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Ortoressia, l'ossessione di mangiare sano




Quando l'attenzione agli alimenti diventa motivo di ansia e angoscia

Frequentano solo supermercati biologici. Sanno leggere le etichette dei cibi come il più esperto dei tecnologi alimentari. Pianificano cosa mangeranno e come lo prepareranno con diversi giorni di anticipo. Sono gli ortoressici, dal greco orthos (corretto) e orexis (appetito). Il numero di questi fanatici dell’alimentazione sana è in continua crescita e il fenomeno è ormai considerato un vero disturbo dell’alimentazione. Secondo l’European food information council (Eufic) la smania per i cibi sani può facilmente trasformarsi in ossessione. Con conseguenze psicofisiche molto gravi.

Che cos’è l’ortoressia
L’ortoressia è infatti un disordine alimentare, come l´anoressia e la bulimia. La differenza sta nel fatto che nel primo caso chi ne soffre punta tutta la sua attenzione ossessiva sulla qualità di quello che mangia, negli altri due sulla quantità.
Il sospetto degli specialisti è che siamo di fronte a una nuova malattia frutto della globalizzazione: il bombardamento di informazioni su ciò che fa bene o fa male provoca dubbi e diffidenze sul cibo (basti pensare alla mucca pazza, all’influenza aviaria, all’afta epizootica). Il boom degli alimenti biologici ha aumentato la complessità delle decisioni da prendere su cosa mangiare. Risultato: un rapporto più nevrotico con quello che mangiamo: “L’ortoressia è una malattia psichiatrica”, dice il professor Michele Carruba, presidente della Società italiana per l’obesità, “perché è un’ossessione: come certe persone sono stressate dalla pulizia e si lavano le mani 20 volte al giorno, altre hanno l’angoscia di mangiare sano”.

Come si riconosce l’ortoressia
Si possono individuare almeno 7 sintomi di questo disordine alimentare.

1) Il fanatico del cibo salutare sviluppa proprie regole alimentari sempre più specifiche, che lo portano a pianificare i pasti anche con diversi giorni di anticipo.
2)Se deve mangiare fuori casa, l’ortoressico porta con sé una sorta di kit di sopravvivenza con cibi propri, perché non si fida dei piatti preparati da altri.
3) L’ortoressico “lieve” evita il ristorante o rifiuta gli inviti da amici se non ha la certezza della genuinità delle portate.
Quello più grave cambia a poco a poco stile di vita, si isola per difendersi da chi non capisce i pericoli che vede lui, e in genere irride gli altri, convinto che le sue scelte siano le sole giuste.
4) Agli ortoressici non interessa il gusto o gli aromi di ciò che mangiano. Né il modo in cui il cibo viene loro servito nel piatto: conta solo sapere che quel determinato alimento può fare bene, prevenire le malattie, dargli forza.
5) Gli ortoressici conoscono a memoria i componenti nutritivi di ogni genere di prodotto, quanti grassi saturi e insaturi contiene, il suo valore calorico, i carboidrati…
6) Nei casi più gravi si evitano, nei luoghi pubblici, stoviglie o posate “contaminate” dalla carne, o considerate “tossiche” (perché in alluminio o plastica). Si ordina insalata con foglie non tagliate, per non far perdere alla verdura le sue qualità nutritive. Si escludono dalla dieta i latticini e le uova (come fanno i “vegan”, vegetariani assoluti).
7) I rapporti sociali non sono mai troppi né buoni: i maniaci del cibo sano sono in genere orgogliosi di sé stessi e della cura che hanno per il proprio corpo. La consapevolezza che a niente siano valsi i propri appelli al salutismo dietetico, il rifiuto del proselitismo di amici e conoscenti, porta l’ortoressico ad allontanarsi da tutti.

Come si guarisce dall’ortoressia
È difficile curare e guarire gli ortoressici.
Secondo Steve Bratman, “chi riempie le sue giornate mangiando tofu e biscotti a base di quinoa si può sentire altrettanto savio di chi ha dedicato tutta la vita ad aiutare i senzatetto”. Con il progredire dell’ortoressia si raggiungono livelli di esaltazione spirituale. E quando si cade nell’alimentazione “normale”, si provano sensi di colpa tali da scatenare reazioni psicosomatiche: violenti mal di testa, nausea, vomito.
Far uscire un paziente da questa ossessione simile alla dipendenza dalla droga o dall’alcol, non è facile. Nei casi più seri si ricorre alla psicoterapia, in quelli non ancora gravi può servire un’autoterapia basata sul controllo dei propri atteggiamenti: per esempio delegando ad altri, anche solo una volta ogni tanto, l’acquisto e la preparazione dei cibi o accettando inviti a cena fuori senza presentarsi con il proprio “kit di sopravvivenza”.

Fonte insalute.it

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