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Virginia Woolf in mostra a Londra




Degli autori del Novecento pochi possono vantare, nel bene e nel male, uno scrutinio tanto minuzioso quanto quello riservato da critici e biografi a Virginia Woolf; ancora meno sono quelli il cui volto sia entrato nel mito, incredibilmente carico di significati. Curiosa nemesi per chi in vita detestò farsi ritrarre (celebre il suo no a Cecil Beaton, che si vendicò con una crudele vignetta).

Ora, per la prima volta, una mostra alla National Portrait Gallery ripercorre, attraverso i dipinti, le fotografie e i libri la vita dell’autrice di Mrs Dalloway.
Virginia Woolf: Art, life and vision s’inserisce nel solco di una tradizione squisitamente anglosassone, la cui massima espressione resta, per l’appunto, la succitata galleria, eterna dimora di regine e duchi, scrittori e musicisti, amata dai londinesi e pressoché ignorata dai turisti. La mostra è la prima di una serie volta a valorizzarne il patrimonio ripercorrendo attraverso l’arte la vita dei maggiori scrittori inglesi. Già biografa di Vanessa Bell, Frances Spalding ha sapientemente assemblato più di centocinquanta pezzi, attingendo fra l’altro ai ricchi archivi della stessa National Portrait Gallery, rimpolpati da acquisizioni e donazioni della famiglia. Il risultato è un viaggio per immagini, dove finalmente anche le lettere, incorniciate, e con esse la scrittura, assurgono a opere d’arte. Come la mostra, anche il catalogo si articola in capitoli, lungo un asse cronologico più che tematico. Fra i ritratti di Virginia Woolf spicca il dittico firmato dalla sorella Vanessa Bell nel 1912; reclinata su una chaise-longue, i tratti del volto dissolti, sbavati, in tonalità post-impressionistiche. Poco discosti, ecco gli altri amici, da Lytton Strachey a John Maynard Keynes a Leonard Woolf, visti da Simon Bussy, Duncan Grant, Roger Fry.
Accanto ai dipinti, le fotografie ripercorrono una genealogia artistica al femminile ancora da riscoprire. Si parte dagli straordinari, pionieristici ritratti fotografici della prozia, quella Julia Margaret Cameron amica dei più eminenti vittoriani; si continua con gli album di famiglia, istantanee di vita quotidiana e di viaggi, ed è presto evidente il ruolo che la ritrattistica assume per le due sorelle, Virginia e Vanessa, esploratrici armate di penna o tavolozza. Oltre alle fotografie, ecco le prime edizioni di Jacob’s Room, di To the Lighthouse, appese come quadri. Sono quasi rivoluzionarie, queste copertine disegnate da Vanessa per la Hogarth Press, punto d’incontro fra pittura e scrittura, testimonianza di un lungo sodalizio.
La forza della mostra, allestita in tonalità di grigio e blu inchiostro, risiede nella ricchezza delle immagini presentate, spesso sconosciute al grande pubblico. La pluralità ne fa un’istanza di decostruzione del mito, esempio di come solo nel frammento, secondo la lezione della Woolf, sia ormai pensabile leggere o ricostruire una vita. Così la Woolf che emerge dalle fotografie di Man Ray o Gisèle Freund è sempre diversa, mutevole, matura, solcata dall’esistenza: l’arcobaleno accanto al granito, granite and rainbow, come recita il titolo di una postuma raccolta di saggi. Poco importa se la fotografia, con la sua illusione di un’esattezza maggiore che nel dipinto, porterà il visitatore a cercarvi, con affanno quasi feticista, un’impossibile copia conforme, a sentirsi quasi ad un passo dal vero incontro.
Nell’ultima stanza, discretamente alloggiato all’interno di una vetrina, trova posto il bastone che Virginia Woolf lasciò sull’argine del fiume Ouse la mattina di marzo del 1941 in cui scelse di annegare. Subito dopo è la meno conosciuta delle istantanee a colori scattate dalla Freund nel 1939. L’interno è il colorato salotto della casa londinese che di lì a poco sarà distrutta dai bombardamenti del Blitz. Qui, come nota Ruth Scurr, «c’è luce nei capelli, nell’incarnato, negli occhi». Il contrasto non è casuale; il commiato offerto al visitatore è un messaggio elettrico, vitale. Accompagna la fotografia uno degli ultimi brani dal Diario: «La vita, quindi, è solidità o movimento? Il paradosso mi tormenta. È stato così da sempre, sarà così per sempre… Forse può darsi che benché si cambi – un volo dopo l’altro, così rapido, rapido – pure noi esseri umani si resti, in qualche modo, come momenti in successione, in continuità, attraverso i quali filtri la luce. Ma la luce, cos’è?».
Art, life and vision è una lezione sull’atto di vedere ed essere visti, un gioco di obiettivi e di pennelli, verso un’(im)possibile, utopica riproduzione dell’essere, ma è anche, nelle sue lettere, nei fogli volanti, nelle didascalie, un memento del potere eidetico della parola, così accentuato nella materialità della lingua inglese.

Fonte Treccani
 

Autore: 1406 1406



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