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“L’anima della poesia elargisce emozioni danzanti”

Ci si deve spogliare di ogni sovrastruttura mentale e culturale, accostandosi con purezza d’animo, per accogliere limpidamente ogni palpito che Dante Maffia riesce a comunicare. Noto poeta, narratore, saggista, critico letterario, si è sempre visto responsabilmente impegnato nel mondo della cultura. Ha fondato e diretto due riviste: Il Policordo e Poetica, e attualmente dirige Polimnia, che ha visto il suo primo numero l’1 gennaio 2005; collabora alla rubrica dei libri della Rai e a molti periodici, tra cui Belfagor, Ide, Lunarionuovo, Misure critiche, Nuova Antologia, Poiesis. È, inoltre, redattore della rivista di Italianistica in Sud Africa e de Il Belli e corrispondente de La Naciòn. Autore di numerosi e prestigiosi libri di poesia, dei quali ricordiamo Il corpo della parola e Al macero dell’invisibile, le ultime sillogi pubblicate nel 2006; altrettanto importanti i lavori di narrativa quali, tra i più noti, Il romanzo di Tommaso Campanella in seconda edizione nel 2006, successivamente tradotta e pubblicata a Belgrado in lingua serba nel 2007, così come Mi faccio musulmano, 2004, tradotto ed edito in lingua bulgara nel 2006. Di saggistica citiamo Risalendo il Danubio – scritti su Claudio Magris, pubblicato nel 2005, Voci della scrittura calabrese, nel 2003 e Poeti italiani verso il nuovo millennio, ordito da saggi, recensioni e note sui poeti italiani degli ultimi decenni, edito nel 2003. Questi sono solo alcuni dei lavori dell’autore, dai quali traspare il suo mondo, chiaramente impregnato di emozioni, di desideri, di grandi e piccole cose che hanno quel gusto singolare da assaporare senza fine. Il poeta, instancabilmente coinvolto in una ricerca quasi ossessiva di tutto ciò che è stato e continua ad essere respiro, dona ad ogni sua composizione, in forme e dimensioni variopinte, un abito elegante e semplice insieme, che assume il piacevole suono di un’armonia rigeneratrice, dove l’anima è maestra e orchestra al contempo. Abbiamo il piacere di “leggere” un uomo che vive in simbiosi col tempo e che del tempo ne descrive i volti con voce sempre nuova e autentica. Come nasce il suo ultimo romanzo Il poeta e lo spazzino? Nasce un po’ per caso, un po’ per gioco, un po’ perché mi ha sempre incuriosito la vita di coloro i quali lavorano a tutte le ore e puliscono il mondo dalle scorie, dai rifiuti. Ho cercato sempre di immaginare le loro reazioni dinanzi alla massa enorme di immondizia da raccogliere, i loro commenti, i loro pensieri, le loro emozioni. Gli spazzini sono per lo più gente semplice che reagisce secondo il principio della naturalezza, e mi sono reso conto che la loro umanità è più ricca, spesso, di quella di molti intellettuali supponenti. Avevo comunque già trattato l’argomento, seppure con aspetti diversi, in Mi faccio musulmano, un mio romanzo uscito nel 2004 con le edizioni di Lepisma. Walter Veltroni, nella Prefazione, scrive: «Dante Maffia attraversa questa “mondezza” con le sue qualità di ottimo narratore e compie la magia di restituirci, da questa materia apparentemente vile, una ricchezza vitale che è bellezza e poesia». Condivide? Sì, condivido in pieno. La poesia si annida ovunque, basta snidarla, portarla allo scoperto, ma, come vado ripetendo senza stancarmi, ha bisogno di calore e di complicità, non solo di attenzione, di intelligenza e di cultura. Nei versi di una sua poesia, Non ho trovato stazioni, scrive: Ho attraversato oceani, sfidato gli uragani. Non ho trovato stazioni per riposarmi. Ho fatto file interminabili, cantato canzoni troppo lunghe. In un momento di alienazione dell’“essere” lei crede che la poesia sia capace di riconoscere il disordine, ordinarlo ed esprimerlo? Nonostante il suo scarso prestigio sociale, nonostante sia un fuggiasco senza stabile dimora, il poeta agisce o può agire coerentemente con la consapevolezza di essere “utile” all’umanità? La poesia, se è tale, riconosce tutto, anche il disordine. Quello interiore, naturalmente. E dopo averlo riconosciuto sa anche ordinarlo e farlo diventare specchio della condizione umana in transito o in divenire, con tutte le perplessità che ne conseguono e con tutti i rischi possibili. Ordinare, invece, il mondo esterno spetta ai politici che però sono più portati ad esprimerlo senza cercarne le motivazioni e le ragioni e senza preoccuparsi degli scempi che potrebbero derivarne. Il disordine, comunque, può essere una risorsa se resta sullo sfondo degli eventi e mette ansia e paura. Leggendo il suo ultimo libro s’incontrano Romolo e Richetto, che non se la sentono di distruggere gli album di fotografie di altri tempi gettati via insieme ai ricordi, o Rodolfo e Giulio, che si addormentano tra i bidoni dopo una sbronza alla Garbatella, o Alfonso, che trova una bimba abbandonata in un cassonetto. E allora il poeta «Deve coltivare la sua nevrosi, trovare una persona che lo sostiene moralmente ed economicamente e deve vagare per le strade cercando l’inconsueto, l’innocenza delle cose. Il poeta è cielo e latrina, morte e vita insieme», come lo spazzino? Ma certo, il poeta è uno spazzino, proprio perché ha il privilegio di poter guardare il mondo da un angolo particolare, senza giudicarlo, con la certezza che la sua parola, se è frutto di tensione alla catarsi, può dare una svolta al senso delle cose, alla realtà. Romolo, Richetto, Rodolfo, Giulio sono le varie facce di una condizione umana che deve sapere incontrarsi con la diversità, coi mutamenti, con l’imprevedibile e saperne fare tesoro. Ogni esperienza, si sa, arricchisce, e attraverso i comportamenti e i dialoghi degli spazzini ciò appare nella sua concretezza. Come definirebbe l’esperienza del dolore, inteso come “male di vivere”? Come scrive Goethe «Perché tutto questo dolore e tutto questo piacere»? Goethe è uno dei geni della poesia, ha saputo condensare millenni in un verso, ha saputo dare luce all’inconsueto e all’impalpabile, ma anche al consueto e al quotidiano. Nella pienezza dei sentimenti fa dire la frase che lei cita. Perché? Perché le emozioni traboccano, non trovano l’alveo dove condensarsi e sembrano fuggire in fretta. Il dolore, comunque, non ritengo che sia sempre “male di vivere”. Il “male di vivere” è una formula che m’infastidisce. C’è il vivere con la sua diversità che qualcuno percepisce come male e altri addirittura come bene. Altro è il dolore, quello fisico e quello morale, fuori dalle formule e dalle metafore. L’esperienza del dolore come tale è orribile, è la fecondazione del nero che incombe e chiude gli orizzonti, ma fa parte della vita, e non potendolo cancellare bisogna farlo convivere con noi mai abbandonandovisi, ma mettendolo nel conto della realtà, del nostro cammino di uomini. Il dolore è necessario come la morte. L’uomo che nega il dolore nega la morte. Qual è il senso della morte per Dante Maffia? Non ho mai meditato sulla necessità del dolore e neppure su quella della morte. Sia col dolore e sia con la morte ho sempre avuto un rapporto quotidiano fatto di ripulse e d’innamoramenti, di accensioni e di liti, ma soltanto perché esistono e ci devo fare i conti. In ogni caso, è più accettabile la morte del dolore. La morte è uno scendere nell’assenza e sparire, il dolore è un peso che cambia i connotati alla sostanza del vivere. C’è qualcuno o qualcosa che regge i fili dell’esistenza umana? Come faccio a saperlo! Vorrei averne conoscenza, ma sembra che il muro è spesso e troppo alto e non si riesce a penetrare la cortina del mistero. I poeti ci hanno sempre provato, ottenendo appena delle briciole intraviste nel sogno. L’augurio, anzi la speranza, è che ci sia. Perfino un uomo come Giacomo Casanova nelle sue memorie si auspica la presenza di Dio e invidia i credenti per la loro fede. Un pensiero sul senso della vita. Il senso della vita sta tutto nell’amore vissuto fuori da ogni convenienza e da ogni condizionamento. L’amore in tutte le sue accezioni, in tutte le sue sfumature, nella pienezza di adesione totale all’altro. Ma naturalmente su ciò potremmo creare infinite definizioni e prospettare altrettante radure. Perché la parola vince, apre le tenebre e s’unisce alla sostanza degli esseri, genera modi stati riti regole per vivere e morire, non s’arrende all’inerzia della carta. (Tempo XIII) La poesia è un linguaggio delicato, sottile, essenziale, un linguaggio che chiede un’accurata ricerca esistenziale interiore ed esteriore, che si tramuta in espressione viva, vera, pulsante attraverso lo strumento della parola. Ma la velocità con cui si vivono oggi gli “attimi profondi” sembra voler derubare il poeta di quella necessaria intimità genuina, che gli concede di stabilire il miglior contatto tra il presente, sempre più fugace ed esigente, il transito del futuro e se stesso nella dimensione spazio-temporale. In questo “passaggio”, che vive una continua metamorfosi e che è il momento poetico, egli può avvertire il limite frustrante della parola? Tutto si gioca sulla parola. La parola è un vaso prezioso colmo di unguenti che però vanno usati con parsimonia e con la conoscenza adeguata e finalizzata. Molti hanno creduto, per un certo periodo, che di per sé la parola potesse compiere il miracolo della poesia indipendentemente dall’uso nel contesto in cui veniva posta e da tutta una serie di accorgimenti che la dispone in quella che qualcuno ha chiamato la sinfonia semantica. La parola è strumento, codice, significante duttile e malleabile ma bisogna saperla adoperare e trarne il lievito giusto al momento giusto, altrimenti si fa presenza addirittura sconcia e volgare, specchio di mediocrità e di banalità, di ovvia comunicazione. Se la parola nasce forgiata da un tempo senza tempo che assomma in sé i valori dell’uomo e ne indica i bagliori perduti e da ritrovare, allora può risultare un dono che arriva dal lontano mistero della vita, altrimenti è come una qualsiasi rosa avvizzita priva di profumo e di senso e può quindi diventare un limite, anche frustrante, per la poesia. Quanto sono importanti le sfumature e come possono offrirsi agli altri con l’uso della parola? Non è mai facile stabilire quali siano le sfumature e quali le cose dichiarate essenziali. Anche nella pittura spesso i maestri dell’arte hanno fatto ricorso a un particolare, a una sfumatura, per sottolineare l’essenza di una loro opera. La parola ha maggiori difficoltà perché non può servirsi di aiuti che non siano le stesse parole (a differenza della musica, della pittura e della scultura) e allora deve stare attenta a non cadere nel tranello del roboante, fare in modo che ogni parola sia una sfumatura. Cosa distingue la poesia dalla prosa, dal momento che, spesso, si crea un po’ di confusione? Ultimamente ho scritto qualche recensione tesa, quasi irritata, contro operazioni che ho chiamato «da falsari». Chi offre un libro di prosa e la chiama poesia commette una frode. Che poi genericamente si chiamino poesia anche alcuni brani de I promessi sposi è per rimarcare la bellezza e l’essenzialità del testo, è faccenda di comodo esplicativo. La poesia ha delle regole e dei principi che la rendono tale. Naturalmente queste regole e questi principi si possono rompere, offendere, lacerare, ma si deve partire sempre da ciò, altrimenti perché le pagine scritte non chiamarle con altro nome? Una volta mi è venuto da fare un esempio. Se io cerco un bicchiere, quale che sia il suo colore e quale che sia la sua forma, devono darmi un recipiente. Magari un recipiente piccolo, insignificante, di latta, di plastica, di vetro, ma il recipiente deve contenere almeno una goccia di liquido. Se invece mi viene dato un oggetto che non può contenere neppure una parte di goccia allora si tratta di altro. Perché ostinarsi a chiamarlo poesia?. Essere poeti è un dono “naturale” o si può imparare ad esserlo? É un’antica storia. Poeti si nasce o si diventa? Se pensiamo alla tecnica compositiva, al mestiere, per intenderci, chiunque può imparare a fare versi. Non è difficile comporre un sonetto e ancor meno difficile esprimersi in versi sciolti, anche se molti hanno pensato che i versi sciolti siano un banale andare a capo. La poesia, anche quando viene fuori libera da schemi, lontana dalle forme chiuse, porta con sé una sua armonia, un suo ritmo, un suo tono e qualcosa di, come chiamarlo? Magico. Ma questo qualcosa non si può imparare. Ho insegnato per un certo periodo Scrittura creativa. Una invenzione starei per dire imbecille, dove però si possono imparare le tecniche. C’erano allievi che sapevano mettere ogni cosa e ogni pensiero in versi, magari con le rime, con gli accenti giusti, ma non producevano mai una briciola di poesia; altri invece che arrancavano, ma facevano balenare qualcosa di inconsueto nelle parole. La verità è che non esistono, non possono esistere grandi poeti se non sono dotati di grande cultura (resa palpito senza peso) e se non hanno il guizzo divino che non si può né insegnare né imparare. Ogni uomo nasce con delle propensioni, delle inclinazioni, delle vocazioni, così come nasce alto, basso, nero, giallo, bianco, ammalato o in piena salute. C’è chi nasce poeta. Ovviamente per diventare importante bisogna che chi ci nasce sappia trarre tesoro dagli incontri, dalle letture, dagli scambi, dagli approfondimenti, dai confronti, dagli studi seri e perfino ossessivi. Dunque chi è il poeta del XXI secolo: un taumaturgo della parola e del suo puro significato? Un profeta che guarda al futuro? Una voce discordante adattata in un canto troppo rumoroso, disarmonico? O forse tutti e tre a seconda dei momenti? Il poeta del XXI secolo è lo stesso di quello del XIII e del XIX, nel senso che ha la medesima facoltà di canto, la stessa sensibilità, la stessa capacità di saper cogliere l’essenza del suo tempo e farla diventare essenza universale. É tutte le cose che lei propone, ma anche molte altre. É l’interprete di ciò che accade nei segreti della storia senza farsi storico o giudice, è una specie di folletto che non sa adeguarsi agli sconci e alle aporie del mondo e si divincola dai luoghi comuni. In sostanza è un essere che si rifiuta di adeguarsi e che tenta di infrangere ogni regola assuefatta per aprire la civiltà verso nuovi orizzonti. Vuole esprimere qualche pensiero sui poeti contemporanei? Cosa direbbe loro confrontandoli con i poeti del passato? Il Novecento poetico italiano è stato molto ricco, ha dato poeti straordinari, primo fra tutti Saba, poi Ungaretti, Quasimodo, Cardarelli, Sinisgalli, Gatto, Campana, Luzi. Ma se lei intende i miei coetanei è altra faccenda. Viviamo una grande confusione per colpa dei critici o della mancanza dei critici. Per lo più quelli che si danno da fare sono prezzolati e venduti al potere editoriale che in questo momento non sta esprimendosi al meglio. Ma perché dovrei dire loro qualcosa e confrontarli con i poeti del passato? Sono loro che dovrebbero fare il corpo a corpo giornaliero con i classici, confrontarsi, prenderne il nettare e poi fare i “contemporanei”. Senza radici non si va da nessuna parte e tutti gli edifici, anche quelli di mille piani, crollano. Qual è il rapporto fra storia e poesia? Un rapporto stretto, indissolubile. Chi ha pensato – e l’hanno pensato! – che la poesia fosse un’ancella sganciata dalla storia ha sempre sbagliato. Perfino Croce ha avuto questo vezzo. In realtà la poesia è sintesi perfetta della storia nella sua essenza, nei suoi tratti più veri e reconditi. Che poi il poeta deve avere l’abilità di dare un’impronta storica universale sta alla sua capacità, alla sua bravura. L’esempio più calzante è quello di Ungaretti: la sua guerra l’ha fatta diventare la guerra di tutti. La poesia si concepisce, poi si partorisce e infine… assume un aspetto mobile o immobile? Finito o eterno? Questa è una domanda complicata, nel senso che è posta già con delle affermazioni che non oso contestare. Però posso dire che se deve assumere un aspetto deve essere quello eterno, altrimenti si configura come una qualsiasi notizia di cronaca che si consuma in un giorno. Le poetesse: quanto nello scrivere versi c’è della natura generatrice della donna, del suo essere l’eletta al ruolo materno? Non ho mai pensato in termini di poeti e di poetesse, anche se sono del parere che la donna debba far sentire la sua femminilità, la sua diversità, il suo essere genitrice e non camuffare la sua voce. Ripeto spesso che ero irritato da quei critici che un tempo, quando volevano fare un complimento alle poetesse scrivevano che possedevano un accento virile. La donna che scrive deve restare donna. Esiste un particolare sacrificio che la poesia le viene a chiedere frequentemente? Sì, quello di non riconoscere la mediocrità neppure nelle persone a cui si vuole bene. La mediocrità inquina la mente e il cuore, uccide la bellezza, offusca la luce autentica. Pensa che la solitudine possa rendere migliori gli uomini? Esiste per Dante Maffia una solitudine saggia e costruttiva? La solitudine può rendere gli uomini migliori o peggiori, dipende da come si vive, da come la si affronta. Nell’accezione petrarchesca la solitudine è proficua, saggia e costruttiva, permette di scavare nel proprio io, di scandagliare misure umane e culturali che altrimenti diventerebbero devastazione della psiche. Ma se si restasse chiusi nei parametri di un circuito in cui c’è solo se stesso, non si avrebbe la misura della propria dimensione. Ha detto qualcuno che noi esistiamo proprio perché ci sono gli altri. E, dunque, ad un certo punto bisogna aprirsi, altrimenti invece che solitudine diventa egotismo, malattia incurabile, incapacità a sapersi confrontare. Crescendo s’impara a gridare Io volevo la città che colma le furie del sangue e immette in un andirivieni di speranze; volevo essere io stesso fiume grande immacolato che attraversa Roma. Così partii come partono i poeti senza nulla lasciare. Pronto di cuore, deciso a non farmi uccidere. Che cosa mi sfugge…arriva Un altro abbandona, tradisce la causa meridionale. Dietro ogni insegna c’è un cammino contorto interminabile. Cercare l’errore è una follia. L’anima resta sempre. Si può avere anche una casa grande, i quadri, i lampadari, i vasi cinesi. L’anima resta sempre contadina. Tempo II La mia patria non ebbe mai un sito: furia e dolcezza in un eterno scambio e i miei versi confusi con il tempo. Potessi ancora diventare Ulisse, Penelope riavere che accudisce tra le minacce un figlio. Queste sue poesie, come tante altre, non richiedono domande, poiché traducono in “vera emozione” ogni singolo segnetto colorato di nero, capace, per natura, di giungere dritto al cuore. Come il rumore di un albero secolare che viene estirpato dalle sue radici, risuona forte la malinconia dei versi di grandi e “piccoli” poeti calabresi, impregnati di un amore incompatibile (non possiamo non ricordare la triste tenerezza dei versi di Franco Costabile), che deve reggere l’insostenibile peso della lontananza, della rinuncia, che si piega di fronte all’esigenza di un sogno, di una necessità. Ma, per noi giovani calabresi, che viviamo quotidianamente questa meravigliosa terra con tutte le sue bellezze e amarezze, che mille volte ci chiediamo se restare o andare, le chiediamo qual è il legame, certamente unico, che custodisce, nella parte più intima di sé, della nostra terra, che è anche la sua? «Senza radici, senza un villaggio a cui pensare, senza legami si diventa anonime creature in balia di ammiccamenti occasionali e quindi privi di una vera ragione umana, di un’etica vera» è un pensiero di De Martino che condivido. Il mio legame con la Calabria è molto speciale, ma profondo, tenero, a volte assurdo. In Al macero dell’invisibile, il libro uscito di recente con Passigli, c’è una delle poesie che chiarisce il mio rapporto fatto di amore e di odio, come sempre accade. «La Calabria che lo scirocco sferza / non so se venendo o andando verso il mare. // La campagna ora arsa ora verde / con pompa magna di vigneti e ulivi // è sempre qui, ingombra la mia anima, / la tesse e la distesse nei giulivi // pomeriggi d’estate, negli inverni amari / e tristi d’ore interminabili. // La Calabria che pretende amore / – e non sa bene se sia donna o falco – // io la sradico, la esalto, la sotterro, / la benedico e maledico e poi // la invoco: madre, tomba, cielo, / condanna, luce che non tramonta mai, // casa aperta sul mare, / mio rifugio eterno». Sull’argomento sto scrivendo un romanzo. Tuttavia, al di là di ogni considerazione, la mia terra mi ha dato la più straordinaria misura umana che si possa immaginare, mi ha dato un metodo che mi ha permesso di affrontare la realtà diversa senza timori e senza esaltazioni, mi ha dato la consapevolezza dell’uomo. Altrove, ma soprattutto a Milano, l’uomo è al carro degli interessi, del guadagno, delle ambizioni; in Calabria interessi, guadagno e ambizioni sono al carro dell’uomo. Nonostante le devianze e gli esempi della ’ndrangheta. Non vi sembri poco. Qual è il suo rapporto con la natura? Quello di un orientale che la osserva, la contempla e se ne compiace. A volte scopro che le piante, i campi, le pietre, i fiori mi parlano. Sono i momenti di completa comunione col mondo, i momenti in cui mi sento completo. Ma detto così può sembrare un atteggiamento. Non sono uno che passeggia molto, ma ci sono odori che mi dilatano l’anima, quello del basilico, per esempio. Qual è, oltre al sublime piacere, il travaglio, il rischio e la responsabilità della conoscenza? C’è soprattutto un rischio. La conoscenza apre l’essere alla serenità e alla divinità che è dentro ogni cosa, ma se non è un’autentica conquista può far diventare superbi, far fiorire la iattanza. Quanto è fondamentale viaggiare per conoscere? Ci sono molte scuole di pensiero. In genere si dice che un viaggio equivale alla lettura di un migliaio di libri. Anche in questo caso bisogna vedere come si viaggia. Se lo si fa – come facevo quando ero giovane – soltanto per inquietudine, diciamo alla maniera di Alfieri, allora fa bene soltanto alla salute; se invece si viaggia riuscendo ad essere cittadino dei luoghi che si calpestano, anche se per poco, allora ci si accresce, perché bisogna fare i conti continuamente con la diversità: di sapori, di odori, di sguardi, di abitudini, di tradizioni, di storia. E questo dà un’aggiunta alla conoscenza e alla saggezza. Quanto è importante nella vita l’umorismo? Enormemente importante, perché fa vedere il lato debole di ogni cosa senza farne una tragedia. Ogni azione ha in sé un lato drammatico o tragico e uno umoristico. Il teatro convive sempre nelle sue varie diramazioni e dimensioni, tanto è vero che spesso un’opera tragica finisce in risata e viceversa. È importante anche perché fa venire fuori la sana risata che spesso risolve problemi ingarbugliati difficili da districare e mette tutti sullo stesso piano. Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno è un capolavoro che consiglio a tutti di leggere. Quale funzione dovrebbe avere, o ha, l’ironia? L’ironia può essere un’arma o diventare un boomerang. Un verso di Quasimodo dice presso a poco: «Per un po’ d’ironia si perde tutto». Altrove invece: «Ed ora ti ringrazio / dell’ironia che hai messo sul mio labbro / mite come la tua. / Quel sorriso m’ha salvato / da pianti e da dolori». Quando dice la verità? In entrambi i casi. L’ironia, comunque, nella vita quotidiana funziona se è dosata con circospezione, se è arma leggera come il fioretto. Se diventa sarcasmo oscura il dettato. Almeno in letteratura. La differenza più importante fra immagine e sostanza? Quanto vale l’una e quanto l’altra? Non c’è differenza. Soprattutto in letteratura l’immagine è sostanza. Ma su questo ci sarebbe da fare un lungo discorso con implicazioni filosofiche, estetiche che ci prenderebbe troppo spazio. Cosa pensa delle case editrici azienda, dell’attuale commercio delle opere letterarie, considerando che, oggi, i libri vengono venduti a peso, nel senso che più pesano, più valgono? Anche questa domanda avrebbe bisogno di una lunghissima risposta però di carattere sociologico, innanzi tutto, per poi entrare nello specifico letterario. Le opere vengono pubblicate per essere vendute, non c’è dubbio. Il fatto è che oggi si pubblicano opere che restano totalmente invendute. Ad un romanziere è stato chiesto ultimamente perché continuava a pubblicare visto che non vende. E come mai le case editrici importanti come Mondadori, Einaudi, Garzanti, Rizzoli, Guanda, continuano a pubblicarlo, visto che non vende una copia neppure alla suocera? Lui ha risposto che la storia letteraria si fa con i libri editi e non con quelli venduti. Ci vorrebbe dunque un’ampia analisi del problema che investe le scelte culturali, la scuola, la politica aziendale, il gusto, la morale. Si commettono troppi omicidi estetici oggi e se non si corre ai ripari sarà sempre più difficile difendere l’arte nella sua necessità e nel suo rigore. Troppe telenovelas, troppi cascami, troppe scorie, troppa ovvietà e troppa ignoranza. Il risultato è quello che vediamo. Sta alla politica rimboccarsi le maniche e decidere di dare una svolta cominciando dalla scuola. Qual è la differenza fra religione e fede? Questo è un campo minato. La religione, lo dice il dizionario, è un complesso di obblighi morali, di credenze, di pratiche. La fede invece è come la religiosità, un sentimento di riverenza nei confronti del divino; una piena adesione, per intervento della grazia, alla verità rivelata. Ma è argomento dei teologi. Forse lei voleva chiedermi se sono religioso e se ho fede. Sì, sono molto religioso «un cinico che ha fede in quel che fa». Fra cultura ed educazione? Mi riesce forse meglio dirle che cos’è per me un uomo colto e un uomo educato. L’uomo colto ha la capacità di adattarsi a qualsiasi evento per misurarsi con il nuovo, per acquisire la possibilità di andare oltre se stesso. L’uomo educato è chi osserva le regole imposte. Se l’uomo colto è anche troppo educato c’è qualcosa che non funziona nella sua cultura, c’è un errore, perché la cultura è sempre in movimento, non si accontenta dei raggiungimenti; l’educazione invece è uno standard che non ammette scompensi. Da non confondere, in ogni modo, cultura con erudizione, lo fanno in molti credendo che l’eccesso di conoscenza si risolva in cultura. Di Campanella, di Foscolo, di Leopardi ce ne sono pochi in giro… Che cos’è l’utopia? Per lunghi anni, almeno trentuno, ho avuto a che fare con Tommaso Campanella. Ho scritto un romanzo sulla sua vita e sulle sue idee ed ho curato il commento a tutte le sue poesie riuscendo a carpirgli qualche segreto. Dovrei essere in grado di rispondere canonicamente, invece mi piace dirle che l’utopia è l’esca dei poeti, il pianeta a cui bisogna anelare pur sapendo che non è raggiungibile. Soltanto in questo modo si possono percorrere lunghe distanze e rincorrere la verità, la quale non è un orizzonte immobile, sia chiaro. Qual è l’importanza di un sorriso? Mi piacerebbe che lei conoscesse un mio romanzo intitolato La regina dei gatti, edito da Maria Pacini Fazzi di Lucca. Comincia con il proseguimento, da me scritto, dell’If di Rudyard Kipling e all’inizio del primo capitolo si afferma che le carezze e il sorriso danno la vita. Senza retorica, il sorriso è l’apparire dell’angelo che sta dentro di noi, perciò la sua importanza è capitale. Scioglie i nodi delle ombre, dei dolori, dei sospetti, riesce a placare le belve. La Bella e la Bestia è imperniato sul concetto del sorriso; e c’è un film, mi pare con James Dean, che parla del sequestro di una ragazza da parte di un delinquente che si placa e si arrende perché lei gli sorride anche mentre viene strattonata e trattata male. Potrei continuare con molti esempi presi dalla letteratura, dall’arte, dal teatro e dal cinema, ma credo basti sapere che un sorriso può diventare la salvezza, in tutti i sensi. E della semplicità? La semplicità è forse ancora più importante, perché i semplici hanno sempre il sorriso in bocca. Nel Vangelo i semplici saranno ricevuti onorevolmente in cielo. In letteratura la semplicità è il raggiungimento massimo. Ogni poeta o narratore sogna di scrivere un libro così semplice che non abbia nessuna traccia letteraria, semplice come una polla d’acqua sorgiva. Immagini, dunque, che importanza ha la semplicità, da non confondere come fanno alcuni spocchiosi, con l’elementarità, con la sprovvedutezza. La semplicità è pienezza delle cose sfrondata dal superfluo; l’elementarità è il vuoto, la mancanza. Ama di più il giorno o la notte? Lei non poteva sapere che tra le prime cose da me scritte c’è una plaquette intitolata È più bella la notte. Avevo, se non ricordo male, circa sedici anni. «È più bella la notte / il giorno è oscuro…». Non dormo molto, non più di tre ore a notte. Così ho potuto utilizzare le ore notturne a leggere e a scrivere raddoppiando il tempo a mia disposizione. La notte è bella anche perché posso fare i conti con me stesso, crocifiggermi e rinascere. Faccio molte prove con me stesso, molte gare. E a perdere, purtroppo, siamo tutti e due. Fortuna, comunque, che tutto accade di notte. Cos’è l’arte? É un sogno ad occhi aperti che rigenera la vita, ma anche una passeggiata per luoghi sconosciuti da cui si ritorna diversi, più giovani, più belli, quasi eterni. Cosa la cultura? Credo di avere risposto, almeno in parte, parlando dell’importanza della cultura. Ma se ci ripenso dico che è la memoria del tempo, pur sapendo che le definizioni, per definizione, sono sintesi da integrare di continuo. I colori Troppi anni chiuso nel deserto, equipaggiato dal grido lunare o dalla malinconia del mare. Mi dicevo le nenie del vecchio paese, contavo le pietre, i vestiti.[…] Ho morso il rosso delle melagrane e il giallo delle arance con il cuore adombrato dal buio e dalle paure. La notte mi è stata vicina come una compagna. Ho camminato nel verde dei campi, tra i lampi. Borbottavano i grilli, le serpi Pencolavano dai fichi. Ho ascoltato per millenni Scorrere l’acqua nei barili, l’acqua-oro che toglie la sete.[…] L’inverno era lungo, ho parlato con la fiamma del focolare. Ho consumato le passioni umane nei racconti dei vecchi, anche i colori. Mi rimane un poco di grigio, l’arcobaleno è passato coi fragori. Lei pensa sia vero che il poeta, quando scrive, dipinge i suoi quadri? Dante Maffia è stato definito anche un astrattista, un surrealista (lei sottolinea, “meridionale”) della parola, della poesia… Qual è il legame tra realtà, sogno e memoria?Tra visibile e invisibile? Ho avuto molta dimestichezza con i pittori; ho conosciuto i più grandi dell’ultimo secolo, da De Chirico a Guttuso, da Attardi a Zigaina, da Ennio Calabria a Provino, da Turchiaro a Enotrio, a Mario Pitocco, a Ernesto Piccolo, a Sebastian Matta, a Dorazio, a Rotella, a Colacitti, ad Annigoni, ai fratelli Bueno, a Ortega, per fare soltanto qualche nome. Ho scritto, per la loro arte, saggi e articoli e ho frequentato i loro studi. É stato dunque naturale che i colori entrassero nella mia poesia. Durante i viaggi, la prima visita l’ho sempre fatta ai musei, dal Prado al Louvre. Sì, ho il piacere di dipingere a volte con le parole. Le parole hanno anche questo potere se si mettono al posto giusto e si fanno scintillare. La realtà, la mia realtà, non è molto diversa dai miei sogni, dalle memorie che mi trascino appresso; il visibile e l’invisibile sono per me sullo stesso piano. Del resto anche le azioni, gli eventi della mia vita ormai lontani è come se fossero pagine di libri. Ad un certo punto tutto si amalgama in una visione della vita che ci guida senza distinguere più tra scompartimenti stagni. «Ci vuole molta cultura e trovare la giusta misura per non far capire che colui che parla è, in fondo, un martire strumentalizzato dalla gente. Proprio quello che non vuole il poeta: diventare uno strumento degli altri». Queste le parole di Alda Merini in una sua intervista. Quanto condivide il suo pensiero? In che modo e misura la cultura può elevare lo spirito e la personalità dell’uomo? La Merini non è credibile, soprattutto quando teorizza, quando esprime concetti ed opinioni. In quel che fa si sente la mancanza di cultura, si avverte che lei parla per assonanze. Anche le sue poesie, che qualche volta fanno centro, non hanno rigore ed essenza, sembrano piuttosto sfoghi, pagine di un diario che è diventato monotono. Credo invece che il poeta faccia di tutto (lei per prima, soprattutto lei!) per diventare la propria poesia uno strumento degli altri. La cultura può elevare lo spirito e la personalità dell’uomo solo se è disinteressata, se è ricerca che non tiene conto degli assensi altrui. Non mi pare che la Merini sia su quest’onda. Lo dico con dispiacere. Chi può essere definito persona colta? Chi non sa di esserlo, chi istintivamente rifugge dalla mediocrità, chi non fa nulla per esibirsi, chi sa guardare e soprattutto ascoltare. Esiste una specifica umana qualità che cammina di pari passo con la cultura? Due qualità: la dignità e l’umiltà. Possono sopperire alla cultura intesa come acquisizione di saggezza e di atteggiamento giusto nei confronti della realtà. Lei è molto impegnato in eventi e ambienti culturali di vario genere. Il presidente Ciampi lo ha insignito di medaglia d’oro alla Cultura accanto a nomi quali Giuseppe Tornatore, Raffaele La Capria, Uto Ughi e altri ancora. Quali sono le difficoltà che ha incontrato in passato e quali, se ce ne sono, quelle che incontra nel presente? Nel passato ho incontrato le difficoltà più banali, non sono riuscito a procurarmi gli indirizzi degli scrittori che volevo incontrare. Un amico giornalista, dopo essersi vantato di frequentarli, mi negò il loro recapito. Altro no, perché quando io avevo venti anni esisteva ancora una civiltà artistica e letteraria e si potevano frequentare i poeti senza troppi problemi. Si potevano incontrare anche nelle librerie e al caffé. Poi c’è stata una specie di rivoluzione e gli scrittori si sono rintanati nelle loro case, non sono più disposti a dare retta ai giovani. Le difficoltà del presente? Non lo so, adesso io vivo lontano dai riflettori, dalle combriccole, dai gruppi. La letteratura si fa da soli, non in equipe. I tentativi di aggregazione sono sempre velleitari ed inutili. Nessun capolavoro è nato in compartecipazione. Qual è il miglior modo di lavorare e di porsi agli altri affinché, a tutti, arrivi più cultura? Scrivere articoli o libri che non contengano menzogne, scriverli con passione, con convinzione senza mai fermarsi alle apparenze. Per crescere culturalmente ognuno di noi ha bisogno di abbeverarsi a fonti chiare, prive di ambiguità e di trabocchetti. Quali parole offrirebbe ad un giovane poeta, scrittore o, comunque, artista affinché possa farne tesoro? Quelle di Rilke contenute in Lettera a un giovane poeta, e quelle del Racconto Zen che invita il giovane scrittore a leggere per anni e poi a presentarsi dal maestro per la verifica. Quando il giovane ritorna dopo aver letto migliaia di testi, il maestro gli consiglia di dimenticarli. Solo dopo aver fatto questo potrà a sua volta scrivere. Sono due belle lezioni, che arrivano subito al bersaglio. Quali libri di letteratura e poesia consiglierebbe di leggere? Ciò che capita, anche in maniera occasionale, caotica. La lettura è come un cesto di ciliegie, e una volta cominciato si va avanti perché arrivano suggerimenti da una serie di indicazioni sottese e che si fanno evidenti al momento in cui proseguiamo. Se devo fare un elenco diventa difficile, intanto però uno che si affaccia alla scrittura poetica non può trascurare almeno Omero (Iliade e Odissea), la Divina Commedia, la Gerusalemme liberata, L’adone e poi Goldoni, Alfieri, Foscolo… insomma, i classici, per arrivare subito ai contemporanei. Chi s’affaccia alla scrittura narrativa ne ha da vendere, da Apuleio, a Rabelais, da Cervantes a Sterne, da Tolstoi a Bulgakov, a Canetti. Anche se è risaputo che poi i poeti spesso leggono molta più prosa dei narratori e viceversa. Quali tra i vari libri da lei scritti sente particolarmente vicino? Dirò una banalità che tutti dicono, ma evidentemente nei luoghi comuni ci sono molte verità, più di quante se ne pensano. I libri pubblicati non li sento più miei, particolarmente vicino sento l’opera a cui sto lavorando. Lo stupore e l’amore sono due metà affini di un unico cibo diletto? Quanto, queste, possono operare “miracoli” nella vita? Dovrei ripetere cose dette. Lo stupore fa nuovo il mondo ogni mattina. Stupirsi del sole che sorge, di un prato fiorito, di uno scorcio di panorama, di due begli occhi è un dono immenso che rinnova le cellule del nostro corpo e dà beneficio all’anima. L’amore, naturalmente, è il motore che muove il sole e le altre stelle, che concima l’universo. Senza questo binomio, anzi senza questa medaglia a due facce, saremmo granelli grigi dispersi nell’aria, senza identità e senza voce. Vorrei che tutti potessero leggere le fiabe di Oscar Wilde in cui si assiste al trionfo dell’uno e dell’altro. I miracoli dell’amore sono davanti a noi ogni giorno, quelli dovuti allo stupore sono più rari, a causa dell’ottundimento che avviene negli uomini che non sanno aprire gli occhi e rendersi conto dell’armonia che c’è nelle cose, anche in quelle più semplici, più banali. Rilke dice: «Non tentare di comprendere la vita e allora ti sarà tutto una festa». Quanto si trova d’accordo? Prima ho proprio citato Rilke. Mi trovo d’accordo con lui totalmente, infatti, continuo ad “ardere d’inconsapevolezza” e non mi faccio domande angoscianti. Sono un uomo fortunato, ho l’amore e la poesia e so stupirmi di ogni cosa, di una magnolia che fiorisce, della luna calante, del brivido delle onde, del canto di un’allodola, del profumo di una minestra di fave e cicorie. Sono stupito anche di esistere e di aver trovato un’interlocutrice così acuta; sono stupito di suscitare attenzione ed interesse. Lo dico senza falsa modestia, anche se poi, ripensandoci, non trovo strano che accada tutto questo, anzi…La mia parola è il perfetto «incalco» (Alvaro) della mia anima, e la mia anima scalpita per troppa luce: «[...] aspetto anche la conchiglia che s’apra / e mi porti nella meraviglia della castità / nel disastro acceso dove tutto ha / possibilità di tramutare la morte in baci / cristallini in infiniti mattini di preghiera».

Posted by Monica Murano

La storia delle università di Padova fino ai corsi di laurea online

Oltre ad essere la migliore è anche tra le più antiche di Italia. È l’Università di Padova, un ateneo che vive ormai il suo nono secolo di vita essendo stata fondata nel 1222 come sede distaccata di quella che è invece in assoluto l’Università più antica di Italia, quella di Bologna. Da allora però il centro veneto ha vissuto una sua fase di grande sviluppo completamente svincolata dall’origine emiliana tanto che sotto la Repubblica di Venezia proprio l’Università di Padova è diventato uno dei centri più importanti per tutto il periodo di tempo che va dal quattrocento al seicento, mentre invece con l’Unità di Italia intervenuta nel 1861 il suo sviluppo viene bloccato da una prodonda riorganizzazione interna che porterà ad anni di cambiamenti e mutazioni. Finalmente subito dopo la Seconda Guerra Mondiale e con la caduta del Fascismo, l’ateneo padovano è ritornato ad essere quel centro di eccellenza riconosciuto a livello internazionale soprattutto per quello che riguarda l’Agraria, il Magistero e la Psicologia. Oggi l’Università di Padova conta circa 2400 docenti per un bacino di 65 mila studenti e viene riconosciuta da diversi indicatori come la migliore tra gli atenei italiani per offerta formativa e per i livelli della ricerca scientifica prodotta. E domani? Domani Padova continuerà ad essere quel punto di riferimento che è oggi per gli studi universitari, anche grazie all’introduzione dei nuovi corsi di laurea online proposti dall’Università degli Studi Niccolò Cusano di Roma, che nel capoluogo veneto ha di recente aperto un Learning Center. Si tratta di un polo didattico a cui afferiscono gli studenti delle facoltà di giurisprudenza, scienze politiche, economia e scienze della formazione; una sezione distaccata del centro romano presso la quale gli studenti vengono supportati con specifici servizi di tutoring e per quello che concerne le pratiche amministrative. Nella stessa sede sono inoltre presenti postazioni hardware che permettono agli studenti della Unicusano di seguire le lezioni dei vari corsi di laurea attivi; lezioni disponibili in streaming tramite la piattaforma messa a punto dall’Università.

Davide Gallo
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“L’anima della poesia elargisce emozioni danzanti”

Ci si deve spogliare di ogni sovrastruttura mentale e culturale, accostandosi con purezza d’animo, per accogliere limpidamente ogni palpito che Dante Maffia riesce a comunicare. Noto poeta, narratore, saggista, critico letterario, si è sempre visto responsabilmente impegnato nel mondo della cultura. Ha fondato e diretto due riviste: Il Policordo e Poetica, e attualmente dirige Polimnia, che ha visto il suo primo numero l’1 gennaio 2005; collabora alla rubrica dei libri della Rai e a molti periodici, tra cui Belfagor, Ide, Lunarionuovo, Misure critiche, Nuova Antologia, Poiesis. È, inoltre, redattore della rivista di Italianistica in Sud Africa e de Il Belli e corrispondente de La Naciòn. Autore di numerosi e prestigiosi libri di poesia, dei quali ricordiamo Il corpo della parola e Al macero dell’invisibile, le ultime sillogi pubblicate nel 2006; altrettanto importanti i lavori di narrativa quali, tra i più noti, Il romanzo di Tommaso Campanella in seconda edizione nel 2006, successivamente tradotta e pubblicata a Belgrado in lingua serba nel 2007, così come Mi faccio musulmano, 2004, tradotto ed edito in lingua bulgara nel 2006. Di saggistica citiamo Risalendo il Danubio – scritti su Claudio Magris, pubblicato nel 2005, Voci della scrittura calabrese, nel 2003 e Poeti italiani verso il nuovo millennio, ordito da saggi, recensioni e note sui poeti italiani degli ultimi decenni, edito nel 2003. Questi sono solo alcuni dei lavori dell’autore, dai quali traspare il suo mondo, chiaramente impregnato di emozioni, di desideri, di grandi e piccole cose che hanno quel gusto singolare da assaporare senza fine. Il poeta, instancabilmente coinvolto in una ricerca quasi ossessiva di tutto ciò che è stato e continua ad essere respiro, dona ad ogni sua composizione, in forme e dimensioni variopinte, un abito elegante e semplice insieme, che assume il piacevole suono di un’armonia rigeneratrice, dove l’anima è maestra e orchestra al contempo. Abbiamo il piacere di “leggere” un uomo che vive in simbiosi col tempo e che del tempo ne descrive i volti con voce sempre nuova e autentica. Come nasce il suo ultimo romanzo Il poeta e lo spazzino? Nasce un po’ per caso, un po’ per gioco, un po’ perché mi ha sempre incuriosito la vita di coloro i quali lavorano a tutte le ore e puliscono il mondo dalle scorie, dai rifiuti. Ho cercato sempre di immaginare le loro reazioni dinanzi alla massa enorme di immondizia da raccogliere, i loro commenti, i loro pensieri, le loro emozioni. Gli spazzini sono per lo più gente semplice che reagisce secondo il principio della naturalezza, e mi sono reso conto che la loro umanità è più ricca, spesso, di quella di molti intellettuali supponenti. Avevo comunque già trattato l’argomento, seppure con aspetti diversi, in Mi faccio musulmano, un mio romanzo uscito nel 2004 con le edizioni di Lepisma. Walter Veltroni, nella Prefazione, scrive: «Dante Maffia attraversa questa “mondezza” con le sue qualità di ottimo narratore e compie la magia di restituirci, da questa materia apparentemente vile, una ricchezza vitale che è bellezza e poesia». Condivide? Sì, condivido in pieno. La poesia si annida ovunque, basta snidarla, portarla allo scoperto, ma, come vado ripetendo senza stancarmi, ha bisogno di calore e di complicità, non solo di attenzione, di intelligenza e di cultura. Nei versi di una sua poesia, Non ho trovato stazioni, scrive: Ho attraversato oceani, sfidato gli uragani. Non ho trovato stazioni per riposarmi. Ho fatto file interminabili, cantato canzoni troppo lunghe. In un momento di alienazione dell’“essere” lei crede che la poesia sia capace di riconoscere il disordine, ordinarlo ed esprimerlo? Nonostante il suo scarso prestigio sociale, nonostante sia un fuggiasco senza stabile dimora, il poeta agisce o può agire coerentemente con la consapevolezza di essere “utile” all’umanità? La poesia, se è tale, riconosce tutto, anche il disordine. Quello interiore, naturalmente. E dopo averlo riconosciuto sa anche ordinarlo e farlo diventare specchio della condizione umana in transito o in divenire, con tutte le perplessità che ne conseguono e con tutti i rischi possibili. Ordinare, invece, il mondo esterno spetta ai politici che però sono più portati ad esprimerlo senza cercarne le motivazioni e le ragioni e senza preoccuparsi degli scempi che potrebbero derivarne. Il disordine, comunque, può essere una risorsa se resta sullo sfondo degli eventi e mette ansia e paura. Leggendo il suo ultimo libro s’incontrano Romolo e Richetto, che non se la sentono di distruggere gli album di fotografie di altri tempi gettati via insieme ai ricordi, o Rodolfo e Giulio, che si addormentano tra i bidoni dopo una sbronza alla Garbatella, o Alfonso, che trova una bimba abbandonata in un cassonetto. E allora il poeta «Deve coltivare la sua nevrosi, trovare una persona che lo sostiene moralmente ed economicamente e deve vagare per le strade cercando l’inconsueto, l’innocenza delle cose. Il poeta è cielo e latrina, morte e vita insieme», come lo spazzino? Ma certo, il poeta è uno spazzino, proprio perché ha il privilegio di poter guardare il mondo da un angolo particolare, senza giudicarlo, con la certezza che la sua parola, se è frutto di tensione alla catarsi, può dare una svolta al senso delle cose, alla realtà. Romolo, Richetto, Rodolfo, Giulio sono le varie facce di una condizione umana che deve sapere incontrarsi con la diversità, coi mutamenti, con l’imprevedibile e saperne fare tesoro. Ogni esperienza, si sa, arricchisce, e attraverso i comportamenti e i dialoghi degli spazzini ciò appare nella sua concretezza. Come definirebbe l’esperienza del dolore, inteso come “male di vivere”? Come scrive Goethe «Perché tutto questo dolore e tutto questo piacere»? Goethe è uno dei geni della poesia, ha saputo condensare millenni in un verso, ha saputo dare luce all’inconsueto e all’impalpabile, ma anche al consueto e al quotidiano. Nella pienezza dei sentimenti fa dire la frase che lei cita. Perché? Perché le emozioni traboccano, non trovano l’alveo dove condensarsi e sembrano fuggire in fretta. Il dolore, comunque, non ritengo che sia sempre “male di vivere”. Il “male di vivere” è una formula che m’infastidisce. C’è il vivere con la sua diversità che qualcuno percepisce come male e altri addirittura come bene. Altro è il dolore, quello fisico e quello morale, fuori dalle formule e dalle metafore. L’esperienza del dolore come tale è orribile, è la fecondazione del nero che incombe e chiude gli orizzonti, ma fa parte della vita, e non potendolo cancellare bisogna farlo convivere con noi mai abbandonandovisi, ma mettendolo nel conto della realtà, del nostro cammino di uomini. Il dolore è necessario come la morte. L’uomo che nega il dolore nega la morte. Qual è il senso della morte per Dante Maffia? Non ho mai meditato sulla necessità del dolore e neppure su quella della morte. Sia col dolore e sia con la morte ho sempre avuto un rapporto quotidiano fatto di ripulse e d’innamoramenti, di accensioni e di liti, ma soltanto perché esistono e ci devo fare i conti. In ogni caso, è più accettabile la morte del dolore. La morte è uno scendere nell’assenza e sparire, il dolore è un peso che cambia i connotati alla sostanza del vivere. C’è qualcuno o qualcosa che regge i fili dell’esistenza umana? Come faccio a saperlo! Vorrei averne conoscenza, ma sembra che il muro è spesso e troppo alto e non si riesce a penetrare la cortina del mistero. I poeti ci hanno sempre provato, ottenendo appena delle briciole intraviste nel sogno. L’augurio, anzi la speranza, è che ci sia. Perfino un uomo come Giacomo Casanova nelle sue memorie si auspica la presenza di Dio e invidia i credenti per la loro fede. Un pensiero sul senso della vita. Il senso della vita sta tutto nell’amore vissuto fuori da ogni convenienza e da ogni condizionamento. L’amore in tutte le sue accezioni, in tutte le sue sfumature, nella pienezza di adesione totale all’altro. Ma naturalmente su ciò potremmo creare infinite definizioni e prospettare altrettante radure. Perché la parola vince, apre le tenebre e s’unisce alla sostanza degli esseri, genera modi stati riti regole per vivere e morire, non s’arrende all’inerzia della carta. (Tempo XIII) La poesia è un linguaggio delicato, sottile, essenziale, un linguaggio che chiede un’accurata ricerca esistenziale interiore ed esteriore, che si tramuta in espressione viva, vera, pulsante attraverso lo strumento della parola. Ma la velocità con cui si vivono oggi gli “attimi profondi” sembra voler derubare il poeta di quella necessaria intimità genuina, che gli concede di stabilire il miglior contatto tra il presente, sempre più fugace ed esigente, il transito del futuro e se stesso nella dimensione spazio-temporale. In questo “passaggio”, che vive una continua metamorfosi e che è il momento poetico, egli può avvertire il limite frustrante della parola? Tutto si gioca sulla parola. La parola è un vaso prezioso colmo di unguenti che però vanno usati con parsimonia e con la conoscenza adeguata e finalizzata. Molti hanno creduto, per un certo periodo, che di per sé la parola potesse compiere il miracolo della poesia indipendentemente dall’uso nel contesto in cui veniva posta e da tutta una serie di accorgimenti che la dispone in quella che qualcuno ha chiamato la sinfonia semantica. La parola è strumento, codice, significante duttile e malleabile ma bisogna saperla adoperare e trarne il lievito giusto al momento giusto, altrimenti si fa presenza addirittura sconcia e volgare, specchio di mediocrità e di banalità, di ovvia comunicazione. Se la parola nasce forgiata da un tempo senza tempo che assomma in sé i valori dell’uomo e ne indica i bagliori perduti e da ritrovare, allora può risultare un dono che arriva dal lontano mistero della vita, altrimenti è come una qualsiasi rosa avvizzita priva di profumo e di senso e può quindi diventare un limite, anche frustrante, per la poesia. Quanto sono importanti le sfumature e come possono offrirsi agli altri con l’uso della parola? Non è mai facile stabilire quali siano le sfumature e quali le cose dichiarate essenziali. Anche nella pittura spesso i maestri dell’arte hanno fatto ricorso a un particolare, a una sfumatura, per sottolineare l’essenza di una loro opera. La parola ha maggiori difficoltà perché non può servirsi di aiuti che non siano le stesse parole (a differenza della musica, della pittura e della scultura) e allora deve stare attenta a non cadere nel tranello del roboante, fare in modo che ogni parola sia una sfumatura. Cosa distingue la poesia dalla prosa, dal momento che, spesso, si crea un po’ di confusione? Ultimamente ho scritto qualche recensione tesa, quasi irritata, contro operazioni che ho chiamato «da falsari». Chi offre un libro di prosa e la chiama poesia commette una frode. Che poi genericamente si chiamino poesia anche alcuni brani de I promessi sposi è per rimarcare la bellezza e l’essenzialità del testo, è faccenda di comodo esplicativo. La poesia ha delle regole e dei principi che la rendono tale. Naturalmente queste regole e questi principi si possono rompere, offendere, lacerare, ma si deve partire sempre da ciò, altrimenti perché le pagine scritte non chiamarle con altro nome? Una volta mi è venuto da fare un esempio. Se io cerco un bicchiere, quale che sia il suo colore e quale che sia la sua forma, devono darmi un recipiente. Magari un recipiente piccolo, insignificante, di latta, di plastica, di vetro, ma il recipiente deve contenere almeno una goccia di liquido. Se invece mi viene dato un oggetto che non può contenere neppure una parte di goccia allora si tratta di altro. Perché ostinarsi a chiamarlo poesia?. Essere poeti è un dono “naturale” o si può imparare ad esserlo? É un’antica storia. Poeti si nasce o si diventa? Se pensiamo alla tecnica compositiva, al mestiere, per intenderci, chiunque può imparare a fare versi. Non è difficile comporre un sonetto e ancor meno difficile esprimersi in versi sciolti, anche se molti hanno pensato che i versi sciolti siano un banale andare a capo. La poesia, anche quando viene fuori libera da schemi, lontana dalle forme chiuse, porta con sé una sua armonia, un suo ritmo, un suo tono e qualcosa di, come chiamarlo? Magico. Ma questo qualcosa non si può imparare. Ho insegnato per un certo periodo Scrittura creativa. Una invenzione starei per dire imbecille, dove però si possono imparare le tecniche. C’erano allievi che sapevano mettere ogni cosa e ogni pensiero in versi, magari con le rime, con gli accenti giusti, ma non producevano mai una briciola di poesia; altri invece che arrancavano, ma facevano balenare qualcosa di inconsueto nelle parole. La verità è che non esistono, non possono esistere grandi poeti se non sono dotati di grande cultura (resa palpito senza peso) e se non hanno il guizzo divino che non si può né insegnare né imparare. Ogni uomo nasce con delle propensioni, delle inclinazioni, delle vocazioni, così come nasce alto, basso, nero, giallo, bianco, ammalato o in piena salute. C’è chi nasce poeta. Ovviamente per diventare importante bisogna che chi ci nasce sappia trarre tesoro dagli incontri, dalle letture, dagli scambi, dagli approfondimenti, dai confronti, dagli studi seri e perfino ossessivi. Dunque chi è il poeta del XXI secolo: un taumaturgo della parola e del suo puro significato? Un profeta che guarda al futuro? Una voce discordante adattata in un canto troppo rumoroso, disarmonico? O forse tutti e tre a seconda dei momenti? Il poeta del XXI secolo è lo stesso di quello del XIII e del XIX, nel senso che ha la medesima facoltà di canto, la stessa sensibilità, la stessa capacità di saper cogliere l’essenza del suo tempo e farla diventare essenza universale. É tutte le cose che lei propone, ma anche molte altre. É l’interprete di ciò che accade nei segreti della storia senza farsi storico o giudice, è una specie di folletto che non sa adeguarsi agli sconci e alle aporie del mondo e si divincola dai luoghi comuni. In sostanza è un essere che si rifiuta di adeguarsi e che tenta di infrangere ogni regola assuefatta per aprire la civiltà verso nuovi orizzonti. Vuole esprimere qualche pensiero sui poeti contemporanei? Cosa direbbe loro confrontandoli con i poeti del passato? Il Novecento poetico italiano è stato molto ricco, ha dato poeti straordinari, primo fra tutti Saba, poi Ungaretti, Quasimodo, Cardarelli, Sinisgalli, Gatto, Campana, Luzi. Ma se lei intende i miei coetanei è altra faccenda. Viviamo una grande confusione per colpa dei critici o della mancanza dei critici. Per lo più quelli che si danno da fare sono prezzolati e venduti al potere editoriale che in questo momento non sta esprimendosi al meglio. Ma perché dovrei dire loro qualcosa e confrontarli con i poeti del passato? Sono loro che dovrebbero fare il corpo a corpo giornaliero con i classici, confrontarsi, prenderne il nettare e poi fare i “contemporanei”. Senza radici non si va da nessuna parte e tutti gli edifici, anche quelli di mille piani, crollano. Qual è il rapporto fra storia e poesia? Un rapporto stretto, indissolubile. Chi ha pensato – e l’hanno pensato! – che la poesia fosse un’ancella sganciata dalla storia ha sempre sbagliato. Perfino Croce ha avuto questo vezzo. In realtà la poesia è sintesi perfetta della storia nella sua essenza, nei suoi tratti più veri e reconditi. Che poi il poeta deve avere l’abilità di dare un’impronta storica universale sta alla sua capacità, alla sua bravura. L’esempio più calzante è quello di Ungaretti: la sua guerra l’ha fatta diventare la guerra di tutti. La poesia si concepisce, poi si partorisce e infine… assume un aspetto mobile o immobile? Finito o eterno? Questa è una domanda complicata, nel senso che è posta già con delle affermazioni che non oso contestare. Però posso dire che se deve assumere un aspetto deve essere quello eterno, altrimenti si configura come una qualsiasi notizia di cronaca che si consuma in un giorno. Le poetesse: quanto nello scrivere versi c’è della natura generatrice della donna, del suo essere l’eletta al ruolo materno? Non ho mai pensato in termini di poeti e di poetesse, anche se sono del parere che la donna debba far sentire la sua femminilità, la sua diversità, il suo essere genitrice e non camuffare la sua voce. Ripeto spesso che ero irritato da quei critici che un tempo, quando volevano fare un complimento alle poetesse scrivevano che possedevano un accento virile. La donna che scrive deve restare donna. Esiste un particolare sacrificio che la poesia le viene a chiedere frequentemente? Sì, quello di non riconoscere la mediocrità neppure nelle persone a cui si vuole bene. La mediocrità inquina la mente e il cuore, uccide la bellezza, offusca la luce autentica. Pensa che la solitudine possa rendere migliori gli uomini? Esiste per Dante Maffia una solitudine saggia e costruttiva? La solitudine può rendere gli uomini migliori o peggiori, dipende da come si vive, da come la si affronta. Nell’accezione petrarchesca la solitudine è proficua, saggia e costruttiva, permette di scavare nel proprio io, di scandagliare misure umane e culturali che altrimenti diventerebbero devastazione della psiche. Ma se si restasse chiusi nei parametri di un circuito in cui c’è solo se stesso, non si avrebbe la misura della propria dimensione. Ha detto qualcuno che noi esistiamo proprio perché ci sono gli altri. E, dunque, ad un certo punto bisogna aprirsi, altrimenti invece che solitudine diventa egotismo, malattia incurabile, incapacità a sapersi confrontare. Crescendo s’impara a gridare Io volevo la città che colma le furie del sangue e immette in un andirivieni di speranze; volevo essere io stesso fiume grande immacolato che attraversa Roma. Così partii come partono i poeti senza nulla lasciare. Pronto di cuore, deciso a non farmi uccidere. Che cosa mi sfugge…arriva Un altro abbandona, tradisce la causa meridionale. Dietro ogni insegna c’è un cammino contorto interminabile. Cercare l’errore è una follia. L’anima resta sempre. Si può avere anche una casa grande, i quadri, i lampadari, i vasi cinesi. L’anima resta sempre contadina. Tempo II La mia patria non ebbe mai un sito: furia e dolcezza in un eterno scambio e i miei versi confusi con il tempo. Potessi ancora diventare Ulisse, Penelope riavere che accudisce tra le minacce un figlio. Queste sue poesie, come tante altre, non richiedono domande, poiché traducono in “vera emozione” ogni singolo segnetto colorato di nero, capace, per natura, di giungere dritto al cuore. Come il rumore di un albero secolare che viene estirpato dalle sue radici, risuona forte la malinconia dei versi di grandi e “piccoli” poeti calabresi, impregnati di un amore incompatibile (non possiamo non ricordare la triste tenerezza dei versi di Franco Costabile), che deve reggere l’insostenibile peso della lontananza, della rinuncia, che si piega di fronte all’esigenza di un sogno, di una necessità. Ma, per noi giovani calabresi, che viviamo quotidianamente questa meravigliosa terra con tutte le sue bellezze e amarezze, che mille volte ci chiediamo se restare o andare, le chiediamo qual è il legame, certamente unico, che custodisce, nella parte più intima di sé, della nostra terra, che è anche la sua? «Senza radici, senza un villaggio a cui pensare, senza legami si diventa anonime creature in balia di ammiccamenti occasionali e quindi privi di una vera ragione umana, di un’etica vera» è un pensiero di De Martino che condivido. Il mio legame con la Calabria è molto speciale, ma profondo, tenero, a volte assurdo. In Al macero dell’invisibile, il libro uscito di recente con Passigli, c’è una delle poesie che chiarisce il mio rapporto fatto di amore e di odio, come sempre accade. «La Calabria che lo scirocco sferza / non so se venendo o andando verso il mare. // La campagna ora arsa ora verde / con pompa magna di vigneti e ulivi // è sempre qui, ingombra la mia anima, / la tesse e la distesse nei giulivi // pomeriggi d’estate, negli inverni amari / e tristi d’ore interminabili. // La Calabria che pretende amore / – e non sa bene se sia donna o falco – // io la sradico, la esalto, la sotterro, / la benedico e maledico e poi // la invoco: madre, tomba, cielo, / condanna, luce che non tramonta mai, // casa aperta sul mare, / mio rifugio eterno». Sull’argomento sto scrivendo un romanzo. Tuttavia, al di là di ogni considerazione, la mia terra mi ha dato la più straordinaria misura umana che si possa immaginare, mi ha dato un metodo che mi ha permesso di affrontare la realtà diversa senza timori e senza esaltazioni, mi ha dato la consapevolezza dell’uomo. Altrove, ma soprattutto a Milano, l’uomo è al carro degli interessi, del guadagno, delle ambizioni; in Calabria interessi, guadagno e ambizioni sono al carro dell’uomo. Nonostante le devianze e gli esempi della ’ndrangheta. Non vi sembri poco. Qual è il suo rapporto con la natura? Quello di un orientale che la osserva, la contempla e se ne compiace. A volte scopro che le piante, i campi, le pietre, i fiori mi parlano. Sono i momenti di completa comunione col mondo, i momenti in cui mi sento completo. Ma detto così può sembrare un atteggiamento. Non sono uno che passeggia molto, ma ci sono odori che mi dilatano l’anima, quello del basilico, per esempio. Qual è, oltre al sublime piacere, il travaglio, il rischio e la responsabilità della conoscenza? C’è soprattutto un rischio. La conoscenza apre l’essere alla serenità e alla divinità che è dentro ogni cosa, ma se non è un’autentica conquista può far diventare superbi, far fiorire la iattanza. Quanto è fondamentale viaggiare per conoscere? Ci sono molte scuole di pensiero. In genere si dice che un viaggio equivale alla lettura di un migliaio di libri. Anche in questo caso bisogna vedere come si viaggia. Se lo si fa – come facevo quando ero giovane – soltanto per inquietudine, diciamo alla maniera di Alfieri, allora fa bene soltanto alla salute; se invece si viaggia riuscendo ad essere cittadino dei luoghi che si calpestano, anche se per poco, allora ci si accresce, perché bisogna fare i conti continuamente con la diversità: di sapori, di odori, di sguardi, di abitudini, di tradizioni, di storia. E questo dà un’aggiunta alla conoscenza e alla saggezza. Quanto è importante nella vita l’umorismo? Enormemente importante, perché fa vedere il lato debole di ogni cosa senza farne una tragedia. Ogni azione ha in sé un lato drammatico o tragico e uno umoristico. Il teatro convive sempre nelle sue varie diramazioni e dimensioni, tanto è vero che spesso un’opera tragica finisce in risata e viceversa. È importante anche perché fa venire fuori la sana risata che spesso risolve problemi ingarbugliati difficili da districare e mette tutti sullo stesso piano. Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno è un capolavoro che consiglio a tutti di leggere. Quale funzione dovrebbe avere, o ha, l’ironia? L’ironia può essere un’arma o diventare un boomerang. Un verso di Quasimodo dice presso a poco: «Per un po’ d’ironia si perde tutto». Altrove invece: «Ed ora ti ringrazio / dell’ironia che hai messo sul mio labbro / mite come la tua. / Quel sorriso m’ha salvato / da pianti e da dolori». Quando dice la verità? In entrambi i casi. L’ironia, comunque, nella vita quotidiana funziona se è dosata con circospezione, se è arma leggera come il fioretto. Se diventa sarcasmo oscura il dettato. Almeno in letteratura. La differenza più importante fra immagine e sostanza? Quanto vale l’una e quanto l’altra? Non c’è differenza. Soprattutto in letteratura l’immagine è sostanza. Ma su questo ci sarebbe da fare un lungo discorso con implicazioni filosofiche, estetiche che ci prenderebbe troppo spazio. Cosa pensa delle case editrici azienda, dell’attuale commercio delle opere letterarie, considerando che, oggi, i libri vengono venduti a peso, nel senso che più pesano, più valgono? Anche questa domanda avrebbe bisogno di una lunghissima risposta però di carattere sociologico, innanzi tutto, per poi entrare nello specifico letterario. Le opere vengono pubblicate per essere vendute, non c’è dubbio. Il fatto è che oggi si pubblicano opere che restano totalmente invendute. Ad un romanziere è stato chiesto ultimamente perché continuava a pubblicare visto che non vende. E come mai le case editrici importanti come Mondadori, Einaudi, Garzanti, Rizzoli, Guanda, continuano a pubblicarlo, visto che non vende una copia neppure alla suocera? Lui ha risposto che la storia letteraria si fa con i libri editi e non con quelli venduti. Ci vorrebbe dunque un’ampia analisi del problema che investe le scelte culturali, la scuola, la politica aziendale, il gusto, la morale. Si commettono troppi omicidi estetici oggi e se non si corre ai ripari sarà sempre più difficile difendere l’arte nella sua necessità e nel suo rigore. Troppe telenovelas, troppi cascami, troppe scorie, troppa ovvietà e troppa ignoranza. Il risultato è quello che vediamo. Sta alla politica rimboccarsi le maniche e decidere di dare una svolta cominciando dalla scuola. Qual è la differenza fra religione e fede? Questo è un campo minato. La religione, lo dice il dizionario, è un complesso di obblighi morali, di credenze, di pratiche. La fede invece è come la religiosità, un sentimento di riverenza nei confronti del divino; una piena adesione, per intervento della grazia, alla verità rivelata. Ma è argomento dei teologi. Forse lei voleva chiedermi se sono religioso e se ho fede. Sì, sono molto religioso «un cinico che ha fede in quel che fa». Fra cultura ed educazione? Mi riesce forse meglio dirle che cos’è per me un uomo colto e un uomo educato. L’uomo colto ha la capacità di adattarsi a qualsiasi evento per misurarsi con il nuovo, per acquisire la possibilità di andare oltre se stesso. L’uomo educato è chi osserva le regole imposte. Se l’uomo colto è anche troppo educato c’è qualcosa che non funziona nella sua cultura, c’è un errore, perché la cultura è sempre in movimento, non si accontenta dei raggiungimenti; l’educazione invece è uno standard che non ammette scompensi. Da non confondere, in ogni modo, cultura con erudizione, lo fanno in molti credendo che l’eccesso di conoscenza si risolva in cultura. Di Campanella, di Foscolo, di Leopardi ce ne sono pochi in giro… Che cos’è l’utopia? Per lunghi anni, almeno trentuno, ho avuto a che fare con Tommaso Campanella. Ho scritto un romanzo sulla sua vita e sulle sue idee ed ho curato il commento a tutte le sue poesie riuscendo a carpirgli qualche segreto. Dovrei essere in grado di rispondere canonicamente, invece mi piace dirle che l’utopia è l’esca dei poeti, il pianeta a cui bisogna anelare pur sapendo che non è raggiungibile. Soltanto in questo modo si possono percorrere lunghe distanze e rincorrere la verità, la quale non è un orizzonte immobile, sia chiaro. Qual è l’importanza di un sorriso? Mi piacerebbe che lei conoscesse un mio romanzo intitolato La regina dei gatti, edito da Maria Pacini Fazzi di Lucca. Comincia con il proseguimento, da me scritto, dell’If di Rudyard Kipling e all’inizio del primo capitolo si afferma che le carezze e il sorriso danno la vita. Senza retorica, il sorriso è l’apparire dell’angelo che sta dentro di noi, perciò la sua importanza è capitale. Scioglie i nodi delle ombre, dei dolori, dei sospetti, riesce a placare le belve. La Bella e la Bestia è imperniato sul concetto del sorriso; e c’è un film, mi pare con James Dean, che parla del sequestro di una ragazza da parte di un delinquente che si placa e si arrende perché lei gli sorride anche mentre viene strattonata e trattata male. Potrei continuare con molti esempi presi dalla letteratura, dall’arte, dal teatro e dal cinema, ma credo basti sapere che un sorriso può diventare la salvezza, in tutti i sensi. E della semplicità? La semplicità è forse ancora più importante, perché i semplici hanno sempre il sorriso in bocca. Nel Vangelo i semplici saranno ricevuti onorevolmente in cielo. In letteratura la semplicità è il raggiungimento massimo. Ogni poeta o narratore sogna di scrivere un libro così semplice che non abbia nessuna traccia letteraria, semplice come una polla d’acqua sorgiva. Immagini, dunque, che importanza ha la semplicità, da non confondere come fanno alcuni spocchiosi, con l’elementarità, con la sprovvedutezza. La semplicità è pienezza delle cose sfrondata dal superfluo; l’elementarità è il vuoto, la mancanza. Ama di più il giorno o la notte? Lei non poteva sapere che tra le prime cose da me scritte c’è una plaquette intitolata È più bella la notte. Avevo, se non ricordo male, circa sedici anni. «È più bella la notte / il giorno è oscuro…». Non dormo molto, non più di tre ore a notte. Così ho potuto utilizzare le ore notturne a leggere e a scrivere raddoppiando il tempo a mia disposizione. La notte è bella anche perché posso fare i conti con me stesso, crocifiggermi e rinascere. Faccio molte prove con me stesso, molte gare. E a perdere, purtroppo, siamo tutti e due. Fortuna, comunque, che tutto accade di notte. Cos’è l’arte? É un sogno ad occhi aperti che rigenera la vita, ma anche una passeggiata per luoghi sconosciuti da cui si ritorna diversi, più giovani, più belli, quasi eterni. Cosa la cultura? Credo di avere risposto, almeno in parte, parlando dell’importanza della cultura. Ma se ci ripenso dico che è la memoria del tempo, pur sapendo che le definizioni, per definizione, sono sintesi da integrare di continuo. I colori Troppi anni chiuso nel deserto, equipaggiato dal grido lunare o dalla malinconia del mare. Mi dicevo le nenie del vecchio paese, contavo le pietre, i vestiti.[…] Ho morso il rosso delle melagrane e il giallo delle arance con il cuore adombrato dal buio e dalle paure. La notte mi è stata vicina come una compagna. Ho camminato nel verde dei campi, tra i lampi. Borbottavano i grilli, le serpi Pencolavano dai fichi. Ho ascoltato per millenni Scorrere l’acqua nei barili, l’acqua-oro che toglie la sete.[…] L’inverno era lungo, ho parlato con la fiamma del focolare. Ho consumato le passioni umane nei racconti dei vecchi, anche i colori. Mi rimane un poco di grigio, l’arcobaleno è passato coi fragori. Lei pensa sia vero che il poeta, quando scrive, dipinge i suoi quadri? Dante Maffia è stato definito anche un astrattista, un surrealista (lei sottolinea, “meridionale”) della parola, della poesia… Qual è il legame tra realtà, sogno e memoria?Tra visibile e invisibile? Ho avuto molta dimestichezza con i pittori; ho conosciuto i più grandi dell’ultimo secolo, da De Chirico a Guttuso, da Attardi a Zigaina, da Ennio Calabria a Provino, da Turchiaro a Enotrio, a Mario Pitocco, a Ernesto Piccolo, a Sebastian Matta, a Dorazio, a Rotella, a Colacitti, ad Annigoni, ai fratelli Bueno, a Ortega, per fare soltanto qualche nome. Ho scritto, per la loro arte, saggi e articoli e ho frequentato i loro studi. É stato dunque naturale che i colori entrassero nella mia poesia. Durante i viaggi, la prima visita l’ho sempre fatta ai musei, dal Prado al Louvre. Sì, ho il piacere di dipingere a volte con le parole. Le parole hanno anche questo potere se si mettono al posto giusto e si fanno scintillare. La realtà, la mia realtà, non è molto diversa dai miei sogni, dalle memorie che mi trascino appresso; il visibile e l’invisibile sono per me sullo stesso piano. Del resto anche le azioni, gli eventi della mia vita ormai lontani è come se fossero pagine di libri. Ad un certo punto tutto si amalgama in una visione della vita che ci guida senza distinguere più tra scompartimenti stagni. «Ci vuole molta cultura e trovare la giusta misura per non far capire che colui che parla è, in fondo, un martire strumentalizzato dalla gente. Proprio quello che non vuole il poeta: diventare uno strumento degli altri». Queste le parole di Alda Merini in una sua intervista. Quanto condivide il suo pensiero? In che modo e misura la cultura può elevare lo spirito e la personalità dell’uomo? La Merini non è credibile, soprattutto quando teorizza, quando esprime concetti ed opinioni. In quel che fa si sente la mancanza di cultura, si avverte che lei parla per assonanze. Anche le sue poesie, che qualche volta fanno centro, non hanno rigore ed essenza, sembrano piuttosto sfoghi, pagine di un diario che è diventato monotono. Credo invece che il poeta faccia di tutto (lei per prima, soprattutto lei!) per diventare la propria poesia uno strumento degli altri. La cultura può elevare lo spirito e la personalità dell’uomo solo se è disinteressata, se è ricerca che non tiene conto degli assensi altrui. Non mi pare che la Merini sia su quest’onda. Lo dico con dispiacere. Chi può essere definito persona colta? Chi non sa di esserlo, chi istintivamente rifugge dalla mediocrità, chi non fa nulla per esibirsi, chi sa guardare e soprattutto ascoltare. Esiste una specifica umana qualità che cammina di pari passo con la cultura? Due qualità: la dignità e l’umiltà. Possono sopperire alla cultura intesa come acquisizione di saggezza e di atteggiamento giusto nei confronti della realtà. Lei è molto impegnato in eventi e ambienti culturali di vario genere. Il presidente Ciampi lo ha insignito di medaglia d’oro alla Cultura accanto a nomi quali Giuseppe Tornatore, Raffaele La Capria, Uto Ughi e altri ancora. Quali sono le difficoltà che ha incontrato in passato e quali, se ce ne sono, quelle che incontra nel presente? Nel passato ho incontrato le difficoltà più banali, non sono riuscito a procurarmi gli indirizzi degli scrittori che volevo incontrare. Un amico giornalista, dopo essersi vantato di frequentarli, mi negò il loro recapito. Altro no, perché quando io avevo venti anni esisteva ancora una civiltà artistica e letteraria e si potevano frequentare i poeti senza troppi problemi. Si potevano incontrare anche nelle librerie e al caffé. Poi c’è stata una specie di rivoluzione e gli scrittori si sono rintanati nelle loro case, non sono più disposti a dare retta ai giovani. Le difficoltà del presente? Non lo so, adesso io vivo lontano dai riflettori, dalle combriccole, dai gruppi. La letteratura si fa da soli, non in equipe. I tentativi di aggregazione sono sempre velleitari ed inutili. Nessun capolavoro è nato in compartecipazione. Qual è il miglior modo di lavorare e di porsi agli altri affinché, a tutti, arrivi più cultura? Scrivere articoli o libri che non contengano menzogne, scriverli con passione, con convinzione senza mai fermarsi alle apparenze. Per crescere culturalmente ognuno di noi ha bisogno di abbeverarsi a fonti chiare, prive di ambiguità e di trabocchetti. Quali parole offrirebbe ad un giovane poeta, scrittore o, comunque, artista affinché possa farne tesoro? Quelle di Rilke contenute in Lettera a un giovane poeta, e quelle del Racconto Zen che invita il giovane scrittore a leggere per anni e poi a presentarsi dal maestro per la verifica. Quando il giovane ritorna dopo aver letto migliaia di testi, il maestro gli consiglia di dimenticarli. Solo dopo aver fatto questo potrà a sua volta scrivere. Sono due belle lezioni, che arrivano subito al bersaglio. Quali libri di letteratura e poesia consiglierebbe di leggere? Ciò che capita, anche in maniera occasionale, caotica. La lettura è come un cesto di ciliegie, e una volta cominciato si va avanti perché arrivano suggerimenti da una serie di indicazioni sottese e che si fanno evidenti al momento in cui proseguiamo. Se devo fare un elenco diventa difficile, intanto però uno che si affaccia alla scrittura poetica non può trascurare almeno Omero (Iliade e Odissea), la Divina Commedia, la Gerusalemme liberata, L’adone e poi Goldoni, Alfieri, Foscolo… insomma, i classici, per arrivare subito ai contemporanei. Chi s’affaccia alla scrittura narrativa ne ha da vendere, da Apuleio, a Rabelais, da Cervantes a Sterne, da Tolstoi a Bulgakov, a Canetti. Anche se è risaputo che poi i poeti spesso leggono molta più prosa dei narratori e viceversa. Quali tra i vari libri da lei scritti sente particolarmente vicino? Dirò una banalità che tutti dicono, ma evidentemente nei luoghi comuni ci sono molte verità, più di quante se ne pensano. I libri pubblicati non li sento più miei, particolarmente vicino sento l’opera a cui sto lavorando. Lo stupore e l’amore sono due metà affini di un unico cibo diletto? Quanto, queste, possono operare “miracoli” nella vita? Dovrei ripetere cose dette. Lo stupore fa nuovo il mondo ogni mattina. Stupirsi del sole che sorge, di un prato fiorito, di uno scorcio di panorama, di due begli occhi è un dono immenso che rinnova le cellule del nostro corpo e dà beneficio all’anima. L’amore, naturalmente, è il motore che muove il sole e le altre stelle, che concima l’universo. Senza questo binomio, anzi senza questa medaglia a due facce, saremmo granelli grigi dispersi nell’aria, senza identità e senza voce. Vorrei che tutti potessero leggere le fiabe di Oscar Wilde in cui si assiste al trionfo dell’uno e dell’altro. I miracoli dell’amore sono davanti a noi ogni giorno, quelli dovuti allo stupore sono più rari, a causa dell’ottundimento che avviene negli uomini che non sanno aprire gli occhi e rendersi conto dell’armonia che c’è nelle cose, anche in quelle più semplici, più banali. Rilke dice: «Non tentare di comprendere la vita e allora ti sarà tutto una festa». Quanto si trova d’accordo? Prima ho proprio citato Rilke. Mi trovo d’accordo con lui totalmente, infatti, continuo ad “ardere d’inconsapevolezza” e non mi faccio domande angoscianti. Sono un uomo fortunato, ho l’amore e la poesia e so stupirmi di ogni cosa, di una magnolia che fiorisce, della luna calante, del brivido delle onde, del canto di un’allodola, del profumo di una minestra di fave e cicorie. Sono stupito anche di esistere e di aver trovato un’interlocutrice così acuta; sono stupito di suscitare attenzione ed interesse. Lo dico senza falsa modestia, anche se poi, ripensandoci, non trovo strano che accada tutto questo, anzi…La mia parola è il perfetto «incalco» (Alvaro) della mia anima, e la mia anima scalpita per troppa luce: «[...] aspetto anche la conchiglia che s’apra / e mi porti nella meraviglia della castità / nel disastro acceso dove tutto ha / possibilità di tramutare la morte in baci / cristallini in infiniti mattini di preghiera».

Monica Murano
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“L’anima della poesia elargisce emozioni danzanti”

Ci si deve spogliare di ogni sovrastruttura mentale e culturale, accostandosi con purezza d’animo, per accogliere limpidamente ogni palpito che Dante Maffia riesce a comunicare. Noto poeta, narratore, saggista, critico letterario, si è sempre visto responsabilmente impegnato nel mondo della cultura. Ha fondato e diretto due riviste: Il Policordo e Poetica, e attualmente dirige Polimnia, che ha visto il suo primo numero l’1 gennaio 2005; collabora alla rubrica dei libri della Rai e a molti periodici, tra cui Belfagor, Ide, Lunarionuovo, Misure critiche, Nuova Antologia, Poiesis. È, inoltre, redattore della rivista di Italianistica in Sud Africa e de Il Belli e corrispondente de La Naciòn. Autore di numerosi e prestigiosi libri di poesia, dei quali ricordiamo Il corpo della parola e Al macero dell’invisibile, le ultime sillogi pubblicate nel 2006; altrettanto importanti i lavori di narrativa quali, tra i più noti, Il romanzo di Tommaso Campanella in seconda edizione nel 2006, successivamente tradotta e pubblicata a Belgrado in lingua serba nel 2007, così come Mi faccio musulmano, 2004, tradotto ed edito in lingua bulgara nel 2006. Di saggistica citiamo Risalendo il Danubio – scritti su Claudio Magris, pubblicato nel 2005, Voci della scrittura calabrese, nel 2003 e Poeti italiani verso il nuovo millennio, ordito da saggi, recensioni e note sui poeti italiani degli ultimi decenni, edito nel 2003. Questi sono solo alcuni dei lavori dell’autore, dai quali traspare il suo mondo, chiaramente impregnato di emozioni, di desideri, di grandi e piccole cose che hanno quel gusto singolare da assaporare senza fine. Il poeta, instancabilmente coinvolto in una ricerca quasi ossessiva di tutto ciò che è stato e continua ad essere respiro, dona ad ogni sua composizione, in forme e dimensioni variopinte, un abito elegante e semplice insieme, che assume il piacevole suono di un’armonia rigeneratrice, dove l’anima è maestra e orchestra al contempo. Abbiamo il piacere di “leggere” un uomo che vive in simbiosi col tempo e che del tempo ne descrive i volti con voce sempre nuova e autentica. Come nasce il suo ultimo romanzo Il poeta e lo spazzino? Nasce un po’ per caso, un po’ per gioco, un po’ perché mi ha sempre incuriosito la vita di coloro i quali lavorano a tutte le ore e puliscono il mondo dalle scorie, dai rifiuti. Ho cercato sempre di immaginare le loro reazioni dinanzi alla massa enorme di immondizia da raccogliere, i loro commenti, i loro pensieri, le loro emozioni. Gli spazzini sono per lo più gente semplice che reagisce secondo il principio della naturalezza, e mi sono reso conto che la loro umanità è più ricca, spesso, di quella di molti intellettuali supponenti. Avevo comunque già trattato l’argomento, seppure con aspetti diversi, in Mi faccio musulmano, un mio romanzo uscito nel 2004 con le edizioni di Lepisma. Walter Veltroni, nella Prefazione, scrive: «Dante Maffia attraversa questa “mondezza” con le sue qualità di ottimo narratore e compie la magia di restituirci, da questa materia apparentemente vile, una ricchezza vitale che è bellezza e poesia». Condivide? Sì, condivido in pieno. La poesia si annida ovunque, basta snidarla, portarla allo scoperto, ma, come vado ripetendo senza stancarmi, ha bisogno di calore e di complicità, non solo di attenzione, di intelligenza e di cultura. Nei versi di una sua poesia, Non ho trovato stazioni, scrive: Ho attraversato oceani, sfidato gli uragani. Non ho trovato stazioni per riposarmi. Ho fatto file interminabili, cantato canzoni troppo lunghe. In un momento di alienazione dell’“essere” lei crede che la poesia sia capace di riconoscere il disordine, ordinarlo ed esprimerlo? Nonostante il suo scarso prestigio sociale, nonostante sia un fuggiasco senza stabile dimora, il poeta agisce o può agire coerentemente con la consapevolezza di essere “utile” all’umanità? La poesia, se è tale, riconosce tutto, anche il disordine. Quello interiore, naturalmente. E dopo averlo riconosciuto sa anche ordinarlo e farlo diventare specchio della condizione umana in transito o in divenire, con tutte le perplessità che ne conseguono e con tutti i rischi possibili. Ordinare, invece, il mondo esterno spetta ai politici che però sono più portati ad esprimerlo senza cercarne le motivazioni e le ragioni e senza preoccuparsi degli scempi che potrebbero derivarne. Il disordine, comunque, può essere una risorsa se resta sullo sfondo degli eventi e mette ansia e paura. Leggendo il suo ultimo libro s’incontrano Romolo e Richetto, che non se la sentono di distruggere gli album di fotografie di altri tempi gettati via insieme ai ricordi, o Rodolfo e Giulio, che si addormentano tra i bidoni dopo una sbronza alla Garbatella, o Alfonso, che trova una bimba abbandonata in un cassonetto. E allora il poeta «Deve coltivare la sua nevrosi, trovare una persona che lo sostiene moralmente ed economicamente e deve vagare per le strade cercando l’inconsueto, l’innocenza delle cose. Il poeta è cielo e latrina, morte e vita insieme», come lo spazzino? Ma certo, il poeta è uno spazzino, proprio perché ha il privilegio di poter guardare il mondo da un angolo particolare, senza giudicarlo, con la certezza che la sua parola, se è frutto di tensione alla catarsi, può dare una svolta al senso delle cose, alla realtà. Romolo, Richetto, Rodolfo, Giulio sono le varie facce di una condizione umana che deve sapere incontrarsi con la diversità, coi mutamenti, con l’imprevedibile e saperne fare tesoro. Ogni esperienza, si sa, arricchisce, e attraverso i comportamenti e i dialoghi degli spazzini ciò appare nella sua concretezza. Come definirebbe l’esperienza del dolore, inteso come “male di vivere”? Come scrive Goethe «Perché tutto questo dolore e tutto questo piacere»? Goethe è uno dei geni della poesia, ha saputo condensare millenni in un verso, ha saputo dare luce all’inconsueto e all’impalpabile, ma anche al consueto e al quotidiano. Nella pienezza dei sentimenti fa dire la frase che lei cita. Perché? Perché le emozioni traboccano, non trovano l’alveo dove condensarsi e sembrano fuggire in fretta. Il dolore, comunque, non ritengo che sia sempre “male di vivere”. Il “male di vivere” è una formula che m’infastidisce. C’è il vivere con la sua diversità che qualcuno percepisce come male e altri addirittura come bene. Altro è il dolore, quello fisico e quello morale, fuori dalle formule e dalle metafore. L’esperienza del dolore come tale è orribile, è la fecondazione del nero che incombe e chiude gli orizzonti, ma fa parte della vita, e non potendolo cancellare bisogna farlo convivere con noi mai abbandonandovisi, ma mettendolo nel conto della realtà, del nostro cammino di uomini. Il dolore è necessario come la morte. L’uomo che nega il dolore nega la morte. Qual è il senso della morte per Dante Maffia? Non ho mai meditato sulla necessità del dolore e neppure su quella della morte. Sia col dolore e sia con la morte ho sempre avuto un rapporto quotidiano fatto di ripulse e d’innamoramenti, di accensioni e di liti, ma soltanto perché esistono e ci devo fare i conti. In ogni caso, è più accettabile la morte del dolore. La morte è uno scendere nell’assenza e sparire, il dolore è un peso che cambia i connotati alla sostanza del vivere. C’è qualcuno o qualcosa che regge i fili dell’esistenza umana? Come faccio a saperlo! Vorrei averne conoscenza, ma sembra che il muro è spesso e troppo alto e non si riesce a penetrare la cortina del mistero. I poeti ci hanno sempre provato, ottenendo appena delle briciole intraviste nel sogno. L’augurio, anzi la speranza, è che ci sia. Perfino un uomo come Giacomo Casanova nelle sue memorie si auspica la presenza di Dio e invidia i credenti per la loro fede. Un pensiero sul senso della vita. Il senso della vita sta tutto nell’amore vissuto fuori da ogni convenienza e da ogni condizionamento. L’amore in tutte le sue accezioni, in tutte le sue sfumature, nella pienezza di adesione totale all’altro. Ma naturalmente su ciò potremmo creare infinite definizioni e prospettare altrettante radure. Perché la parola vince, apre le tenebre e s’unisce alla sostanza degli esseri, genera modi stati riti regole per vivere e morire, non s’arrende all’inerzia della carta. (Tempo XIII) La poesia è un linguaggio delicato, sottile, essenziale, un linguaggio che chiede un’accurata ricerca esistenziale interiore ed esteriore, che si tramuta in espressione viva, vera, pulsante attraverso lo strumento della parola. Ma la velocità con cui si vivono oggi gli “attimi profondi” sembra voler derubare il poeta di quella necessaria intimità genuina, che gli concede di stabilire il miglior contatto tra il presente, sempre più fugace ed esigente, il transito del futuro e se stesso nella dimensione spazio-temporale. In questo “passaggio”, che vive una continua metamorfosi e che è il momento poetico, egli può avvertire il limite frustrante della parola? Tutto si gioca sulla parola. La parola è un vaso prezioso colmo di unguenti che però vanno usati con parsimonia e con la conoscenza adeguata e finalizzata. Molti hanno creduto, per un certo periodo, che di per sé la parola potesse compiere il miracolo della poesia indipendentemente dall’uso nel contesto in cui veniva posta e da tutta una serie di accorgimenti che la dispone in quella che qualcuno ha chiamato la sinfonia semantica. La parola è strumento, codice, significante duttile e malleabile ma bisogna saperla adoperare e trarne il lievito giusto al momento giusto, altrimenti si fa presenza addirittura sconcia e volgare, specchio di mediocrità e di banalità, di ovvia comunicazione. Se la parola nasce forgiata da un tempo senza tempo che assomma in sé i valori dell’uomo e ne indica i bagliori perduti e da ritrovare, allora può risultare un dono che arriva dal lontano mistero della vita, altrimenti è come una qualsiasi rosa avvizzita priva di profumo e di senso e può quindi diventare un limite, anche frustrante, per la poesia. Quanto sono importanti le sfumature e come possono offrirsi agli altri con l’uso della parola? Non è mai facile stabilire quali siano le sfumature e quali le cose dichiarate essenziali. Anche nella pittura spesso i maestri dell’arte hanno fatto ricorso a un particolare, a una sfumatura, per sottolineare l’essenza di una loro opera. La parola ha maggiori difficoltà perché non può servirsi di aiuti che non siano le stesse parole (a differenza della musica, della pittura e della scultura) e allora deve stare attenta a non cadere nel tranello del roboante, fare in modo che ogni parola sia una sfumatura. Cosa distingue la poesia dalla prosa, dal momento che, spesso, si crea un po’ di confusione? Ultimamente ho scritto qualche recensione tesa, quasi irritata, contro operazioni che ho chiamato «da falsari». Chi offre un libro di prosa e la chiama poesia commette una frode. Che poi genericamente si chiamino poesia anche alcuni brani de I promessi sposi è per rimarcare la bellezza e l’essenzialità del testo, è faccenda di comodo esplicativo. La poesia ha delle regole e dei principi che la rendono tale. Naturalmente queste regole e questi principi si possono rompere, offendere, lacerare, ma si deve partire sempre da ciò, altrimenti perché le pagine scritte non chiamarle con altro nome? Una volta mi è venuto da fare un esempio. Se io cerco un bicchiere, quale che sia il suo colore e quale che sia la sua forma, devono darmi un recipiente. Magari un recipiente piccolo, insignificante, di latta, di plastica, di vetro, ma il recipiente deve contenere almeno una goccia di liquido. Se invece mi viene dato un oggetto che non può contenere neppure una parte di goccia allora si tratta di altro. Perché ostinarsi a chiamarlo poesia?. Essere poeti è un dono “naturale” o si può imparare ad esserlo? É un’antica storia. Poeti si nasce o si diventa? Se pensiamo alla tecnica compositiva, al mestiere, per intenderci, chiunque può imparare a fare versi. Non è difficile comporre un sonetto e ancor meno difficile esprimersi in versi sciolti, anche se molti hanno pensato che i versi sciolti siano un banale andare a capo. La poesia, anche quando viene fuori libera da schemi, lontana dalle forme chiuse, porta con sé una sua armonia, un suo ritmo, un suo tono e qualcosa di, come chiamarlo? Magico. Ma questo qualcosa non si può imparare. Ho insegnato per un certo periodo Scrittura creativa. Una invenzione starei per dire imbecille, dove però si possono imparare le tecniche. C’erano allievi che sapevano mettere ogni cosa e ogni pensiero in versi, magari con le rime, con gli accenti giusti, ma non producevano mai una briciola di poesia; altri invece che arrancavano, ma facevano balenare qualcosa di inconsueto nelle parole. La verità è che non esistono, non possono esistere grandi poeti se non sono dotati di grande cultura (resa palpito senza peso) e se non hanno il guizzo divino che non si può né insegnare né imparare. Ogni uomo nasce con delle propensioni, delle inclinazioni, delle vocazioni, così come nasce alto, basso, nero, giallo, bianco, ammalato o in piena salute. C’è chi nasce poeta. Ovviamente per diventare importante bisogna che chi ci nasce sappia trarre tesoro dagli incontri, dalle letture, dagli scambi, dagli approfondimenti, dai confronti, dagli studi seri e perfino ossessivi. Dunque chi è il poeta del XXI secolo: un taumaturgo della parola e del suo puro significato? Un profeta che guarda al futuro? Una voce discordante adattata in un canto troppo rumoroso, disarmonico? O forse tutti e tre a seconda dei momenti? Il poeta del XXI secolo è lo stesso di quello del XIII e del XIX, nel senso che ha la medesima facoltà di canto, la stessa sensibilità, la stessa capacità di saper cogliere l’essenza del suo tempo e farla diventare essenza universale. É tutte le cose che lei propone, ma anche molte altre. É l’interprete di ciò che accade nei segreti della storia senza farsi storico o giudice, è una specie di folletto che non sa adeguarsi agli sconci e alle aporie del mondo e si divincola dai luoghi comuni. In sostanza è un essere che si rifiuta di adeguarsi e che tenta di infrangere ogni regola assuefatta per aprire la civiltà verso nuovi orizzonti. Vuole esprimere qualche pensiero sui poeti contemporanei? Cosa direbbe loro confrontandoli con i poeti del passato? Il Novecento poetico italiano è stato molto ricco, ha dato poeti straordinari, primo fra tutti Saba, poi Ungaretti, Quasimodo, Cardarelli, Sinisgalli, Gatto, Campana, Luzi. Ma se lei intende i miei coetanei è altra faccenda. Viviamo una grande confusione per colpa dei critici o della mancanza dei critici. Per lo più quelli che si danno da fare sono prezzolati e venduti al potere editoriale che in questo momento non sta esprimendosi al meglio. Ma perché dovrei dire loro qualcosa e confrontarli con i poeti del passato? Sono loro che dovrebbero fare il corpo a corpo giornaliero con i classici, confrontarsi, prenderne il nettare e poi fare i “contemporanei”. Senza radici non si va da nessuna parte e tutti gli edifici, anche quelli di mille piani, crollano. Qual è il rapporto fra storia e poesia? Un rapporto stretto, indissolubile. Chi ha pensato – e l’hanno pensato! – che la poesia fosse un’ancella sganciata dalla storia ha sempre sbagliato. Perfino Croce ha avuto questo vezzo. In realtà la poesia è sintesi perfetta della storia nella sua essenza, nei suoi tratti più veri e reconditi. Che poi il poeta deve avere l’abilità di dare un’impronta storica universale sta alla sua capacità, alla sua bravura. L’esempio più calzante è quello di Ungaretti: la sua guerra l’ha fatta diventare la guerra di tutti. La poesia si concepisce, poi si partorisce e infine… assume un aspetto mobile o immobile? Finito o eterno? Questa è una domanda complicata, nel senso che è posta già con delle affermazioni che non oso contestare. Però posso dire che se deve assumere un aspetto deve essere quello eterno, altrimenti si configura come una qualsiasi notizia di cronaca che si consuma in un giorno. Le poetesse: quanto nello scrivere versi c’è della natura generatrice della donna, del suo essere l’eletta al ruolo materno? Non ho mai pensato in termini di poeti e di poetesse, anche se sono del parere che la donna debba far sentire la sua femminilità, la sua diversità, il suo essere genitrice e non camuffare la sua voce. Ripeto spesso che ero irritato da quei critici che un tempo, quando volevano fare un complimento alle poetesse scrivevano che possedevano un accento virile. La donna che scrive deve restare donna. Esiste un particolare sacrificio che la poesia le viene a chiedere frequentemente? Sì, quello di non riconoscere la mediocrità neppure nelle persone a cui si vuole bene. La mediocrità inquina la mente e il cuore, uccide la bellezza, offusca la luce autentica. Pensa che la solitudine possa rendere migliori gli uomini? Esiste per Dante Maffia una solitudine saggia e costruttiva? La solitudine può rendere gli uomini migliori o peggiori, dipende da come si vive, da come la si affronta. Nell’accezione petrarchesca la solitudine è proficua, saggia e costruttiva, permette di scavare nel proprio io, di scandagliare misure umane e culturali che altrimenti diventerebbero devastazione della psiche. Ma se si restasse chiusi nei parametri di un circuito in cui c’è solo se stesso, non si avrebbe la misura della propria dimensione. Ha detto qualcuno che noi esistiamo proprio perché ci sono gli altri. E, dunque, ad un certo punto bisogna aprirsi, altrimenti invece che solitudine diventa egotismo, malattia incurabile, incapacità a sapersi confrontare. Crescendo s’impara a gridare Io volevo la città che colma le furie del sangue e immette in un andirivieni di speranze; volevo essere io stesso fiume grande immacolato che attraversa Roma. Così partii come partono i poeti senza nulla lasciare. Pronto di cuore, deciso a non farmi uccidere. Che cosa mi sfugge…arriva Un altro abbandona, tradisce la causa meridionale. Dietro ogni insegna c’è un cammino contorto interminabile. Cercare l’errore è una follia. L’anima resta sempre. Si può avere anche una casa grande, i quadri, i lampadari, i vasi cinesi. L’anima resta sempre contadina. Tempo II La mia patria non ebbe mai un sito: furia e dolcezza in un eterno scambio e i miei versi confusi con il tempo. Potessi ancora diventare Ulisse, Penelope riavere che accudisce tra le minacce un figlio. Queste sue poesie, come tante altre, non richiedono domande, poiché traducono in “vera emozione” ogni singolo segnetto colorato di nero, capace, per natura, di giungere dritto al cuore. Come il rumore di un albero secolare che viene estirpato dalle sue radici, risuona forte la malinconia dei versi di grandi e “piccoli” poeti calabresi, impregnati di un amore incompatibile (non possiamo non ricordare la triste tenerezza dei versi di Franco Costabile), che deve reggere l’insostenibile peso della lontananza, della rinuncia, che si piega di fronte all’esigenza di un sogno, di una necessità. Ma, per noi giovani calabresi, che viviamo quotidianamente questa meravigliosa terra con tutte le sue bellezze e amarezze, che mille volte ci chiediamo se restare o andare, le chiediamo qual è il legame, certamente unico, che custodisce, nella parte più intima di sé, della nostra terra, che è anche la sua? «Senza radici, senza un villaggio a cui pensare, senza legami si diventa anonime creature in balia di ammiccamenti occasionali e quindi privi di una vera ragione umana, di un’etica vera» è un pensiero di De Martino che condivido. Il mio legame con la Calabria è molto speciale, ma profondo, tenero, a volte assurdo. In Al macero dell’invisibile, il libro uscito di recente con Passigli, c’è una delle poesie che chiarisce il mio rapporto fatto di amore e di odio, come sempre accade. «La Calabria che lo scirocco sferza / non so se venendo o andando verso il mare. // La campagna ora arsa ora verde / con pompa magna di vigneti e ulivi // è sempre qui, ingombra la mia anima, / la tesse e la distesse nei giulivi // pomeriggi d’estate, negli inverni amari / e tristi d’ore interminabili. // La Calabria che pretende amore / – e non sa bene se sia donna o falco – // io la sradico, la esalto, la sotterro, / la benedico e maledico e poi // la invoco: madre, tomba, cielo, / condanna, luce che non tramonta mai, // casa aperta sul mare, / mio rifugio eterno». Sull’argomento sto scrivendo un romanzo. Tuttavia, al di là di ogni considerazione, la mia terra mi ha dato la più straordinaria misura umana che si possa immaginare, mi ha dato un metodo che mi ha permesso di affrontare la realtà diversa senza timori e senza esaltazioni, mi ha dato la consapevolezza dell’uomo. Altrove, ma soprattutto a Milano, l’uomo è al carro degli interessi, del guadagno, delle ambizioni; in Calabria interessi, guadagno e ambizioni sono al carro dell’uomo. Nonostante le devianze e gli esempi della ’ndrangheta. Non vi sembri poco. Qual è il suo rapporto con la natura? Quello di un orientale che la osserva, la contempla e se ne compiace. A volte scopro che le piante, i campi, le pietre, i fiori mi parlano. Sono i momenti di completa comunione col mondo, i momenti in cui mi sento completo. Ma detto così può sembrare un atteggiamento. Non sono uno che passeggia molto, ma ci sono odori che mi dilatano l’anima, quello del basilico, per esempio. Qual è, oltre al sublime piacere, il travaglio, il rischio e la responsabilità della conoscenza? C’è soprattutto un rischio. La conoscenza apre l’essere alla serenità e alla divinità che è dentro ogni cosa, ma se non è un’autentica conquista può far diventare superbi, far fiorire la iattanza. Quanto è fondamentale viaggiare per conoscere? Ci sono molte scuole di pensiero. In genere si dice che un viaggio equivale alla lettura di un migliaio di libri. Anche in questo caso bisogna vedere come si viaggia. Se lo si fa – come facevo quando ero giovane – soltanto per inquietudine, diciamo alla maniera di Alfieri, allora fa bene soltanto alla salute; se invece si viaggia riuscendo ad essere cittadino dei luoghi che si calpestano, anche se per poco, allora ci si accresce, perché bisogna fare i conti continuamente con la diversità: di sapori, di odori, di sguardi, di abitudini, di tradizioni, di storia. E questo dà un’aggiunta alla conoscenza e alla saggezza. Quanto è importante nella vita l’umorismo? Enormemente importante, perché fa vedere il lato debole di ogni cosa senza farne una tragedia. Ogni azione ha in sé un lato drammatico o tragico e uno umoristico. Il teatro convive sempre nelle sue varie diramazioni e dimensioni, tanto è vero che spesso un’opera tragica finisce in risata e viceversa. È importante anche perché fa venire fuori la sana risata che spesso risolve problemi ingarbugliati difficili da districare e mette tutti sullo stesso piano. Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno è un capolavoro che consiglio a tutti di leggere. Quale funzione dovrebbe avere, o ha, l’ironia? L’ironia può essere un’arma o diventare un boomerang. Un verso di Quasimodo dice presso a poco: «Per un po’ d’ironia si perde tutto». Altrove invece: «Ed ora ti ringrazio / dell’ironia che hai messo sul mio labbro / mite come la tua. / Quel sorriso m’ha salvato / da pianti e da dolori». Quando dice la verità? In entrambi i casi. L’ironia, comunque, nella vita quotidiana funziona se è dosata con circospezione, se è arma leggera come il fioretto. Se diventa sarcasmo oscura il dettato. Almeno in letteratura. La differenza più importante fra immagine e sostanza? Quanto vale l’una e quanto l’altra? Non c’è differenza. Soprattutto in letteratura l’immagine è sostanza. Ma su questo ci sarebbe da fare un lungo discorso con implicazioni filosofiche, estetiche che ci prenderebbe troppo spazio. Cosa pensa delle case editrici azienda, dell’attuale commercio delle opere letterarie, considerando che, oggi, i libri vengono venduti a peso, nel senso che più pesano, più valgono? Anche questa domanda avrebbe bisogno di una lunghissima risposta però di carattere sociologico, innanzi tutto, per poi entrare nello specifico letterario. Le opere vengono pubblicate per essere vendute, non c’è dubbio. Il fatto è che oggi si pubblicano opere che restano totalmente invendute. Ad un romanziere è stato chiesto ultimamente perché continuava a pubblicare visto che non vende. E come mai le case editrici importanti come Mondadori, Einaudi, Garzanti, Rizzoli, Guanda, continuano a pubblicarlo, visto che non vende una copia neppure alla suocera? Lui ha risposto che la storia letteraria si fa con i libri editi e non con quelli venduti. Ci vorrebbe dunque un’ampia analisi del problema che investe le scelte culturali, la scuola, la politica aziendale, il gusto, la morale. Si commettono troppi omicidi estetici oggi e se non si corre ai ripari sarà sempre più difficile difendere l’arte nella sua necessità e nel suo rigore. Troppe telenovelas, troppi cascami, troppe scorie, troppa ovvietà e troppa ignoranza. Il risultato è quello che vediamo. Sta alla politica rimboccarsi le maniche e decidere di dare una svolta cominciando dalla scuola. Qual è la differenza fra religione e fede? Questo è un campo minato. La religione, lo dice il dizionario, è un complesso di obblighi morali, di credenze, di pratiche. La fede invece è come la religiosità, un sentimento di riverenza nei confronti del divino; una piena adesione, per intervento della grazia, alla verità rivelata. Ma è argomento dei teologi. Forse lei voleva chiedermi se sono religioso e se ho fede. Sì, sono molto religioso «un cinico che ha fede in quel che fa». Fra cultura ed educazione? Mi riesce forse meglio dirle che cos’è per me un uomo colto e un uomo educato. L’uomo colto ha la capacità di adattarsi a qualsiasi evento per misurarsi con il nuovo, per acquisire la possibilità di andare oltre se stesso. L’uomo educato è chi osserva le regole imposte. Se l’uomo colto è anche troppo educato c’è qualcosa che non funziona nella sua cultura, c’è un errore, perché la cultura è sempre in movimento, non si accontenta dei raggiungimenti; l’educazione invece è uno standard che non ammette scompensi. Da non confondere, in ogni modo, cultura con erudizione, lo fanno in molti credendo che l’eccesso di conoscenza si risolva in cultura. Di Campanella, di Foscolo, di Leopardi ce ne sono pochi in giro… Che cos’è l’utopia? Per lunghi anni, almeno trentuno, ho avuto a che fare con Tommaso Campanella. Ho scritto un romanzo sulla sua vita e sulle sue idee ed ho curato il commento a tutte le sue poesie riuscendo a carpirgli qualche segreto. Dovrei essere in grado di rispondere canonicamente, invece mi piace dirle che l’utopia è l’esca dei poeti, il pianeta a cui bisogna anelare pur sapendo che non è raggiungibile. Soltanto in questo modo si possono percorrere lunghe distanze e rincorrere la verità, la quale non è un orizzonte immobile, sia chiaro. Qual è l’importanza di un sorriso? Mi piacerebbe che lei conoscesse un mio romanzo intitolato La regina dei gatti, edito da Maria Pacini Fazzi di Lucca. Comincia con il proseguimento, da me scritto, dell’If di Rudyard Kipling e all’inizio del primo capitolo si afferma che le carezze e il sorriso danno la vita. Senza retorica, il sorriso è l’apparire dell’angelo che sta dentro di noi, perciò la sua importanza è capitale. Scioglie i nodi delle ombre, dei dolori, dei sospetti, riesce a placare le belve. La Bella e la Bestia è imperniato sul concetto del sorriso; e c’è un film, mi pare con James Dean, che parla del sequestro di una ragazza da parte di un delinquente che si placa e si arrende perché lei gli sorride anche mentre viene strattonata e trattata male. Potrei continuare con molti esempi presi dalla letteratura, dall’arte, dal teatro e dal cinema, ma credo basti sapere che un sorriso può diventare la salvezza, in tutti i sensi. E della semplicità? La semplicità è forse ancora più importante, perché i semplici hanno sempre il sorriso in bocca. Nel Vangelo i semplici saranno ricevuti onorevolmente in cielo. In letteratura la semplicità è il raggiungimento massimo. Ogni poeta o narratore sogna di scrivere un libro così semplice che non abbia nessuna traccia letteraria, semplice come una polla d’acqua sorgiva. Immagini, dunque, che importanza ha la semplicità, da non confondere come fanno alcuni spocchiosi, con l’elementarità, con la sprovvedutezza. La semplicità è pienezza delle cose sfrondata dal superfluo; l’elementarità è il vuoto, la mancanza. Ama di più il giorno o la notte? Lei non poteva sapere che tra le prime cose da me scritte c’è una plaquette intitolata È più bella la notte. Avevo, se non ricordo male, circa sedici anni. «È più bella la notte / il giorno è oscuro…». Non dormo molto, non più di tre ore a notte. Così ho potuto utilizzare le ore notturne a leggere e a scrivere raddoppiando il tempo a mia disposizione. La notte è bella anche perché posso fare i conti con me stesso, crocifiggermi e rinascere. Faccio molte prove con me stesso, molte gare. E a perdere, purtroppo, siamo tutti e due. Fortuna, comunque, che tutto accade di notte. Cos’è l’arte? É un sogno ad occhi aperti che rigenera la vita, ma anche una passeggiata per luoghi sconosciuti da cui si ritorna diversi, più giovani, più belli, quasi eterni. Cosa la cultura? Credo di avere risposto, almeno in parte, parlando dell’importanza della cultura. Ma se ci ripenso dico che è la memoria del tempo, pur sapendo che le definizioni, per definizione, sono sintesi da integrare di continuo. I colori Troppi anni chiuso nel deserto, equipaggiato dal grido lunare o dalla malinconia del mare. Mi dicevo le nenie del vecchio paese, contavo le pietre, i vestiti.[…] Ho morso il rosso delle melagrane e il giallo delle arance con il cuore adombrato dal buio e dalle paure. La notte mi è stata vicina come una compagna. Ho camminato nel verde dei campi, tra i lampi. Borbottavano i grilli, le serpi Pencolavano dai fichi. Ho ascoltato per millenni Scorrere l’acqua nei barili, l’acqua-oro che toglie la sete.[…] L’inverno era lungo, ho parlato con la fiamma del focolare. Ho consumato le passioni umane nei racconti dei vecchi, anche i colori. Mi rimane un poco di grigio, l’arcobaleno è passato coi fragori. Lei pensa sia vero che il poeta, quando scrive, dipinge i suoi quadri? Dante Maffia è stato definito anche un astrattista, un surrealista (lei sottolinea, “meridionale”) della parola, della poesia… Qual è il legame tra realtà, sogno e memoria?Tra visibile e invisibile? Ho avuto molta dimestichezza con i pittori; ho conosciuto i più grandi dell’ultimo secolo, da De Chirico a Guttuso, da Attardi a Zigaina, da Ennio Calabria a Provino, da Turchiaro a Enotrio, a Mario Pitocco, a Ernesto Piccolo, a Sebastian Matta, a Dorazio, a Rotella, a Colacitti, ad Annigoni, ai fratelli Bueno, a Ortega, per fare soltanto qualche nome. Ho scritto, per la loro arte, saggi e articoli e ho frequentato i loro studi. É stato dunque naturale che i colori entrassero nella mia poesia. Durante i viaggi, la prima visita l’ho sempre fatta ai musei, dal Prado al Louvre. Sì, ho il piacere di dipingere a volte con le parole. Le parole hanno anche questo potere se si mettono al posto giusto e si fanno scintillare. La realtà, la mia realtà, non è molto diversa dai miei sogni, dalle memorie che mi trascino appresso; il visibile e l’invisibile sono per me sullo stesso piano. Del resto anche le azioni, gli eventi della mia vita ormai lontani è come se fossero pagine di libri. Ad un certo punto tutto si amalgama in una visione della vita che ci guida senza distinguere più tra scompartimenti stagni. «Ci vuole molta cultura e trovare la giusta misura per non far capire che colui che parla è, in fondo, un martire strumentalizzato dalla gente. Proprio quello che non vuole il poeta: diventare uno strumento degli altri». Queste le parole di Alda Merini in una sua intervista. Quanto condivide il suo pensiero? In che modo e misura la cultura può elevare lo spirito e la personalità dell’uomo? La Merini non è credibile, soprattutto quando teorizza, quando esprime concetti ed opinioni. In quel che fa si sente la mancanza di cultura, si avverte che lei parla per assonanze. Anche le sue poesie, che qualche volta fanno centro, non hanno rigore ed essenza, sembrano piuttosto sfoghi, pagine di un diario che è diventato monotono. Credo invece che il poeta faccia di tutto (lei per prima, soprattutto lei!) per diventare la propria poesia uno strumento degli altri. La cultura può elevare lo spirito e la personalità dell’uomo solo se è disinteressata, se è ricerca che non tiene conto degli assensi altrui. Non mi pare che la Merini sia su quest’onda. Lo dico con dispiacere. Chi può essere definito persona colta? Chi non sa di esserlo, chi istintivamente rifugge dalla mediocrità, chi non fa nulla per esibirsi, chi sa guardare e soprattutto ascoltare. Esiste una specifica umana qualità che cammina di pari passo con la cultura? Due qualità: la dignità e l’umiltà. Possono sopperire alla cultura intesa come acquisizione di saggezza e di atteggiamento giusto nei confronti della realtà. Lei è molto impegnato in eventi e ambienti culturali di vario genere. Il presidente Ciampi lo ha insignito di medaglia d’oro alla Cultura accanto a nomi quali Giuseppe Tornatore, Raffaele La Capria, Uto Ughi e altri ancora. Quali sono le difficoltà che ha incontrato in passato e quali, se ce ne sono, quelle che incontra nel presente? Nel passato ho incontrato le difficoltà più banali, non sono riuscito a procurarmi gli indirizzi degli scrittori che volevo incontrare. Un amico giornalista, dopo essersi vantato di frequentarli, mi negò il loro recapito. Altro no, perché quando io avevo venti anni esisteva ancora una civiltà artistica e letteraria e si potevano frequentare i poeti senza troppi problemi. Si potevano incontrare anche nelle librerie e al caffé. Poi c’è stata una specie di rivoluzione e gli scrittori si sono rintanati nelle loro case, non sono più disposti a dare retta ai giovani. Le difficoltà del presente? Non lo so, adesso io vivo lontano dai riflettori, dalle combriccole, dai gruppi. La letteratura si fa da soli, non in equipe. I tentativi di aggregazione sono sempre velleitari ed inutili. Nessun capolavoro è nato in compartecipazione. Qual è il miglior modo di lavorare e di porsi agli altri affinché, a tutti, arrivi più cultura? Scrivere articoli o libri che non contengano menzogne, scriverli con passione, con convinzione senza mai fermarsi alle apparenze. Per crescere culturalmente ognuno di noi ha bisogno di abbeverarsi a fonti chiare, prive di ambiguità e di trabocchetti. Quali parole offrirebbe ad un giovane poeta, scrittore o, comunque, artista affinché possa farne tesoro? Quelle di Rilke contenute in Lettera a un giovane poeta, e quelle del Racconto Zen che invita il giovane scrittore a leggere per anni e poi a presentarsi dal maestro per la verifica. Quando il giovane ritorna dopo aver letto migliaia di testi, il maestro gli consiglia di dimenticarli. Solo dopo aver fatto questo potrà a sua volta scrivere. Sono due belle lezioni, che arrivano subito al bersaglio. Quali libri di letteratura e poesia consiglierebbe di leggere? Ciò che capita, anche in maniera occasionale, caotica. La lettura è come un cesto di ciliegie, e una volta cominciato si va avanti perché arrivano suggerimenti da una serie di indicazioni sottese e che si fanno evidenti al momento in cui proseguiamo. Se devo fare un elenco diventa difficile, intanto però uno che si affaccia alla scrittura poetica non può trascurare almeno Omero (Iliade e Odissea), la Divina Commedia, la Gerusalemme liberata, L’adone e poi Goldoni, Alfieri, Foscolo… insomma, i classici, per arrivare subito ai contemporanei. Chi s’affaccia alla scrittura narrativa ne ha da vendere, da Apuleio, a Rabelais, da Cervantes a Sterne, da Tolstoi a Bulgakov, a Canetti. Anche se è risaputo che poi i poeti spesso leggono molta più prosa dei narratori e viceversa. Quali tra i vari libri da lei scritti sente particolarmente vicino? Dirò una banalità che tutti dicono, ma evidentemente nei luoghi comuni ci sono molte verità, più di quante se ne pensano. I libri pubblicati non li sento più miei, particolarmente vicino sento l’opera a cui sto lavorando. Lo stupore e l’amore sono due metà affini di un unico cibo diletto? Quanto, queste, possono operare “miracoli” nella vita? Dovrei ripetere cose dette. Lo stupore fa nuovo il mondo ogni mattina. Stupirsi del sole che sorge, di un prato fiorito, di uno scorcio di panorama, di due begli occhi è un dono immenso che rinnova le cellule del nostro corpo e dà beneficio all’anima. L’amore, naturalmente, è il motore che muove il sole e le altre stelle, che concima l’universo. Senza questo binomio, anzi senza questa medaglia a due facce, saremmo granelli grigi dispersi nell’aria, senza identità e senza voce. Vorrei che tutti potessero leggere le fiabe di Oscar Wilde in cui si assiste al trionfo dell’uno e dell’altro. I miracoli dell’amore sono davanti a noi ogni giorno, quelli dovuti allo stupore sono più rari, a causa dell’ottundimento che avviene negli uomini che non sanno aprire gli occhi e rendersi conto dell’armonia che c’è nelle cose, anche in quelle più semplici, più banali. Rilke dice: «Non tentare di comprendere la vita e allora ti sarà tutto una festa». Quanto si trova d’accordo? Prima ho proprio citato Rilke. Mi trovo d’accordo con lui totalmente, infatti, continuo ad “ardere d’inconsapevolezza” e non mi faccio domande angoscianti. Sono un uomo fortunato, ho l’amore e la poesia e so stupirmi di ogni cosa, di una magnolia che fiorisce, della luna calante, del brivido delle onde, del canto di un’allodola, del profumo di una minestra di fave e cicorie. Sono stupito anche di esistere e di aver trovato un’interlocutrice così acuta; sono stupito di suscitare attenzione ed interesse. Lo dico senza falsa modestia, anche se poi, ripensandoci, non trovo strano che accada tutto questo, anzi…La mia parola è il perfetto «incalco» (Alvaro) della mia anima, e la mia anima scalpita per troppa luce: «[...] aspetto anche la conchiglia che s’apra / e mi porti nella meraviglia della castità / nel disastro acceso dove tutto ha / possibilità di tramutare la morte in baci / cristallini in infiniti mattini di preghiera».


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