non esiste una strada diretta che arrivi qui dal punto di partenza? questo risparmierebbe ai viaggiatori l’attraversamento di quelle terribili foreste».

«Figliolo», riprende il vecchio, «guarda attentamente e ne vedrai molti che ne evitano un certo numero; sono quelli che, avendo acquisito prima l’esperienza necessaria, sanno prendere un cammino più diretto e più breve per arrivare; ma questa esperienza è il frutto del lavoro di cui hanno avuto bisogno durante i primi attraversamenti; cosicché, anche loro arrivano qui soltanto in ragione del loro merito. Cosa sapresti tu stesso se non le avessi attraversate? L’attività che hai dovuto svolgere, l’immaginazione di cui hai avuto bisogno per crearti un sentiero hanno aumentato le tue conoscenze e sviluppato la tua intelligenza; senza questo, saresti sprovveduto come al momento della partenza; e poi, cercando di trarti d’impaccio, hai tu stesso contribuito al miglioramento delle foreste che hai attraversato; ciò che hai fatto è certamente cosa piccola ed impercettibile; ma pensa alle migliaia di viaggiatori che fanno altrettanto e che, pur lavorando per loro stessi, lavorano, senza saperlo, per il bene comune. Non è forse giusto che ricevano il premio per la loro pena e fatica con il riposo di cui godono qui? Quale diritto avrebbero a questo riposo se non avessero fatto nulla?».

«Padre mio», riprende il viandante, «in una di queste foreste ho incontrato un uomo il quale mi ha detto che al margine della foresta si trova un baratro che deve essere superato con un salto; ma, su mille che ci provano, uno solo ci riesce; tutti gli altri cadono in una fornace ardente e sono perduti senza possibilità di ritorno! Questo baratro io non l’ho mai visto».

«Figliolo, non esiste, altrimenti si tratterebbe di una trappola abominevole tesa a tutti i viaggiatori che vengono da me. So bene che devono sormontare diverse difficoltà, ma so anche che prima o poi le sormonteranno; se avessi creato un’impossibilità per uno solo sapendo che avrebbe dovuto soccombere, sarebbe stata crudeltà pura, e lo sarebbe stato ancor di più se lo avessi fatto per la maggioranza. Questo baratro è un’allegoria di cui vedrai ora la spiegazione. Guarda la strada, nell’intervallo tra le foreste; tra i viaggiatori, ne vedi alcuni che camminano lentamente con aria felice; vedi quegli amici che si sono persi di vista nei labirinti della foresta e che sono felici di ritrovarsi all’uscita; ma vicino a loro ce ne sono altri che si trascinano con fatica; sono storpi e implorano la pietà dei passanti, perché soffrono molto a causa delle ferite che per colpa loro si sono procurati attraverso i rovi; ma ne guariranno, e questa sarà per loro una lezione di cui si ricorderanno alla prossima foresta che dovranno traversare e da cui usciranno meno straziati e contusi. Il baratro rappresenta i mali che devono sopportare, e affermando che, su mille, un uomo solo lo supera, quell’uomo ha avuto ragione, perché il numero degli imprudenti è grande; ma ha avuto torto nel dire che una volta dentro non se ne esce più; c’è sempre un modo per arrivare fino a me. Và, figliolo, và a mostrare questo modo a quelli che si trovano in fondo al baratro; và ad aiutare i feriti sulla strada e mostra il cammino a quelli che attraversano le foreste».

La strada è l’immagine della vita spirituale dell’anima, sul cui percorso si è più o meno felici; le foreste rappresentano le esistenze fisiche in cui si lavora al proprio avanzamento ed al tempo stesso al bene comune; il viaggiatore arrivato al termine e che ritorna ad aiutare quelli che si trovano indietro è l’immagine degli angeli custodi, dei missionari di Dio, che trovano la loro felicità nel vederlo, ma anche nell’attività che svolgono per fare il bene ed obbedire al Maestro supremo.

da “Opere Postume”, Allan Kardec.

Fonte vitaoltrelavita.it/





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