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Il CODICE ROSA contro le violenze sulle donne




Arriva il Codice Rosa per far luce sugli abusi non denunciati

La prima impressione non sempre è quella che conta. Dall'aspetto minuto, con una voce delicata e a tratti bassa che poteva disperdersi in quello stanzone al quarto piano del palazzo di giustizia, dove si trova la Corte d’Assise, eppure aveva la grinta di una leonessa e un entusiasmo da vendere nello spiegare il ‘suo’ Codice rosa. È lei, la dottoressa Vittoria Doretti dirigente anestesista della Asl 9 di Grosseto, signora dai modi gentili e affabili, l’ideatrice di quello speciale percorso nato cinque anni fa nel pronto soccorso del capoluogo maremmano, che ora si sta diffondendo in tutta Italia, e che tra qualche mese diventerà realtà anche negli ospedali spezzini: il Codice rosa appunto. Ieri al Palazzo di Giustizia, alla presenza del procuratore della repubblica di Spezia Mario Paciaroni, la dottoressa Doretti ha parlato di paure, solitudini, violenze domestiche e sessuali, ha raccontato di vite avvolte nel terrore, ma anche di rinascita, di donne che ce l’hanno fatta a uscire dal tunnel, donne che hanno ricominciato a vivere e ritrovato la speranza grazie al supporto di una squadra unita più che mai contro la violenza. Sì, perché la squadra creata da Doretti è una vera e propria task force composta da circa 40 persone tra magistrati, medici, infermieri, assistenti sociali, polizia e carabinieri. Lo scopo è dare una risposta adeguata alla vittima e applicare una metodologia efficace, finalizzata all’arresto tempestivo dell’aggressore.
 
«L’IDEA del Codice rosa — spiega la dottoressa Doretti — è nata nel 2009 durante un convegno: i numeri delle denunce e dei casi di ricovero per ferite o dei sospetti abusi presentati da questura e Asl erano incongruenti. Ho pensato: ‘Possibile che in procura ci siano 60 fascicoli di violenze e in ospedale sole 2 denunce?’ Mi sono resa conto allora che il grande problema era al pronto soccorso. Se una vittima va in un centro antiviolenza o in questura ha già preso coscienza di essere una vittima, invece chi arriva al pronto soccorso non sempre questa consapevolezza ce l’ha, anche perché spesso è accompagnata dal suo carnefice. Era lì, dunque, in ospedale, che andavano sviluppate delle sensibilità, delle competenze e delle procedure particolari. Mancava il personale preparato a riconoscere i casi di violenza e gli abusi non dichiarati e fare rete con colleghi e forze dell’ordine. Ascoltare è la prima cosa che insegnamo. Mai mandare via una persona che si presenta per la terza volta al nosocomio dicendo che è caduta dalle scale. Bisogna sempre cercare di capire».
 
Gli ospedali dove c’è un codice rosa sono dotati di una stanza apposita dove vengono accompagnate le vittime (che possono essere anche uomini, gay, anziani o bambini) e da dove non escono se non quando si sentono pronte. Sono gli operatori a entrare «con cautela e rispetto - tiene a sottolineare Doretti -, senza stressare la persona, in un atteggiamento di disponibilità totale». Ogni stanza rosa è dotata di un lettino ginecologico, di una macchina fotografica e di un computer per permettere alla vittima di sporgere querela direttamente, qualora fosse intenzionata a farlo. «Gli agenti delle forze dell’ordine - spiega la dottoressa - entrano nella stanza solo in borghese, per non creare disagio. In ogni caso non va fatta nessuna pressione rispetto alla formalizzazione di una denuncia. Bisogna rispettare sempre la volontà e i tempi delle vittime». Doretti è riuscita in una grande impresa: partendo dal ‘piccolo’ è riuscita a creare una realtà grande che, come una tela di Fontana ha stralciato il buio della solitudine che avvolge la violenza facendo filtrare la luce; ed è riuscita a «smuovere» i grandi. Tanto che l’ex ministro Maria Cecilia Guerra nei mesi scorsi si recò di persona a Grosseto per conoscere questa realtà, una realtà che tutta l’Italia vuole imparare e che tra pochi mesi conoscerà anche Spezia. 
 
Fonte: lanazione.it
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Tutto me stesso - Annamalai Swami

Annamalai Swami incontrò Bhagavan (Ramana Maharshi) nel 1928 e rimase con lui per 10 anni. Nel ’38 Bhagavan gli chiese di consacrarsi alla meditazione in solitudine a Palakottu, in una comunità di sadhu; Bhagavan andava spesso a trovarlo nella sua piccola dimora, dove lo Swami continuava ad applicare i suoi insegnamenti. Attraverso questa meditazione costante, negli anni ‘50 – ‘60 raggiunse una presenza permanente al Sé. Fu negli anni ‘80 che numerosi discepoli andarono a visitarlo; a loro trasmetteva i suoi insegnamenti con una forza rara, dalla sua esperienza diretta.
Sfortunatamente poche sedute furono registrate, quindi esistono poche tracce del suo insegnamento tra gli anni ‘80 e ‘90. Nel ‘95 Annamalai Swami si spense all’età di 89 anni. Furono registrate le sedute di quell’anno tenute tra marzo e ottobre, negli ultimi mesi della sua vita di insegnante. La seguente è una di queste.

A.S.: IL Sé è facilmente accessibile ad ogni istante, ma noi non possiamo averne coscienza nemmeno se concentriamo il nostro pensiero sul Sé, perché le nostre vasana (formazioni mentali) attirano sempre il nostro interesse e la nostra attenzione verso altre direzioni.
Per questo è importante avere questa coscienza: “Non sono la mente. Sono il Sé”. Ogni volta che la vostra attenzione sta venendo meno e  cerca di portarvi altrove, dovete ricondurla al Sé con fermezza. Non date retta alle parole della mente che vi tentano ad allontanarvi dal Sé. Dovete ignorarle e concentrarvi sulla luce che risplende in voi.

D: Quando sono in profonda meditazione, la pace è sempre presente. Ma ho l’impressione che questa pace può andare e venire. So che è solo un’idea, ma voglio sbarazzarmene e fare l’esperienza diretta della pace che non appare e scompare. Bhagavan ha detto: “Voi siete sempre il Sé. Dovete solo liberarvi dalla nozione che non siete il Sé” Come arrivarci?
A.S.: Il Sé è la pace e la felicità. La vera realizzazione del Sé consiste nel realizzare che sono in voi. Non potete distinguere la pace o la felicità dal Sé. Non sono aspetti differenti. Siccome avete l’idea che sono in voi, è là che cercate per trovarli; ma per voi questo rimane un concetto. Così, fatevi la domanda: “A chi viene quell’idea? Chi ha quell’idea?”
Dovete perseverare in questa direzione se volete cambiare l’idea in esperienza. La pace non è né un’idea né qualcosa che va e viene. Noi siamo SEMPRE Quello. Allora rimanete in Quello. Non conoscete né nascita né morte, né schiavitù né libertà. Non c’è che la pace eterna, libera da ogni idea: “io sono il corpo”. E’ questo che deve sparire.

D: Perciò è la nozione d’essere il corpo e la mente che ritorna e copre l’esperienza?
A.S.: Si, esattamente. Quell’idea “io sono il corpo” non è presente nel sonno. A tutti piace dormire, semplicemente perché non c’è nessun pensiero. Sono i pensieri che tornano dopo che fanno nascere i problemi. Non c’è un’entità separata quando dormiamo, perché nessun pensiero viene a creare l’immagine. Al risveglio, il primo pensiero che sorge, “io sono il corpo” porta alla separazione, al dubbio, alla confusione. Se arrivate a rimanere senza pensiero al vostro risveglio, ci sarà la conoscenza: “Io sono Ramana, io sono Arunachala. Tutto è me stesso” Rama, Krishna ecc., tutto è voi. Non c’è che quel pensiero limitativo “sono il corpo” per nascondervi questa conoscenza, questa coscienza. Nello stato di veglia, l’jnani (il risvegliato) non ha pensieri restrittivi, nessun ego che si identifica con un nome e una forma. Il suo stato è limpido come il cristallo. Siccome Ramana Bhagavan non aveva né ego né pensieri restrittivi, sapeva che era quella pace, quella felicità.

D: Come possiamo evitare  di attaccarci alla forma del Guru, alla sua personalità e al luogo in cui vive?
A.S.: Se evitate totalmente d’attaccarvi al vostro corpo e alla vostra mente, tutti gli altri attaccamenti spariranno. Identificatevi con Quello che non è né il corpo né la mente e non avrete più nessun attaccamento.
Non potete concentravi che su di una sola cosa alla volta. Se la vostra attenzione è sulla mente e sul corpo, non può essere sul Sé. Invece, se la mettete sul Sé e vi lasciate assorbire, non avrete coscienza della mente né del corpo.
Ogni notte mentre dormite, voi allontanate il vostro attaccamento al corpo e alla mente e ne consegue il silenzio, la pace e l’assenza di dualità. Potete vivere nello steso modo nello stato di veglia se non date retta ai pensieri che producono in voi la dualità. Resistete ai pensieri limitanti. Cambiateli con altri come: “ Tutto è me. Ogni essere umano è me. Tutti gli animali, tutti gli esseri della creazione sono me”, ciò che pensate voi lo diventate.
Se comprendete che tutto ciò che esiste è voi stessi e se ne fate l’esperienza, come potete avere dei piaceri e dei dispiaceri? Se tutto è voi stessi, il desiderio di evitare qualsiasi cosa e l’impulso a preferire qualcosa non si presentano.
Se volete stabilire una qualunque distinzione, evitate le cattive frequentazioni e i pensieri negativi. La notte, se improvvisamente sentite freddo,vi mettete addosso una coperta. Avvolgetevi nella coperta della discriminazione quando vedete che le cattive frequentazioni o dei pensieri negativi rischiano di trascinarvi verso il basso. Forse voi avete bisogno di agire così, ma l’jnani non se ne cura perché niente lo può far ricadere nel regno delle false identificazioni. Egli rimane eternamente in quello stato dove sa che tutto è lui-stesso. Non avrà mai più l’idea che qualsiasi cosa è differente o separato dal suo proprio Sé. ...

Fonte oradimeditazione.net
 





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