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Giorno dei Morti: le tante tradizioni italiane del 2 novembre




In parecchie località, specie in Italia meridionale, è usanza di preparare dolciumi, definiti infatti dolci dei morti, per celebrare la giornata

La Commemorazione dei defunti, chiamata anche Giorno dei Morti, è una ricorrenza che i cattolici celebrano il 2 novembre. All'interno del calendario liturgico cade il giorno seguente la Festività di Tutti i Santi del 1 novembre.
 
Nel vecchio ordine (vetus ordo) del rito romano si prevedeva che quando il 2 novembre cadeva la domenica, la ricorrenza si celebrava il giorno seguente. In Italia, benché per molti cristiani sia un giorno festivo, non è mai stato ufficialmente istituito come una festività.
 
Solitamente nel giorno del ricordo dei defunti è consuetudine far visita ai cimiteri e camposanto che per l'occasione aprono ad orari straordinari, portando in dono fiori e crisantemi al cospetto delle tombe dei propri cari. In parecchie località, specie in Italia meridionale, è usanza  preparare dolciumi, definiti infatti dolci dei morti, per celebrare la giornata.
 
In Sicilia nel corso della notte di Ognissanti esiste la credenza che i morti della famiglia regalino ai bambini dolci caratteristici insieme alla frutta di Martorana. Nelle zone della provincia di Massa Carrara esiste l'occasione del bèn d'i morti, in cui vi è la credenza che gli estinti lasciassero in eredità alla propria famiglia l'onere di distribuire cibo ai più bisognosi, mentre i possessori delle cantine offrivano ai bisognosi un bicchiere di vino mentre ai più piccoli veniva messa al collo una collana di mele e castagne bollite.
 
Sul monte Argentario un tempo vi era la tradizione cucire delle grandi tasche sui vestiti dei bambini orfani, cosicchè chiunque potesse offrir loro qualcosa, cibo o denaro. Vi era anche l'usanza di porre delle scarpine sulle tombe dei bimbi defunti in quanto vi era la credenza che la notte del 2 novembre le loro anime tornassero tra i vivi.
 
In Puglia, nelle zone di Foggia e Barletta, nel giorno dei morti viene preparata la cosiddetta colva, un dolce di grano cotto, con cioccolato fondente, noci e mandorle tritate, uva passa, chicchi di melagrana e condito con zucchero e vincotto. In Italia Meridionale, nelle comunità dell'Eparchia di Lungro e dell'Eparchia di Piana degli Albanesi vengono commemorati i defunti seguendo la tradizione orientale di rito greco-bizantino. Le celebrazioni hanno luogo nelle settimane che precedono la Quaresima.
 
Secondo la tradizionale cultura di molte zone italiane, la notte del Giorno dei Morti le anime dei defunti ritornerebbero dall'al di là svolgendo delle vere e proprie processioni per le vie dei borghi e delle città. In altre zone, cosi come avviene tra le popolazioni che celebrano la Festa di Halloween, era tradizione intagliare le zucche porgendovi una candela all'interno utilizzandole come lanterne.
In Friuli Venezia Giulia si lascia un lume acceso, un secchio d’acqua e un tozzo di pane, in Veneto, per scongiurare la tristezza, gli amanti offrono alle promesse spose un sacchetto contenente fave in pasta frolla colorata, chiamate "Ossi da Morti".
 
In Trentino Alto Adige le campane risuonano per moltissime ore a per radunare le anime intorno alle case spiando alle finestre. Per questo motivo, è consuetudine lasciare la tavola apparecchiata col focolare acceso per tutta la notte. In Piemonte, nelle zone della Val d'Ossola, il due novembre, dopo il vespro, le famiglie si recano al gran completo in visita al cimitero, abbandonando discretamente le case, perché le anime dei trapassati possano rifocillarsi a loro agio: durante questo banchetto, i morti parlano fra loro, predicendo l'avvenire dei propri congiunti. La sera di Ognissanti, ossia alla vigilia del giorno dei morti, sempre in Piemonte, è vivo il costume di radunarsi a recitare il rosario tra parenti e a cenare con le castagne. Finita la cena, la tavola non viene sparecchiata: rimane imbandita col resto avanzato. Verranno i trapassati a cibarsene. In Umbria vengono prodotti i tipici dolcetti a forma di fava, chiamati "Stinchetti dei Morti", che vengono mangiati il giorno dei morti per mitigare la tristezza per i cari che on ci sono più.
 
In Liguria il giorno dei morti vengono preparati i "bacilli" che sono fave secche e i "balletti" che sono castagne bollite. In Sardegna la mattina del giorno dei morti ragazzi vanno di porta in porta a chiedere le offerte ricevendo in dono il pane fatto casereccio, fave, fichi secchi, mandorle, uva passa e dolci. La sera del primo novembre si accendono i lumini lasciando la tavola apparecchiata.
In Abruzzo, si lascia il tavolo da pranzo apparecchiato, con dei lumini accesi alla finestra, e i bimbi vengono mandati a dormire con un cartoccio di fave dolci. Nel cremonese ci si alza la mattina presto e vengono sistemati subito i letti affinché le anime dei propri cari possano trovarvi riposo. Si gira poi per le abitazioni raccogliendo pane e farina per cucinare dolci tipici chiamati "ossa dei morti". 
A Roma infine, il giorno dei morti, si consumava il pasto accanto alla tomba di un parente morto per tenergli compagnia. Altra tradizione capitolina era una cerimonia di suffragio per i defunti che avevano trovato la morte nel Tevere. La cerimonia aveva luogo la sera sulle sponde del fiume al lume delle torce.
 
 
Fonte: targatocn.it
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Cosa ci accade dopo la morte? Le ricerche straordinarie di Roberto Zamperini

“Dopo la morte cosa accade?”  Cercò di rispondere, con le sue ricerche, anche Roberto Zamperini,  il fondatore della Tecnica Energo-Vibrazionale.  Ancora una volta uno delle  preziosissime trattazioni dal blog “Zaro41″ 

Nel lungo scritto che pubblichiamo, Roberto Zamperini, spiegò alcuni interessanti principi. In sintesi:

- “noi abbiamo sette corpi sottili, non tutti egualmente sviluppati per ciascuno di noi.”

- “La Cellula madre è un campo energetico che ordina, guida e controlla la cellula iniziale, ma presto si trova a guidare un individuo con un cuore, un cervello, un apparato muscolare e uno osseo, un apparato digerente, eccetera.”

- “Quando moriamo sopravvivono i corpi sottili con i rispettivi chakra, nonché, ovviamente, le rispettive Cellule Madri.”

- “Con il tempo, si “dissolvono” i vari corpi sottili, con i rispettivi chakra di quella dimensione.”

L’intera trattazione è sul blog di Zamperini in una serie di post collegati e, per la ricchezza di concetti che contiene, richiede davvero una lettura molto attenta.

“I corpi sottili dell’uomo e le ottave

L’essere umano possiede potenzialmente sette veicoli, o se preferite, sette corpi. A questi si danno tradizionalmente dei nomi sui quali il sottoscritto è assai poco d’accordo.

Una volta per tutte proporrei di chiamarli così:

1) CORPO FISICO O BIOLOGICO che è quello che ben conosciamo. E’ anche quello che scompare alla nostra dipartita.

2) CORPO ASTRALE INFERIORE o emozionale inferiore o, meglio, SECONDO CORPO.

3) CORPO ASTRALE SUPERIORE o emozionale superiore o, meglio, TERZO CORPO.

4) CORPO MENTALE INFERIORE che da tempo propongo di chiamare RAZIONALE INFERIORE (anche le emozioni sono “mente”).

5) CORPO MENTALE SUPERIORE che da tempo propongo di chiamare RAZIONALE SUPERIORE (anche le emozioni sono “mente”).

6) ISPIRAZIONALE INFERIORE e non come chiamato da molti “spirituale” altrimenti non so che significato dare alla parola “spirituale” (Lo spirito non ha un corpo, se no non è uno spirito: contraddizione in termini).

7) ISPIRAZIONALE SUPERIORE e non come chiamato da molti “spirituale” altrimenti non so che significato dare alla parola “spirituale” (Lo spirito non ha un corpo, se no non è uno spirito: contraddizione in termini).

Sulle caratteristiche di ciascun corpo vi prego di andarvi a leggere La Cellula Madre.

Ciò premesso, mettiamo qualche puntino sulle “i”.

PRIMO PUNTO

Non tutti gli apparenti umani sono umani, quindi non tutti possiedono l’armamentario di cui sopra.

Non mi fate domande in merito: non vi risponderò. Vi dico solo questo, affinché alziate le vostre antenne sulle molte (troppe) pseudo-informazioni che infestano il nostro campo, generalmente veicolate su Internet.

(…)

SECONDO PUNTO

Non è vero che tutti gli umani-umani possiedano tutti i sette corpi di cui sopra.

La maggior parte degli  umani arriva tutt’al più fino ad una sorta abbozzo di Quarto Corpo e non va oltre. Pochissimi – una ristretta minoranza – possiedono il Sesto ed il Settimo.

TERZO PUNTO

Non tutti quelli che arrivano al Settimo Corpo possiedono tutti e sette i corpi egualmente sviluppati. Esempio: si può avere un Settimo assai sviluppato ed un Sesto appena abbozzato e così via. Su questi concetti vi prego di andarvi a leggere La Cellula Madre.

QUARTO PUNTO

Alla nostra morte (almeno questa è la mia opinione) muore il Primo Corpo e ci si trasferisce armi e bagagli al Secondo.

Dopo questa perdita (= morte) si perdono via via gli altri corpi più o meno in sequenza. Se si possedeva solo un abbozzo di Quarto, ad esempio, che succede dopo?

E’ quello che gli Antichi chiamavano “seconda morte” alla quale corrisponde il bagno nel fiume Lete (leggete il libro VI dell’Eneide che vi spiega tutto con la massima chiarezza) e dunque l’oblio. Si perde totalmente la memoria di ciò che si era, per prepararsi a una nuova incarnazione. E’ di fatto la morte del vecchio individuo (individuo = in dividuus, ovvero che non può essere diviso, ma non certo immortale!) e si acquisiscono altri sette potenziali corpi.

Vi prego di meditare su quel “potenziali”. Sta a significare che non è affatto vero che avremo di sicuro sette corpi. Potremmo averne tre o quattro. Dipenderà da quello che saremo diventati nella nuova incarnazione e da quello che faremo una volta incarnati. Nel senso ordinario del termine, la seconda morte corrisponde ad una morte definitiva, senza immortalità.

Gli Antichi non credevano affatto all’immortalità della cosiddetta anima. Dopo la seconda morte, si è morti e, quando ci si reincarna, si è altri individui, con, tutt’al più, vaghe reminiscenze di ciò che si è stati in altre vite. Per chiedersela con Cicerone: Cui Bono?

A che serve? A cosa serve A ME? Sono morto e per sempre. Insomma: niente immortalità! Dura Lex Sed Lex!

 

L’immortalità dell’individuo è possibile solo, secondo gli Antichi e anche secondo chi scrive, in seguito ad un’Iniziazione. Ne ho parlato più volte.
QUINTO PUNTO.

Chi possiede anche il Settimo Corpo e gli altri sviluppati in varia misura (insomma, quali più, quali meno) può accedere alla Seconda Ottava. (Può, non deve!). Quanti vi accedono? Temo pochissimi, ma proprio pochissimi pochissimi.

Cos’è la seconda ottava?

E’, come nella scala musicale, la riproposizione “pari pari” della Prima, con una sorta di replica dei sette corpi un’ottava sopra.

A che pro? Il fatto è che questi “secondi” corpi appartengono a dimensioni ancor più sottili delle precedenti. Infatti ad ognuno dei sette corpi corrisponde una dimensione nella quale ci si esprime.  Sulle sue caratteristiche vi prego di andarvi a leggere La Cellula Madre. I corpi della seconda ottava hanno il potere di influire potentemente su quelli della prima.

Il Primo Corpo della Seconda Ottava influisce sul Primo Corpo della Prima Ottava, potendolo modificare. Esempio: certi guaritori naturali.  Il Secondo Corpo della Seconda Ottava influisce sul Secondo Corpo della Prima Ottava, potendolo modificare. Esempio: le persone che hanno un effetto potente sulle emozioni degli altri. E così via.

Che fine fanno le ottave dopo la morte?

Da tutto questo si deduce che i defunti possiedono la Seconda Ottava se la possedevano da vivi, altrimenti nisba.

Chi sta in Prima Ottava morirà in Prima Ottava. Se tutti i parenti di Skyluke stanno in Seconda Ottava me ne rallegro con lui e la sua schiatta, ma nutro qualche dubbio che sia proprio così!

Gli  individui che hanno qualche corpo sviluppato nella seconda ottava, sono più spirituali che altri?

E se così fosse, cosa significa “essere spirituali”?

Quelli che stanno in seconda ottava hanno raggiunto l’immortalità’?

Si può diventare più spirituali? Esiste un’evoluzione spirituale? Se sono buono, divento più spirituale?

Comce si accede alla seconda ottava?

Esistono altre ottave?

DALLA PRIMA ALLA SECONDA IMMORTALITÀ

Ricapitolando quanto detto in La prima forma di immortalità (4) potremmo concludere che l’esperienza della TEV ci porta a concludere che:

1) alla nostra morte sopravvivono i corpi sottili – a parte quello fisico -, con i rispettivi chakra, nonché, ovviamente, le rispettive CM;

2) con il tempo, seguendo la sequenza numerica, si “dissolvono” i vari corpi, con i rispettivi chakra di quella dimensione;

3) c’è un momento in cui alcune “anime” sembrano non essere più dotate di chakra e di corpi sottili;

4) ma la CM resta comunque presente o almeno è possibile percepirla.

Il punto 3) può significare che

IPOTESI a) come sostengono alcune Tradizioni, l’anima s’è reincarnata, oppure

IPOTESI b) è sopravvenuta la “seconda morte”, ovvero quella definitiva.

Il fatto che passino molti anni prima della dissoluzione finale o seconda morte farebbe pensare che la vita oltre la morte sia un processo molto lungo, che dura forse dei secoli, se non dei millenni. Già questa potrebbe essere vista come una sorta di immortalità limitata!

A proposito del punto a), c’è da notare che non è necessariamente in contraddizione con il punto b). Infatti, quello che chiamiamo comunemente “io”, ovvero quel complesso di funzioni mentali che generano il sentire “esisto e sono proprio questo io che pensa”, sentire intimamente connesso alla memoria, alla morte fisica in ogni caso scomparirebbe.

Cioè con la perdita dei corpi sottili, che possiamo credere siano connessi alla memoria, scompare anche (direi necessariamente) la percezione dell’io.

Nella mia prossima vita, potrò dire “io sono”, ma non “io sono stato”, perché non ne ho più memoria. Ne discende l’ovvia considerazione che

NON ESISTE L’IMMORTALITÀ DELL’IO.

Circa la funzione della memoria nel mantenimento dello stato di coscienza che chiamiamo “io” ha scritto pagine a mio avviso definitive Kempis ne La Fonte Preziosa, a cui rimando.

C’è da ricordare, peraltro, così come il Maestro Kempis sottolinea, che ogni volta che sopraggiunge un nuovo sentire, quello vecchio muore. Ogni volta rinasciamo.

Secondo Kempis, immortale sarebbe il solo sentire, che, di vita in vita, avrebbe non un’evoluzione “a crescere” (secondo i vulgata della New Age, della serie “espansione della coscienza” et similia) ma subirebbe al contrario una sorta di evoluzione “a perdere”: cadrebbero infatti i limiti del sentire e l’individuo, ad ognuna di queste cadute, non si riconoscerebbe più nel sentire precedente.

Ne viene che un assassino che ha subito una caduta del vecchio sentire ed è giunto al nuovo sentire che gli impedisce di uccidere, è un individuo nuovo. La giustizia umana lo punirebbe ma, di fatto, ingiustamente poiché non è più lui colui che ha ucciso!

Facendo un passo indietro, sembrerebbe che gli Antichi, attraverso l’Iniziazione ai Misteri, fossero in grado di garantire questo tipo di immortalità dell’io. Disgraziatamente, poiché nulla era scritto in quanto le Sacre Leggi lo vietavano, oggi non sappiamo praticamente nulla sulla struttura delle Scuole Misteriche e sui loro insegnamenti, se non che, presumibilmente, esse fornivano all’iniziando i mezzi per crearsi una sorta di stato di coscienza nuovo, un sentire nuovo e diverso che, se si vuol credere alle fonti, sopravviveva alla morte fisica.

Questo non sarebbe in contrasto con quanto sostiene il Maestro Kempis, che, in altri testi, afferma che la memoria delle vite precedenti (e quindi l’immortalità nel senso sopraddetto) avverrebbe solo dopo la caduta dei limiti che generano l’io stesso. Che è come dire però che l’io è già morto prima! O, se si vuole, che l’io, in quanto tale, non può sopravvivere alla morte fisica. Sopravviverebbe la memoria ma non l’io. Poiché noi siamo il nostro io, in quanto in esso ci identifichiamo, è una cosa difficile da comprendere e da accettare!

In ogni caso, a voler credere alle fonti antiche, il punto b) dell’inizio di questo articolo andrebbe corretto in tal modo:

b) alla scomparsa dei corpi sottili, è sopravvenuta la “seconda morte”, quella definitiva, a meno che l’”anima” non sia quella di un Iniziato.

Secondo Kempis, l’Iniziato è colui che ha generato dentro di sé la morte del suo io. Ma si può credere anche a Julius Evola che ne La Tradizione Ermetica (ed. Mediterranee) sostiene idee apparentemente assai diverse.

Dice Evola che scopo dell’Alchimia non è quello dell’immortalità del corpo fisico – come crede il lettore medio -, quanto dell’immortalità dell’”anima”, che, grazie al processo alchemico, sfuggirebbe in tal modo alla seconda morte.

Evola chiarisce in modo inequivocabile che l’immortalità dell’”anima” è un portato del Cristianesimo e che gli Antichi, in particolare gran parte dei filosofi greci e romani, non credevano affatto all’immortalità dell’”anima” tout court. Anzi, credevano che alla morte fisica sopraggiungesse una dissoluzione dell’”anima” che ritornava all’”anima” universale, secondo l’ipotesi a).

Questo processo aveva una sola eccezione: l’Iniziazione ai Misteri.

Facendo due più due, se ne conclude che, se Evola ha ragione (e non ho alcun motivo di credere a priori che non l’abbia)

1) o i Misteri coincidevano con la Tradizione Ermetica e particolarmente coincidevano con l’Alchimia;

2) oppure l’Alchimia era parte dei Misteri;

3) oppure alcuni Misteri coincidevano con l’Alchimia.

L’Iniziato sarebbe dunque

a) colui che pur avendo memoria dell’ultima vita o di tutte le vite precedenti;

b) s’è comunque reincarnato o

c) ha smesso di reincarnarsi.

Non si deve escludere a priori una sorta di equivalenza tra gli insegnamenti di Kempis e quelli di Evola. Forse cambierebbe solo il modo d’esprimersi. Lascio comunque aperta la porta ai vostri commenti.”

UN CONCETTO DIFFICILE: IL SENTIRE DI COSCIENZA

“Tutto questo comporta una serie di domande, ma forse la più forte è: che rapporto c’è tra la Cellula Madre e il senso dell’io?

Già, perché se la Cellula Madre, grazie ad una qualche disciplina, sopravvivesse alla seconda morte e fosse all’origine stessa dell’io, avremmo l’immortalità dell’io!

Prima di continuare, occorre ricordare la lezione di Kempis sulla natura dell’io: si tratta, secondo il Maestro, di una struttura per così dire artificiale o se si vuole virtuale creata dalla nostra mente.

Una struttura nella quale ci identifichiamo, come ci identifichiamo con la nostra macchina, la nostra casa, il nostro lavoro, il nostro conto in banca, il nostro corpo.

Ma noi non siamo nulla di tutto questo. Noi non siamo il nostro corpo, noi non siamo la nostra mente, noi non siamo il nostro io.

Ma cosa siamo allora?

Secondo Kempis, l’io in realtà non esiste, essendo solo un’invenzione della mente.

Esiste solo il nostro sentire di coscienza.  Noi siamo sentire di coscienza.

Già, ma cos’è il sentire di coscienza? E’ quel sentire interiore che, tanto per dirne una, ti trasporta dall’egoismo verso l’altruismo.

Facile a dirsi, ma molto difficile a comprendersi. Si sarebbe tentati di vedere il non-egoismo come il fare l’elemosina, l’aiutare gli altri con atti caritatevoli e così via. Mentre sarebbe egoismo l’uccidere. Amore sarebbe  il fare l’elemosina, l’aiutare gli altri con atti caritatevoli, non uccidere e così via. Giusto?

A prima vista sembrerebbe, eppure, non è così semplice.

Prendete il re Leonida e i 300 spartani più altri 2700 greci di altre città. Leonida era uno dei due re di Sparta. A lui e agli altri 2999 combattenti era stato chiesto di bloccare l’immenso esercito persiano al passaggio stretto delle Porte Calde oTermopili e di resistere fino alla fine.

Lì, l’immenso esercito spartano sarebbe stato chiuso in un passaggio di cento metri, bloccati da un lato dal monte e dall’altro dal baratro che finiva nel mare.

Il compito era ingaggiare lo scontro lì per rallentare l’avanzata persiana. Leonida ed i suoi lo fecero, ammazzarono mucchi di soldati persiani (poveracci: mandati lì a morire da un cosiddetto Gran Re!), nel frattempo permisero all’ateniese Temistocle (altro eroe) di infliggere una sonora lezione sul mare alla smisurata flotta persiana e infine permisero ai greci e in particolare agli ateniesi  di organizzare una difesa del tipo partigiano (l’esercito persiano non poteva essere attaccato frontalmente o altrimenti i greci sarebbero stati polverizzati).

Atene bruciò, bruciarono i templi e le case, ma gli ateniesi, pur piangendo alla vista della città della civetta che ardeva, erano in salvo, pronti a colpire l’invasore. Leonida ed i suoi resistettero per oltre due giorni.

Il terzo giorno, grazie ad un traditore, i persiani riuscirono ad oltrepassare il monte e a circondare i 300 + 2700 e finalmente ad annientarli. Leonida e i suoi morirono tutti sapendo che comunque alla fine sarebbero morti.

E’ egoismo l’aver ucciso decine di migliaia di persiani? O non è piuttosto amore l’averlo fatto?

Leonida mi fa venire in mente un film di molti anni fa, intitolato Mission. Lì la storia era meno eroica, ma, per certi versi, ancor più esplicita. Siamo in America del Sud e ci sono due preti gesuiti. Uno è un ex soldato mercenario convertito. L’ex mercenario si innamora perdutamente della popolazione dei “primitivi” locali.

Entrambi i preti lavorano in una missione accanto e per gli indigeni. Arriva un grande esercito spagnolo guidato e sostenuto dal legato pontificio che ha il compito di spazzar via la popolazione locale per far posto a grandi operazioni di sfruttamento del suolo. In nome della non-violenza, uno dei gesuiti si fa ammazzare senza opporre resistenza.

L’altro, l’ex soldato mercenario, organizza invece una resistenza armata e combatte lui stesso in prima linea. Il suo compagno prima della battaglia finale gli chiede: “Ma ti rendi conto che ti presenterai al Signore con le mani sporche di sangue?”. Questo, nell’ottica di un cristiano equivale all’inferno. L’ex mercenario gli risponde: “Sì, lo so, ma il mio amore per questa gente è superiore all’amore par la mia anima”. Combatte, uccide e muore. Andrà all’inferno?

Gli Antichi (quelli della nostra Tradizione, per intenderci) non si sarebbero fatti venire dubbi: Leonida e il gesuita ex soldato mercenario sarebbero stati giudicati eroi caduti per la difesa della Patria. Come tali degni dei Campi Elisi, il luogo che accoglie i buoni.

Non entro qui nel merito del significato della parola Patria, parola lungamente stuprata per secoli dai politici di tutte le risme fino ai tempi nostri, parola che ha un significato spirituale che un politico difficilmente può intendere, e mi concentro solo sul significato di sentire di coscienza.

Il sentire di coscienza di Leonida era quello di immolarsi per la Patria, per i suoi figli, la moglie, i suoi concittadini, coloro che (come dice Erodoto) partecipavano della sua civiltà. (E, lo dico per inciso, si direbbe che il concetto di Erodoto equivalga ad un dipresso a quello di sentire di coscienza!).

Il sentire di coscienza di Leonida ( = il figlio del Leone) ha fatto sì che oggi, dopo due millenni e mezzo, la civiltà per la quale s’è battuto ed è morto, è ancora viva.

Intendiamoci: è viva tra un milione di problemi, con gravi cadute verso il basso, in un’epoca di buio, ci sembra perduta per sempre, eppure è ancora viva. Ancora per inciso: naturalmente, quando parlo di Leonida non parlo certo solo di lui, ma di tutti gli eroi che caddero alle Termopili.

In conclusione, non semplificherei dunque il sentire di coscienza ai vulgata americaneggianti della mediocrissima New Age (volemose bbene, benediciamo la Terra, doniamo un obolo ai poveri, etc.).

Le cose non sono così semplici. Noi sappiamo e io so che oggi sto qui e penso e sento e scrivo e parlo e vivo in un certo modo, che non mi prostro dinanzi ad un satrapo e che di lui non sono possibili prede mia moglie e mia figlia, che non ho corso il rischio di finire evirato per compiacere qualche potente,  perché un uomo del quale non conosco neppure i tratti del viso è morto per me, per la mia famiglia e per coloro che partecipano alla sua e alla mia civiltà, due millenni e mezzo fa.

Il mio sentire (non di coscienza, quello “semplice”) mi dice che il sentire (quello vero, quello di coscienza) di Leonida era al punto d’arrivo di quella evoluzione “a perdere” di cui ho già parlato. Tanto a perdere che, nel suo caso,  la perdita comportò anche quella della vita.“

Fonte velediluce.com





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