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Google conferma: Natale il giorno pi felice




Secondo uno studio fino al 25 dicembre scompaiono dalle ricerche parole come stress, dolore e ansia

Le parole sono importanti. E, ancor più, lo sono i simboli, specialmente in certi momenti. Oggi, con la potenza incontrovertibile dei suoi algoritmi e delle sue indicizzazioni, lo ribadisce perfino Google, ristabilendo tutt’a un tratto l’equazione tra il Natale e la felicità. 

E sfidando così un feeling, tutt’altro che raro, che attribuisce all’atmosfera del 25 dicembre un micidiale mix di tristezza, malinconia, inquietudine, e chi più ne ha più ne metta. A sostegno della cui fondatezza psicologica, lungo le diverse epoche, ci si sono messi in tanti; e alcuni anche piuttosto autorevoli, come un nutrito drappello di grandi letterati – da Dickens a Gogol’, fino al nostro Pirandello – che al Natale consacrarono vari racconti dark e in tono lugubre (raccolti in un’antologia appena uscita, «Il giorno più crudele»).

Arrivano invece ora, fresche fresche, le statistiche del Daily Misery Index 2014, elaborate dal Wonkblog del Washington Post, le quali, analizzando la frequenza nella distribuzione e nel ricorrere di cinque parole (dolore, ansia, stress, depressione e fatica), mettono in luce come la giornata natalizia rappresenti proprio quella più lieta e gioiosa dell’anno. L’inconfutabile (o quasi…) argomentazione numerica dell’indice rende così giustizia al brand «Natale», ricacciando le nere nubi dello shakespeariano inverno del nostro scontento verso periodi lontani dal 25 dicembre.

Le aggregazioni e le «nuvole» di dati non ci dicono, naturalmente, il perché, e allora vale la pena di azzardare qualche interpretazione. A dispetto di tutto e tutti (tendenze recenti e permanenze di lunga durata), l’apparato e il dispositivo simbolici che avvolgono il Natale continuano dunque a farne una festa. Sicuramente, nostalgia di tempi belli vissuti da bambini, nell’affetto della famiglia e aspettando di scartare i regali; un amarcord che è anche il Bildungsroman (per fortuna) della maggioranza delle persone.

Ma, a ben vedere, anche un bisogno fattosi tanto più forte e impellente in quest’età liquida, ipertecnologica ed estremamente precaria. A lenire le cui ansie, laddove non arrivano le concrete condizioni di benessere materiale di un ceto medio sempre più affaticato (e che sperimenta sulla propria pelle varie forme di insicurezza e impoverimento), servono allora tanto maggiormente delle iniezioni di immaginario. 

E, quindi, l’esigenza di pace e serenità che associamo in primis al Natale (foss’anche per un infantile riflesso duraturo), e che sembra avere finito per prevalere nettamente sullo stress da compere e shopping che costituiva un poco benevolo effetto collaterale dei giorni immediatamente precedenti (e che, verosimilmente, si è affievolito anche per colpa di quella crisi che ha drasticamente ridotto gli slalom tra negozi e centri commerciali). Ed ecco, allora, che si impenna il desiderio di trovare, nel gran caos delle nostre esistenze, un’oasi di felicità: e, forse, quella attuale è davvero una delle prime volte, da tanto tempo a questa parte, in cui la dimensione del Natale quale festa comunitaria, religiosa o rilassante, sopravanza il connotato consumistico che aveva largheggiato fino a qualche anno fa (prima della glaciale recessione). 

Esiti, alla fine positivi, del pendolo tra la pancia piena e quella un po’ più vuota, quando i simboli diventano in tutta evidenza più importanti del solito. Anche se – checché ne pensino i fondamentalisti del decrescismo – riscoprire il Natale intimo e quale opportunità di letizia non risulta affatto in contrasto con l’auspicio (anzi, il dovere, pensando alle generazioni più giovani) di far ripartire l’economia. E, quindi, la crescita e i consumi. 

Fonte: MPanarari  

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