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Reincarnazione e vita fra morte e nuova rinascita




Immagine di Marina Sagramora : Devachan olio su tela

A cura di Tiziano Bellucci

Vengono qui raggruppate secondo la scienza spirituale di R. Steiner, diverse conoscenze occulte in merito ai fatti che si presentano all’anima disincarnata, dopo l’evento della morte.

Si vive una volta sola?
L’io dell’uomo non vive una sola vita. Come anima e come spirito si veste di un corpo fisico, in una data
famiglia all’interno di un dato popolo, e vi permane per un tempo all’incirca di 70 anni. Poi muore, passa
entro una esistenza spirituale, e rinasce in un nuovo corpo, entro una nuova famiglia.
La reincarnazione dello spirito umano è spesso equivocata. Non è la personalità che si sviluppa sulla terra,
nè il peculiare carattere, né il temperamento, nèi tratti somatici che riappaiono in un'altra vita. L’individuo
si presenta “nuovo” sia come sangue, carne e personalità perché queste cose vengono suscitate dai caratteri
ereditari assunti una volta che si è nati in un dato ceppo umano. Ciò che si ripresenta come elemento
unitario, immortale e immutabile, è lo spirito umano, il suo io. E’ quindi corretto parlare di
“reincarnazione dello spirito umano”. E’ tuttavia importante comprendere che durante le varie vite l’io,
sviluppa tramite la vita nel corpo e nell’anima sulla terra, un elemento nuovo, un estratto, ovvero una sorta
di “talento” che è il “frutto”, il risultato di ogni singola vita. Questo “frutto” o “spiga” viene chiamato
anima spirituale, Sé spirituale o personalità spirituale. Questa “anima” speciale che si è sviluppata tramite
il lavoro di purificazione durante il cammino terrestre diventa parte dell’io e si unisce ad essa, come in in
una fusione, in un matrimonio. L’io si arrichisce di una qualità che si può sviluppare solo tramite la vita
fisica. In questo senso l’io “va a scuola”, nell’aula cosmica chiamata “terra”, per sviluppare determinate
qualità. Il Principio dell’io sposa la Principessa nell’anima. 

Il tempo fra una reincarnazione e l’altra
L’uomo non permane anni o mesi nell’aldilà prima di ridiscendere. Passano dei secoli,tra la morte e una
nuova nascita: il periodo di tempo che l’essere umano trascorre nello stato disincarnato è dunque molto
più lungo di una vita terrena.
L'occultismo ci dice che esiste una legge nello spirito che determina le incarnazioni umane.
E' legata alla "precessione degli equinozi".
Il Sole per compiere il giro completo davanti ai segni dello zodiaco impiega 25920 anni, ossia 2160 anni
per attraversare ogni segno.
In genere l'uomo si incarna 2 volte, durante il tempo in cui li Sole attraverso un segno. E alternativamente
si incarna una volta in un corpo maschile e una volta in un corpo femminile.
Quindi si può indicare che un incarnazione umana può oscillare fra gli 800 e i 1200 anni.

Ciononostante, il tempo della reincarnazione è connesso al tempo di vita vissuta sulla terra.
Un anima che sia morta da bambina, quindi precocemente, si reincarnerà molto prima di un anima morta
in età adulta. Più si vive a lungo sulla terra, più si ha bisogno di stare "di là".
A titolo SOLO orientativo, si può dire che un uomo che ha vissuto 100 anni, si reincarnerà dopo 1000
anni.
Così come un uomo morto a 40 anni, si reincanerà dopo 400 anni.
Un bambino morto a 7 anni, si reincarnerà dopo 70 anni.

(Un buon metodo per calcolare il tempo che si permane dopo la morte nel mondo spirituale -anche se è
assolutamente soggettivo- è moltiplicare il numero degli anni vissuti per 12 (costellazioni).
Ad esempio anni vissuti 76 X 12 = 912 anni
60 anni x 12 = 720 anni )

Una obiezione che potrebbe sorgere è quella relativa al cosiddetto aumento progressivo della popolazione
terrestre, obiezione che spesso viene sollevata quando si parla di reincarnazione. In realtà non è giusto
credere che più si retrocede e meno la terra ospitava meno uomini: la terra ha conosciuto momenti in cui
era molto popolata: ai tempi anteriori alla nostra storia (4000 anni fa) ad esempio si dice che il globo
terrestre era popolato quanto ora. Catastrofi, epidemie possono ridurre o dimezzare in una generazione il
numero dei viventi. Non si hanno censimenti, oltre i 2000 anni fa in europa. Tantomeno in altri parti del
mondo. Quindi una statistica non è possibile. Coloro che parlano di statistiche non possono appellarsi che
non a dati relativamente recenti, che non contengono la biografia dell’umanità in tempi remoti.
Comunque considerati insieme, il numero degli uomini incarnati e dei disincarnati è sempre stato lo stesso,
dall’inizio dell’evoluzione: quando la popolazione terrestre diventa più numerosa, diminuisce la
“popolazione dei disincarnati nel mondo celeste.


PARAGONE DI “VIAGGIO” E DI “MORTE”
Chi ha attraversato la soglia della morte è da intendere come un uomo che è partito per un paese lontano,
verso il quale siamo momentaneamente impossibilitati a raggiungere; potremo raggiungerlo solo in seguito
in quel medesimo luogo.

Per morte, si intende quel particolarissimo momento predestinato dall’uomo stesso prima di incarnarsi, in
cui l’anima scioglie i legami con il corpo fisico; questo viene abbandonato a sè stesso: di conseguenza
l’uomo diviene privo di ciò che prima gli dava conoscenza e percezione del mondo circostante.

LE IMMAGINI DOPO LA MORTE
Dobbiamo aver ben chiaro che dopo la morte deponiamo tutto ciò che ci dava possibilità di cognizione e
conoscenza del mondo fisico. Di conseguenza, nel mondo spirituale dovremo aspettare di vedere, sentire
e pensare quindi anche in altro modo da come avveniva nel mondo sensibile.
Sulla Terra, nello stato di sogno, sperimentiamo già qui in un modo pallidamente simile, qualcosa di
come potrà essere la nostra condizione di esistenza nel post mortem. Nel sogno difatti non usiamo i sensi
per percepire le immagini oniriche: i sensi sono chiusi, dormienti.
Per tal motivo nelle tradizioni esoteriche il sonno è chiamato il fratello minore della morte. 

LA MORTE
La visione dell’evento della morte è ciò per cui tramite conserviamo la coscienza dell’io dopo la morte:
dal ricordo della propria morte, scaturisce la forza che rende possibile nell’anima la percezione di sentirsi
un Io.
Un uomo che non potesse morire, non potrebbe sperimentarsi come Io spirituale individuale entro lo
spirito. Il nostro Io spirituale viene rafforzato dopo la morte, grazie alla visione della propria morte
e agli eventi che l’hanno preceduta.


LA PERCEZIONE DELLA PROPRIA MORTE ACCENDE LA LUCE DELLA COSCIENZA DELL'IO
Vista dal mondo fisico la morte spaventa, perchè appare come un dissolversi, un annullarsi, una fine
totale. Ma dall'altro lato, cioè vista da noi dal mondo spirituale, essa appare come una vittoria, un liberarsi
dello Spirito dalla materia. E' l'evento più importante e significativo per il disincarnato.
E' difatti solo tramite la visione e la consapevolezza della propria morte, che si accende nel disincarnato
una chiara coscienza dell'Io: dopo la morte si ha una coscienza simile a ciò che si ha nella veglia, anche se
in senso superiore.
Siamo consci di essere un Io solo perchè sappiamo di essere stati e di essere morti; la visione della morte
è come un supporto, una base, un riferimento sul quale possiamo edificare la coscienza dell'Io. Se non
avessimo la possibilità di vedere la propria morte, avremmo una coscienza simile a ciò che si sperimenta
nel sonno; la visione della propria morte sostiene e accende la coscienza dell'Io.
E’ questo che dona al disincarnato la coscienza di essere stato: è il momento in cui l’uomo riconosce di
essere un’anima che sopravvive alla morte.
Come al mattino al risveglio ci si dice: “ho in me un io, sono un io”, dopo la morte, si ha la sensazione di
essersi appena destati da una specie di sonno (che è stata la vita terrestre) e guardando indietro alla visione
del momento della propria morte ci si dice la stessa cosa: “sono un io”.

LA COSCIENZA ENTRO IL C.ETERICO DOPO LA MORTE
Subito dopo la morte, avendo ancora il proprio corpo eterico, si ha ancora una coscienza simile a quella
che si aveva sulla Terra; si sperimenta comunque una sensazione diversa, data dalla mancanza della
gravità, conferita dall’assenza del c.fisico, nella quale si prova un alleggerimento e una liberazione.

Il trapassato può a tutta prima dopo la morte, non vedere nulla: ha una coscienza che lo fa sentire ancora
un entità esistente, sopravissuta alla morte, ma tutto lo spazio circostante gli può apparire profondamente
buio.
Ciò accade non perchè nel mondo in cui viene a trovarsi sia buio; in realtà è accecato dall’immensa luce
che qui esiste. La sua coscienza è troppo debole rispetto la super coscienza che vige nello Spirito.
L’anima viene come sopraffatta dalla grandezza della coscienza di Luce cosmica che si presenta.

L’UOVO E IL PULCINO
La sensazione che l’uomo sperimenta dopo la morte, prima di essere riuscito a vedere qualcosa
intorno a sè, si può descrivere con una similitudine: il morto si sente come un pulcino che dopo
aver vissuto una vita cosciente entro il suo guscio, rompendolo e uscendone fuori prendesse
coscienza dell’esistenza di un mondo esterno che prima ignorava: ora dal di fuori può vedere
quanto fosse piccolo il mondo in cui prima abitava, rispetto il nuovo mondo sconfinato: il
mondo spirituale.
Egli ha dapprima solo un diverso sentimento di autopercezione di sè: in realtà egli si sta
effondendo nel cosmo, ma subito non ne ha coscienza.

L’ALDILA’
Dopo la morte, le forze spirituali fisiche provenienti dall'era saturnia, solare e lunare, le quali costituivano
il nostro corpo fisico, si dilatano all'infinito, onde prepararci il luogo ove soggiorneremo dopo la morte.
Non andiamo a finire in un’altro mondo dopo la morte: semplicemente ciò che era in noi quale forze
fisiche ed eteriche, si dispiega, si allarga all’infinito. Ciò che fu il nostro corpo diventa il nuovo mondo. 

Prima, durante la vita terrestre, tali forze erano come condensate puntiformemente entro la nostra
centralità, conferendo la forma del nostro corpo fisico. (non si tratta dunque delle forze del corpo eterico)
Tali forze spirituali, quali essenze archetipiche del nostro corpo fisico, si "srotolano" dopo la morte:
divengono sostanza e mondo esteriore, il panorama del mondo in cui vivremo dopo la morte.
Apprendiamo che l'intero mondo dello Spirito era in noi, come un punto, che ora diviene spazio esterno,
circonferenza, cerchio.
Dopo la morte noi vediamo un mondo infinito, che in realtà è la sostanza spirituale che costituiva il nostro
corpo; ma entro tale mondo scorgiamo un punto, uno spazio vuoto. Quel punto è molto importante per il
disincarnato per tutta l'esistenza post morte, perchè dirigendo la sua attenzione verso quello spazio vuoto,
appare in lui il sentimento che quel vuoto, rappresenta un qualcosa che deve essere riempito da noi.
Quel vuoto è il nostro posto entro il Divenire cosmico.
Sappiamo di esistere nel mondo per un qualcosa, che possiamo adempiere solo noi stessi.
Sperimentiamo di essere un tassello, una pietra di fondamento senza il quale il mondo non potrebbe
esistere. Il mondo non può fare a meno di noi: siamo insostituibili e indispensabili.
Sperimentiamo così il contenuto spirituale del nostro corpo fisico: ci appare davanti, un mondo infinito.


LO SPERIMENTARE IL CONTENUTO DEL PROPRIO CORPO

ETERICO: il Quadro Mnemonico eterico

Dopo la morte, entro quel mondo infinito che si è formato dal contenuto del corpo fisico, appare ora alla
nostra visuale spirituale una nuova esperienza, la prima vera e propria esperienza di visione spirituale dopo
la morte.
LA STELLA DI LUCE ETERICA
Si percepisce una corrente di luce, una sorta di stella luminosa rossiccia che è davanti al trapassato; essa
non è un oggetto esterno del mondo spirituale che si manifesta a lui, ma è in realtà il suo corpo eterico
che mentre prima era dentro di lui, è ora davanti a lui. Questa stella rossiccia, che taluni possono
percepire come un irraggiare di forma conica, simile ad un tunnel, è in realtà il corpo eterico del morto,
che tende mano a mano ad allargarsi, ad ingrandirsi, ad effondersi sempre più: diventa man mano il
substrato su cui si distendono e si rendono visibile delle immagini, che vengono subito riconosciute come
qualcosa che ha a che fare con il morto, qualcosa che gli appartiene.
Il corpo eterico, sulla Terra, ha la funzione di raccogliere e di mantenere dentro di sè la memoria di tutte
le esperienze effettuate dall’uomo. L’uomo vede tali sue esperienze-ricordo, che prima erano dentro di sè:
il suo patrimonio mnemonico interiore, il suo mondo interiore: ora quei ricordi si dispiegano davanti a
lui. Ciò che prima era il suo mondo interiore, diventa ora il suo mondo esterno.
Il disincarnato, guardando i suoi ricordi dice: “quello sono io”, dice “io” ai suoi ricordi.
Egli vede in un grande quadro bidimensionale, la sua vita passata, la quale scorre però in senso inverso:
dal momento della morte alla nascita. A tale esperienza l’anima non partecipa però emotivamente in
modo attivo: osserva le immagini in modo obiettivo, neutrale, come se guardasse la biografia rovesciata
di un altro uomo.
Il periodo di permanenza di tale visione, varia da individuo ad individuo, a seconda delle forze
individuali che egli possedeva sulla terra per poter restare desto quando si presentava il sonno.
Questa è la prima esperienza che sperimenta l’anima dopo la morte, la quale può durare da
alcune ore sino a tre giorni, è il vedere a ritroso i ricordi di tutta la sua vita, in modo obiettivo,

come un film al contrario. (Questa condizione viene chiamata in parapsicologia “OBE”: Out Body
Experience; è stata narrata da molte persone risvegliatesi dal coma o da altre che hanno vissuto situazioni
pericolose come annegamenti, cadute o incidenti).
Quando si sperimenta il quadro eterico, non si ha assolutamente l’impressione che esso sia prodotto dalla
nostra stessa interiorità, ma appare realmente come se fosse prodotto dall’esterno.

Il vedere il“film” della propria vita al contrario 

Subito dopo la morte si scioglie la connessione fra corpo fisico, corpo della vita e essere animico. Come
in un film, accade allora che l’uomo veda passare davanti a sé tutta la vita. Perché accade questo? Essendo
il corpo eterico la base della nostra memoria (non il cervello!), il supporto su cui rimane registrata ogni
azione, dopo la morte, slegandosi dal corpo esso si mostra nella sua interezza, si squaderna come non
accadeva durante la vita. E’ come se la nostra memoria si srotolasse d’un colpo e vedessimo il suo
contenuto disteso su un piano conseguente, tutto contemporaneamente. La nostra memoria non “funziona”
più come al solito, nel senso che i ricordi vengono evocati secondo la nostra volontà secondo una asse
“temporale”: essa diventa autonoma, si proietta tutta d’un colpo presentandosi come un supporto estraneo
indipendente.

Tale quadro mnemonico, appare come il nostro mondo esteriore; non vediamo montagne, valli, stelle o
nuvole: tutto è riempito da ciò che facemmo nella vita appena trascorsa. Siamo consapevoli che non esiste
più la differenza fra noi e il mondo che appare là fuori. Al posto di alberi, vediamo ciò che facemmo a 20
anni; al posto di un fiume ciò che accadde a 30 anni; al posto di una casa vediamo quello che facemmo a
40 anni. Più ci guardiamo intorno, e più entro il nostro campo visivo ci appaiono più fatti del nostro
passato.
In quell’esperienza è bene sapere che la nostra attenzione è indirizzata solo per quanto concerne noi
stessi, in modo però oggettivo e impersonale, senza partecipazione: è una presa di coscienza riguardo
tutto ciò che si è riuscito a prendere dalla vita solo per proprio vantaggio.
E’ un freddo e matematico inventario delle cose che ci si è appropriati giustamente e ingiustamente
durante la vita terrena. Non è attivo un giudizio personale. Vi è solo una constatazione di ciò che fu
guadagnato o perduto durante la vita.

Percependo tutto questo, sorge una forza interiore, un rafforzamento che durante tutta la vita che vivremo
ora dopo la morte, ci farà dire: “io sono un io”; ciò tramite cui ci sarà possibile avere coscienza di noi
stessi e delle esperienze che andremo ad attraversare.
Tramite la visione retrospettiva eterica del quadro riceviamo le forze per avere una coscienza dell’io
dopo la morte.

Come prima esperienza reale dopo la morte, ci risulta impossibile poter usare la memoria per evocare i
nostri ricordi; nella coscienza dopo la morte sembriamo sprovvisti di ricordi.
Sembriamo sprovvisti perchè essi non sono più dentro di noi, ma fuori: tutti i nostri ricordi ci appaiono
ora disposti l’uno accanto all’altro oggettivamente, in un quadro che li contiene tutti. Ciò che prima si
svolgeva svolto all’indietro nel tempo, ora appare disposto nello spazio, contemporaneamente.
La coscienza immaginativa del disincarnato vive in tempi diversi, ma in modo che i tempi si presentano
tutti in una volta.
Quando solitamente ci si volge a ricordare i propri ricordi usuali, essi appaiono tenui e nebbiosi: più sono
lontani nel tempo più sono sfuocati; ora invece diveniamo capaci di guardare l’intero corso della nostra
vita abbracciandolo in una sola immagine.
Durante la coscienza immaginativa la possibilità di avere una memoria temporale cessa, o meglio muta
nella capacità di vedere ciò che si è prodotto, disteso spazialmente. Così come sulla terra si vedono le
cose l’una accanto all’altra, nella coscienza immaginativa i ricordi appaiono le cose che costituiscono il
panorama del nostro mondo eterico esteriore.
Il nostro passato non sprofonda nel nulla nè sparisce: cambia solo la prospettiva di percezione.

L’IMPORTANZA DELLA MEMORIA NEL M.FISICO E NEL M.SPIRITUALE

Nella vita fisica, se si vuole avere una vita animica e mentale sana, in ogni momento della vita diurna deve
esservi la possibilità autocosciente di poter ricordare in ogni istante tutto quando si svolse dalla
fanciullezza al momento attuale; vi deve essere di continuo un filo mnemonico che ci dice cosa abbiamo
fatto, onde poter sapere chi siamo. Saper di essere stati, ci dona la consapevolezza di essere, ora: sorge in
noi la rappresentazione del nostro io.
La stessa cosa vale per la vita dopo la morte: anche allora dobbiamo avere la possibilità di
conservare il nostro io, tramite la memoria
. Il problema è che con la morte deponiamo quell’organo (il
cervello) che ci dava l’opportunità di formarci una memoria individuale. Deve venirci in aiuto qualcosa. 

 Subito dopo la morte ce ne viene offerta la possibilità tramite l’apparire del quadro mnemonico. Ciò che

prima era disposto lungo un nebuloso filo temporale che scorreva dal momento attuale sino all’infanzia,
ora ci appare squadernato non più temporalmente, ma spazialmente. L’intero contenuto della nostra
memoria (il corpo eterico), ossia tutto ciò che si è fatto e sperimentato in eventi durante la vita appena
trascorsa, ci appare in un vasto quadro, in un panorama visivo. I vari eventi sono disposti l’uno affianco
all’altro: tutta la globalità dei fatti è presente ora contemporaneamente.
Si nota però una particolarità, ossia si ha una particolare sensazione: quei giorni, quegli eventi passati
suscitano in noi una sensazione diversa da ciò che sperimentavamo con il ricordare usuale; essi sono come
avvolti da un’atmosfera, emanano una sfumatura particolare, mai provata in noi, prima di allora.
Si analizza il quadro in modo non molto obiettivo: si prendono in considerazione gli eventi riguardo a ciò
che diede frutti solo per noi stessi. Il fatto di poter vedere ciò che si ha fatto e prodotto nella vita trascorsa
è importantissimo: è difatti da tale possibilità da cui si originano le forze per conservare in sè stessi la
rappresentazione del proprio Io. Se non apparisse il quadro mnemonico che testimonia le nostre azioni e la
nostra presenza, noi non avremo alcuna possibilità di sapere di esistere nel mondo spirituale: saremmo
come un individuo sulla Terra che colpito da amnesia totale non sapendo più chi egli sia, è confuso e
tremendamente smarrito. Sulla Terra, il malato di amnesia potrebbe comunque ricostruirsi una nuova vita
cominciando da quel momento, ossia edificando il suo Io con le azioni e i fatti successivi a quel momento,
e ricordandoli; ma non è così nello spirituale: là non vi è possibilità di poter ricordare un esperienza e di
ricordarsela: essa si dissolve subito dopo averla sperimentata.
Mentre la coscienza ordinaria sperimenta i propri ricordi riportandoli al presente uno alla volta, la
coscienza immaginativa del defunto è capace di vivere in tempi diversi, presentandoli all’anima tutti in
una volta.

La vita entro il proprio corpo eterico dura pochi giorni: esso poi si dissolve e con lui anche il quadro.

LA METAMORFOSI DELLA FACOLTA’ DI MEMORIA IN PERCEZIONE
Mano a mano, quel quadro si ingrandisce, e pare dissolversi, oscurarsi: in realtà non si dissolve, ma
muta soltanto aspetto, diventa qualcosa di diverso: al posto delle immagini-ricordo, compaiono degli
Esseri viventi. Da quello sparire di ricordi, si sviluppa, si mostra ciò che non ci era permesso possedere
coscientemente durante la vita terrena; ciò che prima era capacità di formarsi e di avere dei ricordi, ora si
metamorfosa in percezione diretta: la memoria viene mutata in percezione spirituale.
Si presenta ciò che la vera natura della memoria: visione diretta delle realtà spirituali, ossia l’entrata
entro la vera sfera dell’unica realtà.
A causa dell’organizzazione fisico animica, sulla terra si potevano far permanere nella coscienza dei
ricordi, onde poter tramite questi, edificare e fondare la nostra individualità. Ora tutto muta.
Gli esseri che compaiono al posto dei nostri ricordi, non sono abitanti sconosciuti: veniamo a sapere che
ogni volta che abbiamo pensato, sentito e agito sulla terra, abbiamo creato un essere elementare, una
forma pensiero. La abbiamo aggiunta al cosmo, per nostra creazione.
Durante la vita terrena essi erano i nostri ricordi e si presentavano come pallide e oscure rappresentazioni
che affioravano alla nostra memoria: ora sono davanti a noi, presenti e chiari, viventi e veri. Il quadro
immaginativo dei ricordi si dissolve, per diventare una vivente attualità.
Prima dovevamo guardare in noi stessi per trovare i nostri ricordi: ora ci basta guardare fuori di noi, per
vedere ciò che fummo e che facemmo. Ci appare una parte del nostro essere interiore che è diventato
mondo esteriore.
Non dobbiamo domandarci quando e come compimmo quel fatto passato: sono gli esseri stessi di quel
fatto che ci dicono: “io sono quell’evento, quel pensiero che tu facesti: esisto da quando mi creasti; ti
aspetto da allora”.
In quel mondo cominciamo ad orientarci grazie all’osservazione di ciò che noi stessi creammo:
osservando la forma e la natura dei nostri esseri, possiamo piano piano cominciare a distinguere anche
altri esseri che non ci appartengono.

IL RICORDARE E IL PERCEPIRE CHIAROVEGGENTE

Durante la vita ordinaria, si conosce solo una parte di quanto in effetti avviene nell’uomo. 

 La forza che usualmente usiamo per ricordare, viene utilizzata dall’iniziato per guardare nel mondo
spirituale; per tale motivo egli perde l’usuale capacità di ricordare le sie esperienze entro lo Spirito.
E’ l’interazione con il corpo fisico a produrre la facoltà del ricordare; disinvincolandosi da questo si
realizza la percezione diretta della realtà spirituale.
Non è possibile ricordare esperienze spirituali come si fa per altri argomenti; l’iniziato deve rinnovare
l’osservazione trascrivendola o facendola trascrivere da altri nel momento in cui egli ha l’esperienza
spirituale: ad esperienza conclusa, essa svanisce, ma rileggendola può poi imprimerla nella coscienza e
quindi ricordare ciò che ha letto. Ricorda ciò che ha scritto, ma non ciò che ha sperimentato.
L’iniziato parla ad altri o scrive mentre è in stato meditativo; mentre la percezione o la visione è in corso.
Egli deve sempre avvalersi dell’immaginazione, attivandola, mentre si svela a lui il mondo spirituale;
quando si disegna occorre essere sempre ben presenti e attivi, ben concentrati e saldi in sè stessi se si vuole
tradurre in immagini ciò che vive nell’anima come ispirazione artistica: allo stesso modo l’ispirazione che
arriva all’iniziato deve venire tradotta in immaginazione per poter essere fissata e percepita da altri.

L’AKASHA

Questa mutazione della memoria individuale in facoltà di percezione spirituale è in realtà un primo
affacciarsi e penetrare entro il monismo dello Spirito. In Esso non esiste una memoria individuale, ma
solo una memoria cosmica, totale: l’Io cosmico.
La memoria terrena, come usualmente la conosciamo, non è che una mutazione, una limitazione della
vera facoltà spirituale di memoria, posseduta da un essere divino che vive nei mondi spirituali.
L’uomo durante la vita sperimenta una memoria individuale, a causa della sua organizzazione e della sua
missione: ma ciò è un illusione, perchè non esiste nella realtà dello spirito memoria individuale, ma solo
memoria sopraindividuale: la memoria unica universale.
Nel mondo spirituale, se ci si vuole ricordare di un evento passato, non occorre andarlo a ricercare nella
propria interiorità, ma basta guardarsi all’esterno, ed esso comparirà là fuori, di fronte a noi.
Tutto ciò che fu nostra azione e ricordo, compare ben chiaramente dispiegato entro l’orizzonte del nostro
campo visivo, riempiendo lo spazio spirituale circostante, e non più tenuamente e nebulosamente dentro
di noi. Ciò che prima era memoria individuale, si tramuta in percezione diretta. Il passato diventa
presente diretto. Non si ha più la percezione, come avveniva con la memoria terrena, che mano a mano si
retrocedeva nel tempo nella rievocazione dei ricordi, questi appaion osempre più sbiaditi, impalpabili e
oscuri; nello spirituale, un ricordo lontano ci appare ben chiaro e delineato, semmai solo lontano nello
spazio. Il tempo diviene spazio.

Mentre prima per ricordare le nostre passate azioni dovevamo penetrare entro il nostro io singolo, ora
penetrando entro l’io cosmico o coscienza cosmica possiamo vedere tutte le azioni e pensieri che ogni
essere nell’universo ha creato.
Esiste una coscienza che abbraccia ogni azione singola nell’Universo
Penetriamo in un Io più vasto, che abbraccia tutto. Come nell’uomo esiste un’anima capace di fissare
in memoria un fatto, nel mondo esiste un qualcosa, l’Akasha, che è capace di registrare tutti gli
eventi universali che sono accaduti. Essa abbraccia tutte le coscienze di ogni essere: le contiene e le
mantiene tutte.
L’uomo ha un singolo io microcosmico, i singoli oggetti del mondo fanno parte di un unico grande Io
macrocosmico: questo Io totale conserva in sè ogni azione accaduta nell’Universo.

CONCETTO DI COSCIENZA
La coscienza è il complesso dei pensieri, (pensare) delle sensazioni (sentire) e degli atti individuali (volere)
manifestati nel presente.
CONCETTO DI SUBCONSCIO
E’ l’ente memoria archivio capace di trattenere il patrimonio di ricordi e di esperienze; non è però solo un
contenitore raccogliente, ma è capace di esaminare ciò che archivia, e se lo vuole, fa riaffiorare alla coscienza
le idee sopite. Non opera solo in campo intelettivo e mnemonico, ma anche nel fisico.
Il Calligaris dice, nel suo “ Meraviglie della Metafisiologia” (ed. Vannini, Brescia 1944):
“ La subcoscienza dell’uomo sarebbe in relazione, anzi in intimo rapporto con quella che viene chiamata la Coscienza
Universale. Quest’ ultima considerata anche come un deposito cosmico. 

Nel nostro subcosciente è quindi proiettato e depositato tutto l’Universo.”
E pure nel suo “ Telepatia e radio-onde cerebrali” (ed. Vannini, Brescia 1946):
“ Tutto quanto avviene nell’Universo è raccolto e depositato nel piano della subcoscienza di ogni essere umano; egli può diventare
onnisciente e onniveggente quando questi depositi affiorano sul piano della sua coscienza.”

L’akasha non è un deposito di immagini o una cineteca di films che ritraggono degli eventi:
l’uomo o entità spirituale, ogni volta che pensa, sente o agisce, crea una forma pensiero, la quale si
manifesta sulla Terra come evento, mutazione o fatto, ma nel mondo spirituale essa non è della stessa
forma del suo apparire terreno: è un insieme di sensazioni, emozioni e pensieri che costituiscono e
rappresentano l’essenza di queste rappresentazioni. Non la si vede in immagini fisiche, ma in sostanza di
pensiero, di sentimento e di volontà. Essa è riconoscibile non per la sua forma, ma in virtù della
particolare carattere impresso in lei dal suo creatore. Se si vuole vedere Cesare, non si vedrà lui stesso
che si muove nell’antica Roma, ma si sperimenteranno interiormente quali fossero stati i suoi
pensieri e i suoi sentimenti presenti nel momento in cui quell’azione presa in esame fu da lui
prodotta.

L’Akasha o memoria cosmica, appare quindi come l’insieme degli esseri elementari creati da ogni
creatura dell’universo, generati ogni qualvolta queste creature hanno compiuto un’azione.



L’IO TUTTO
L’uomo non è distaccato dal mondo; si crede distaccato, perchè il suo corpo glielo fa credere; in realtà
egli è uno con il mondo. Si sente distaccato e in sè conchiuso a causa della sua particolare missione: se
così non fosse, non potrebbe mai arrivare ad avere una coscienza capace di distinguere delle forme da un
tutto omogeneo. Una goccia non ha coscienza di sè, ma è una parte del mare.
Come goccia del mare, egli è immerso nell’unica e totale memoria generale del mare dello spirito. Il mare
ha registrato nella sua memoria, l’insieme delle azioni compiute dalla totalità delle gocce esistenti in lui:
penetrando in questo mare coscientemente, è possibile, dalla memoria individuale capace di richiamare i
propri ricordi individuali, fare un balzo entro la memoria cosmica, nella quale sono impressi tutti gli
eventi universali.

L’Universo intero è parte di un unico Io cosmico; tale Io sovrintende sia a tutte le funzioni, sia a
tutte le azioni compiute dalle singole sue parti. Tutto ciò che avviene all’interno del suo Corpo
cosmico, rimane registrato entro la sua Memoria cosmica. Non vi è nulla che può sfuggirgli,
ricorda ogni evento accaduto, così come all’uomo è impossibile che non si avveda o gli sfugga la
percezione di una azione da lui stesso compiuta.


(esempio del pazzo che crede la sua mano non sua, ma un oggetto del mondo esterno, se si vuole
accennare all’operare del Karma).

IL MISTERO DEL PERCEPIRE

La forza del nostro Io spirituale è impegnata soprattutto a creare ciò da cui può poi scaturire la nostra
usuale coscienza: lo specchio del corpo astrale; tramite tale rispecchiarsi non è possibile però arrivare alla
vera realtà delle cose. Riflettendo sulle cose, non si arriva ad intendere la vera natura delle cose.
Prima che nella coscienza compaia la rappresentazione della rosa, durante la percezione si è già svolto
qualcosa, si è compiuto un processo: un pensiero che prima era contenuto nella rosa, durante la percezione
è ora entrato in noi di nascosto, senza che ce ne accorgessimo coscientemente.
Nel percepire è celato un mistero.

In realtà noi non siamo affatto separati dal mondo, e quindi come tali dobbiamo immaginarci anche
uniti al pensiero della rosa; è solo la nostra corporeità che ci fa credere di esserne separati. Nell’attimo in
cui la rosa compare nella nostra coscienza ci è già sfuggita la consapevolezza di unitarietà, la quale lascia
il posto alla coscienza che ci fa sperimentare illusoriamente una separazione fra noi e la rosa.

Il nostro vero Io vede, lo Spirito che vive nella rosa; il falso io vede invece solo il suo riflesso, la sua
immagine d’ombra.
Durante la percezione è ancora attiva e non ancora incantata la condizione di unitarietà fra il nostro Io e il
resto del mondo; l’Io vive, condividendo la medesima esistenza, insieme a tutte le idee, entro il mare
cosmico dello Spirito. Vede la reale vita Una universale. E’ parte di essa.
Ed essendone parte, non considera nulla oggetto esterno, perchè tutto là è oggetto interno, Io compreso.
In realtà l’Io non vede, ma sente; così come il corpo sente in sè il cuore, pur non vedendolo.
Egli sente l’essere della rosa affiorare in lui, ma non come un oggetto esteriore, bensì come un ricordo; un
ricordo però che non testimonia un passato, ma che fa parte di lui: essi fanno parte del medesimo essere.
Così come l’uomo guardando indietro ai suoi ricordi li sperimenta come qualcosa di suo, allo
stesso modo il vero Io nell’attimo del percepire sensorio, sente in sè l’essere della rosa e lo riconosce
come qualcosa che gli appartiene
.
Tramite il ricordare dell’Io, si produce la possibilità del conoscere per l’anima.
Nell’attimo in cui l’Io si ricorda e si scopre in questo comune appartenersi, nell’anima appare
un’immagine: l’immagine dell’essere della rosa, non la vita dell’essere della rosa.
L’Io proietta la luce dell’Essere della rosa verso il corpo fisico; esso la rimanda all’anima ma non nel suo
splendore originario: essendo il corpo composto di tenebra, non può che oscurarne la luce,
compenetrandola di buio: appare l’ombra dell’essere della rosa. Nel momento in cui l’anima vede
comparire l’ombra della luce della rosa dice: “è una rosa.” In realtà non vede la luce della vera rosa, ma
solo il suo spegnersi.
Il vedere una forma genera il separare, il distinguere; vedere un’immagine vuol dire percepire un oggetto,
qualcosa di esterno differenziato da sè stessi. La rappresentazione genera l’illusione del contrapporsi, di
essere separati dal contenuto di essa. 

L’INDAGARE NELL’AKASHA
L’Akasha è una cronaca vivente; non si palesa in immagini fisiche, ma si esprime nella totalità
delle forze che promanarono dalla volontà degli esecutori passati. Si vede quella spiritualità che
fluì nelle loro membra fisiche, apportando modifiche nell’ambiente circostante.
Per indagarvi, occorre prendere le mosse da una data, risalendovi. L’evento avrà la peculiarità
di presentarsi però non con un’intonazione passata, ma come se esso stesse svolgendosi nel
presente.
La persona artefice dell’evento si comporterà come se fosse ancora viva; è possibile
confenderla con la persona stessa presente ora. Ella potrebbe invece essere già incarnata.
Davanti alle immagine akashiche si ha a che fare con l’impronta, l’eco dei pensieri viventi
generati da un dato individuo: è solo un residuo dell’uomo, nella sua immagine.

L’akasha astrale e i Medium: essa viene proiettata come un miraggio nel mondo astrale. Non
sono immagini affidabili, perché confuse. i medium percepiscono riflessi astrali. essi credono di
parlare con il morto, mentre in realtà parlano con l’eco dei suoi pensieri viventi, con gli esseri
elementari che si proiettano nel mondo astrale. 

IL KAMALOCA 

LO SPERIMENTARE IL CONTENUTO DEL PROPRIO CORPO ASTRALE

Abbandonato dopo tre giorni lo sperimentare del corpo eterico, ci apprestiamo ora a percepire tutto ciò
che è rimasto impresso, riguardo impressioni animiche, entro il nostro corpo astrale.
Si può dire anche che appena l’anima comincia ad abituarsi, ad adattarsi alla condizione del vivere entro il
mondo eterico, trapassa poi nel mondo astrale, o sfera lunare. Ci si ricordi che ora non si ha più il corpo
eterico, perchè esso si è dissolto.

Nel kamaloca, (sfera della Luna) l'uomo effonde il suo corpo astrale fino a riempire l'intera orbita lunare.
Non si deve intendere in ciò che l'anima soggiorni solo entro l'atmosfera intorno alla Luna, così come si
parla della vita terrestre dell'uomo che è vissuta solo entro l'atmosfera terrestre: per trovare l'anima
dell'uomo nel kamaloca, ci si deve invece rivolgere verso lo spazio elittico che viene descritto dalla Luna
nel suo orbitare attorno la Terra nella sua rivoluzione, nel periodo equivalente ad un "anno lunare". Per tal
motivo si parla di "sfera della Luna" o "uovo" lunare.

Entrando nel kamaloca si ha una forte forza che ci fa dire “io”: ci si avverte in tutta coscienza.
Si ha qui un modo di vedere completamente diverso che nel mondo fisico.
La natura che nel mondo fisico vediamo e ci circonda, non esiste nel mondo dopo la morte. Al posto della
natura vi è il mondo spirituale: ogni ente che si percepisce è un essere spirituale. Non esistono là cose,
oggetti inanimati: tutto vive. Il mondo della natura esteriore è costituito dall’insieme dei singoli esseri
delle gerarchie spirituali. Esseri elementari, animici e spirituali.
Non è una scoperta nuova quella che si fa, e neppure è un entrare entro un mondo lontanissimo:
semplicemente si vede ora quello che sulla Terra non ci fu dato di percepire. Si può dire che si è ancora
entro l’atmosfera terrestre, ma non si vedono più le cose della Terra, perchè si è deposto i sensi fisici che
ci rendevano atti a percepirla. Appaiono ora quel mondo di forze che stavano dietro all’apparire delle cose
sensibili: vediamo quelle energie che ci apparivano prima come rivestite di uno strato di materia e che
chiamavamo natura esteriore. Sulla Terra noi vediamo le cose della natura nel modo che conosciamo solo
perchè siamo dotati di organi che non ci permettono di vederla nella sua intierezza, ma solo nel suo
aspetto esteriore. Non vediamo la forza che trama dietro la vita delle cose, ma solo il suo guscio.

I BAMBINI DOPO LA MORTE PREMATURA

E’ errato credere che chi muoia come bambino, continui nel mondo spirituale a vivere con la coscienza di
un bambino; la forma che si aveva sulla Terra è solo un’immagine, per il disincarnato.
In quel bambino aveva potuto vivere un’anima molto evoluta; dopo la morte essa continua essere evoluta:
la coscienza nello spirituale non è determinata dalla forma o dal grado di coscienza conseguita al momento
dell’incarnazione appena trascorsa, ma dal grado di elevazione o coscienza morale raggiunta sino ad
allora, nella somma delle varie vite, da un’anima.
Difatto non è più l’io inferiore o personalità transitoria che assiste agli eventi come accadeva sulla Terra,
ma in tale condizione comincia presiedere le scene, ad apparire il nostro Io superiore, il quale riluce in
modo minore o maggiore entro l’anima a seconda della purezza da essa conseguita sino ad ora.

I MATERIALISTI DOPO LA MORTE: STUPITI

Le anime materialiste o atee che in vita non avevano creduto a l’esistenza di una realtà spirituale, qui
sperimentano un grande stupore e meraviglia, in modo non propriamente piacevole: si trovano in una
condizione a loro sconosciuta nella quale non sanno orientarsi; sanno soltanto di essere ancora vivi e che
esiste un’esistenza dopo la morte, ma non hanno idea di dove possano trovarsi e cosa possano e debbano
fare.

Principalmente, l’esperienza del kamaloca o purgatorio è da considerare come un piano in cui
l’uomo deve dapprima disabituarsi dalle consuetudini terrestri che si sono in lui generate a
causa della connessione avuto con il corpo fisico; da un altro lato è il luogo in cui l’anima


umana prende coscienza delle manchevolezze compiute nei confronti del mondo esterno.

Il kamaloca (dal sanscrito “regione della brama”), e detto anche: mondo elementare; mondo
eterico; mondo astrale; mondo immaginativo; mondo delle anime; Purgatorio.

Appare ora, la somma delle azione che abbiamo prodotto sulla Terra; ci si percepisce come una
miscela di quello che di noi si è effuso nel cosmo e di ciò che abbiamo fatto e vissuto.
In questo stadio, l’uomo non pensa più come prima: l’ordinario pensare è cessato. Egli
sperimenta solo contenuti di sentimenti provati sulla terra e causati ad altri, edificandosi con
essi.

Qui l’anima è impegnata a superare, attraverso un percorso immaginativo, tutti i desideri
egoistici che in vita esigevano una soddisfazione fisica: si deve superare la condizione di
sentirsi , di credersi un “io” soltanto in base alle sensazioni del corpo.
Tutte le sensazioni che si generavano per causa di istinti di conservazione come fame e sete,
non si presentano più, perchè non vi è più il corpo fisico, il quale ne abbisognava per
mantenersi in vita: tutte le normali necessità che apparivano come fondamentali sulla Terra, qui
non sono necessarie. Un uomo che avesse condotto una vita accontentandosi solo di praticare
l’essenziale naturale soddisfacimento delle sue necessità vitali, non avrebbe difficoltà ad
ambientarsi nella nuova dimensione. Non gli mancherebbe nulla. La stessa cosa non vale per
l’uomo comune che ha avuto brame e desideri.
L’animale selvatico si accoppia solo nella stagione degli amori; non mangia per golosità o per
avidità: si nutre solo se ne ha bisogno e mangia solo se ha fame. Tantomeno non desidera
aggiungervi condimenti o salse per esaltare ancora di più i sapori.
L’uomo invece non mangia solo per necessità, non si accoppia solo per generare un simile; gli
basterebbe bere solo acqua per dissetarsi anzichè far uso di vino o di alcolici; gli basterebbe di
accoppiarsi una volta ogni due o tre anni per procreare un figlio.
Il problema dell’uomo è che egli non si limita solo a soddisfare le necessità impostegli dalla
Natura: deve necessariamente aggiungervi dell’altro; approfitta della necessità, caricandola di
elementi non essenziali, per trarne un godimento personale che vada al di là del solo
mantenimento della specie.
Se un uomo è un fumatore, là vedrà migliaia di sigarette; se è un goloso, gli si presenteranno
banchetti sublimi; se è un perverso, là si sentirà circondato da bellissime e seducenti immagini:
il problema è che, mentre sulla Terra aveva un corpo tramite il quale poteva usufruire e saziare i
suoi appetiti, ora qui non lo ha più. Può solo osservare le rappresentazioni che gli si avvicinano
tentandolo, senza però afferrarle e possederle: si appresta ad un lungo periodo in cui deve esser
capace di rinunciare a tutto ciò.
La permanenza nel kamaloca dipende dalla quantità di brame e desideri egoistici sono radicati
nell’anima dell’uomo.

Contemporaneamente a tale esperienza di rinuncia, si sperimenta un’altra condizione: la
ricapitolazione e la rivisitazione della propria vita passata: il bilancio. (Immagine del Dio
Horus che pesa il cuore dell’uomo su una bilancia, dove nell’altro piatto vi è una piuma)


IL KAMALOCA E LA RICAPITOLAZIONE DEI SONNI TERRESTRI

Ogni notte durante la vita terrestre, l’uomo non se ne accorge, ma egli elabora e analizza
inconsapevolmente tutto ciò che ha fatto e prodotto durante il giorno precedente, nella veglia.
Durante il sonno prendiamo coscienza di tutto quello che avremmo dovuto fare e non abbiamo fatto, ciò
che di male e di bene abbiamo fatto, sia per amoralità, per pigrizia, superficialità o disattenzione.


Impariamo che non fummo attivi completamente, che non agemmo nel senso dell’evoluzione spirituale. 

Tutto questo ha un’enorme importanza, perchè si ripercuote su ciò che saranno le esperienze nel
kamaloca, dopo la morte; mentre sulla Terra si ha coscienza solo di ciò che si è sperimentato durante la
veglia, dopo la morte ci si accorge di avere memoria di tutto ciò che si era sperimentato durante il sonno.
Si sperimenta a ritroso, partendo dall’ultima notte che abbiamo passato sulla Terra, il contenuto di
esperienze che abbiamo vissuto inconsciamente durante il sonno.
Nel kamaloca, si riattraversa la propria vita, ma non analizzando la vita di veglia, ma ciò che della
vita di veglia si elaborato, senza averne coscienza, durante il sonno.
Si rivive la propria vita non dal lato diurno, ma dal lato notturno. Ciò che della notte riamaneva nel
subcosciente durante la veglia, riappare nel kamaloca.
E’ per tale motivo che si dice che il kamaloca dura un terzo della vita che si è vissuta: corrisponde al
tempo per il quale si è dormito sulla Terra. (16 ore di veglia + 8 ore di sonno = 24 ore)

OGNI NOTTE SI VIVE ANTICIPATAMENTE IL DOPO MORTE

Ogni notte l'anima percorre le stesse sfere che dovrà poi attraversare dopo la morte; nella stessa
sequenza le ascende e le ridiscende, in un tempo però più veloce. L'uomo nel sonno accoglie, senza
parteciparvi, i giudizi delle entità spirituali sulle azioni da lui compiute durante la giornata, i quali vengono
impressi entro il suo corpo astrale. Egli nel sonno non li avverte, ma tali giudizi si ripresenteranno
coscientemente a lui dopo la morte nel kamaloca, quando rivisiterà il contenuto del suo corpo astrale.
Difatti allora verrà presa in considerazione non la sua vita di veglia, ma la vita di sonno, nella quale si
sono svolte appunto, tale azioni giudiziali.

Si può dire che nel grande quadro immaginativo che ci appare nei 3 giorni dopo la morte, assistiamo ad
una visione panoramica retrospettiva (al contrario), ma senza provarvi condivisione: essa consiste nella
sintesi delle azioni compiute e accadute nelle quali abbiamo vissuto partecipandovi con l’approccio usuale
egoistico: sulla base dei nostri interessi e vantaggi personali.

Così come nei tre giorni e mezzo immediatamente successivi alla morte noi contempliamo in un
immenso scenario tutti gli eventi diurni accaduti dell’esistenza trascorsa, possiamo dire che nella fase
successiva, chiamata “purgatorio” invece, viviamo gli eventi notturni. Le azioni compiute
inconsciamente o tramite una coscienza “abbassata”, meno morale. In altre parole, prendiamo coscienza
dei nostri “peccati” o manchevolezze di coscienza.

Vedere la propria anima proiettata fuori di sè
Nel purgatorio o kamaloca l’uomo comincia a vivere nel corpo astrale: entra nelle vicende dell’anima. In
essa, però, non trova ciò che ha vissuto coscientemente sulla Terra, non ripercorre i passi già fatti, ma
incontra ciò che porta dentro l’anima senza esserne consapevole. Rivive l’inconscio. Ciò che si era
seppellito nell’incoscienza, che si è “oscurato” o semplicemente non lo si è mai sentito o voluto sentire
come atto di “colpevolezza” appare ora, e viene sentito con una sensazione di ammonimento.
E’ questo il tempo del kamaloca (in sanscrito: luogo delle brame), o purgatorio. Nella vita, infatti, noi
abbiamo una coscienza diurna di tipo egoistico e ci rendiamo conto soltanto di ciò che siamo in grado di
sentire in base al nostro tornaconto egoico; ma nel corpo astrale vive anche tutto quello che noi abbiamo
causato ad altri, -ciò che si è fatto agli altri senza sentine colpa- esso vive là, nascosto dalla mancanza della
nostra mancata oggettività.
E’ accaduto che si abbia compiuto un azione durante il giorno per la quale si sente di non aver commesso
nessuna colpa, non si suppone di aver violato alcuna legge morale: può accadere di notte che un sogno ci
riporta i fatti trascorsi e in quello stato sperimentiamo invece un senso di colpa che non si era presentato
durante il giorno.

Nel kamaloca li effetti del nostro agire nell’anima dell’altro diventano ora esperienza diretta del nostro
stesso essere: questo fatto fa scaturire al contempo la tendenza karmica e il desiderio assoluto di incontrare
di nuovo l’altro nella vita successiva per ripagare tutto il male con il bene.
Probabilmente il futuro rapporto terreno, si mostrerà difficile e faticoso: ma l’Io ama la difficoltà e la

sceglie proprio come strumento privilegiato di pareggio karmico. 

Al momento l’uomo non è bene che sia consapevole delle sue vite passate. Per ora. Egli è ancora molto
egoista, e se accadesse che potesse contemplare chiaroveggentemente i torti che egli ha sopportato o
causato, si generebbe soltanto un desiderio di rinfacciarli reciprocamente causando ancor maggiore
divisione, senza capacità di perdono e amore.
Nel kamaloca, dunque, l’essere umano acquisisce livelli maggiori di consapevolezza i quali gli consentono
di architettare il migliore scenario di destino per la vita successiva: tenendo presente che il “pareggiare” è
possibile solo sulla terra.

Il Senso del perdonare: “donare” forze di progresso all’altro. La speranza.
E’ importante il senso del perdonare.

Si tenga presente che chi compie un torto, un azione malvagia non causa solo danni ad altri, ma diminuisce
anche se stesso. Il suo essere si impoverisce, diventa misero e meschino. Sulla terra questa “povertà” si
può nascondere, ma non è così nelle regioni superiori dello spirito, dopo la morte. Essere miseri e poveri
di qualità morali nel mondo spirituali corrisponde a venire esclusi dalla vita dello spirito. Si viene isolati,
allontanati dalla vita in comune con gli altri. E questa “solitudine” dopo la morte ha una doppia
scomodità: da una parte il mondo spirituale appare “buio” e disabitato, privo di possibilità di
comunicazione; da un'altra parte questa solitudine non consente di presiedere attivamente e creativamente
alla programmazione della vita futura sulla terra. Mancanza di forza morale, povertà interiore, equivale a
impossibilità di cooperare, di socializzare. Perché l’essenza dell’amore è essenza di collaborazione, di
cooperazione.
L’elaborazione del karma futuro viene predisposto da entità superiori, senza poterne prendere coscienza.
Questo fatto ridurrà la capacità di poter riconoscere e adempiere il proprio destino, una volta sulla terra.
Esso verrà sentito come qualcosa di estraneo, che non si merita, che non ci appartiene: una sorta di
maledizione. E la vita sarà più pesante, senza luce di speranza. Non perché non vi sia speranza, ma perché
l’uomo è sprovvisto di forze di speranza: quelle che sente invece l’uomo che ha vissuto una vita
comunitaria dopo la morte.
La “speranza” è una facoltà che portiamo sulla terra nell’anima nella misura in cui abbiamo vissuto con
partecipazione insieme alle entità spirituali nel periodo dopo la morte. La speranza è “ricordo” di aver
vissuto con gli angeli.
Essa ci conforta che la vita non è un “caso”, ma un piano a cui abbiamo assistito e
deve solo essere adempiuto. Colui che non ha speranza, vede la vita come un caso, senza senso, perché
non ha partecipato con altre entità all’elaborazione del suo destino. Si sente abbandonata. Come era
accaduto là.

E’ bene quindi sapere che chi perdona rafforza l’altro, lo promuove, lo aiuta a ripristinare quelle forze
che gli erano state sottratte dall’azione malvagia stessa
. E questo lo fortifica. Lo mette in grado di poter
vivere con forza di cooperazione dopo la morte.

Perdono e defunti
E dunque, oggettivamente, il perdono è sostanza evolutiva che viene messa a disposizione di un altro
essere perché se ne possa servire. Questo dono è possibile anche tra vivi e morti: nel corso della notte,
infatti, gli esseri umani incarnati e quelli escarnati si incontrano nei mondi dello spirito e chi si addormenta
può portare con sé richiesta di perdono o offerta di perdono. Questi, nei mondi sovrasensibili, sono gesti
reali e sostanziali.
Rudolf Steiner afferma che apparterrà sempre di più ai passi successivi dell’evoluzione che gli esseri
umani
incarnati abbiano non solo il desiderio, ma anche la capacità cosciente di coltivare la comunicazione con i
morti.
Questa comunicazione si basa, già da oggi, essenzialmente su uno scambio di domande e risposte: perché
ciò
avvenga sono importantissimi il momento dell’addormentarsi e quello del risveglio. Quando ci
addormentiamo fuoriescono dal nostro essere l’Io e il corpo astrale: perciò se noi, in piena coscienza,
prima di addormentarci rivolgiamo ai nostri morti delle domande, queste vengono portate nel mondo
spirituale
dall’Io e dal corpo astrale insieme a tutto quello che è avvenuto nella nostra interiorità durante il giorno.
sulla Terra. Le nostre domande vengono vissute realmente dai morti che nella dimensione astrale e
spirituale ci incontrano ogni notte, e le loro risposte sorgono dentro di noi al risveglio. A tal pro si 

consiglia di compiere il risveglio in una stanza al buio e nel silenzio, senza che la percezione dei sensi ci
sovrasti e vengano annullate le tenui percezioni interiori.

Sul peccato personale e il peccato del mondo
Spesso si dice che Cristo “ha assunto in sé i peccati del mondo”. Bisogna distinguere due tipi di
“peccato”:
1- il peccato che l’uomo compie in modo consapevole (quando si omette la morale, sapendo di compiere
il male)
2-e i peccato inconsapevole (sono le azioni che creano danno al mondo, senza che l’uomo lo faccia
consapevolmente, apposta).
Il Cristo pareggia gli “oltraggi” inconsapevolmente fatti dall’uomo, dalle responsabilità indirette; si
assume il “peso” del 2° tipo di peccato: delle azioni che creano danno alla natura, al mondo senza che
l’uomo lo abbia voluto. Ad esempio: se con la macchina si travolge un animale perché questo attraversa la
strada; oppure se si “rompe” qualcosa sbadatamente: in altri termini, ogni azione che produce danno ma
che è derivata da ignoranza, mancanza di presenza di sé. Queste azioni sono quelle che “l’agnello porta su
di sé”. Il peccato del mondo, la colpa non soggettiva, ma personale.
I l Cristo non può assumersi il peso del peccato personale, diretto, consapevole. Quello rimane sulla
schiena dell’uomo.


LA VITA DI SONNO AGISCE ANCHE SULLA VITA DI VEGLIA

Le esperienze che l’anima fa di notte nel sonno, quando è ancora incarnata sulla Terra, hanno i loro effetti
anche durante la sua vita diurna: lo stato d’animo generale che domina l’uomo sveglio come oscuro
sentimento di sè, dipende da come e cosa si è vissuto nel sonno. Se ci si sente felici o infelici, freschi o
fiacchi, dipende da ciò che abbiamo sperimentato durante il sonno.
Nella fase di sonno in cui l’uomo non sogna, di cui non gli permane alcun ricordo cosciente, è in realtà il
momento in cui egli penetra nella sfera del mondo spirituale più elevato, nel quale viene a conoscere la sua
vera natura divina immortale.
Il fatto che l’uomo durante la vita terrena si senta un essere eterno, immortale, ossia che possa
sopravvivere alla morte, non deriva da una sua mera fantasia, ma da un’esperienza reale; tale convinzione
o presentimento deriva dalle immagini e dalle esperienze di eternità che l’uomo vive ogni notte. Tornando
sulla Terra, egli se le porta con sè incosciamente.
Il sentimento religioso naturale di devozione, di bisogno di credere nel divino che sorge nell’uomo
durante il giorno, deriva come un riflesso delle grandiose esperienze inconscie che egli fa durante il
sonno.

IL TEMPO DELLA PERMANENZA NEL KAMALOCA

L’anima permane nel kamaloca per un periodo pari al tempo che nella vita terrena aveva
utilizzato per dormire: un terzo della vita appena trascorsaAutore: 1406 1406




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PROBLEMI ALLA VISTA E POSTURA

I problemi alla vista e la postura

Sembrerebbe improbabile una correlazione fra denti e occhi, ma ricerche effettuate dimostrano il contrario. Un esempio classico è la capacità di accomodamento, ovvero la minima distanza di messa a fuoco di una matita. Fate questo semplice test.

Nella posizione eretta, con i piedi in posizione per voi comoda provate a vedere quanto riuscite ad avvicinare la matita al vostro naso senza far sdoppiare l'immagine e misurate la distanza fra naso e matita. Poi convergete il più possibile i piedi l'uno verso l'altro in modo da metterli in posizione per voi molto fastidiosa e riprovate: molti noteranno che non potranno avvicinare la matita come prima!

La contrazione muscolare anomala degli arti inferiori si è ripercossa per collegamento fra catene muscolari, fino ai muscoli oculari impedendone il normale funzionamento. In questi pazienti si può sospettare un affaticamento dei muscoli oculari indotto da alterazioni posturali

Si è visto che l'affaticamento alla visione e le forie, ovvero i piccoli strabismi compensati, risentono molto di tali contrazioni che possono benissimo essere indotte dal combaciamento dentale.

 

Se a ciò si aggiungoni i cosiddetti "torcicolli oculari" ossia atteggiamenti inclinati e/o ruotati del capo indotti dagli strabismi, ecco che il quadro si complica, ma soprattutto interagisce con i settori vicini, a.d esempio i denti e le cefalee

Gli occhi e la postura

Cosa c'entrano gli occhi con la postura?

C'entrano perché anche attraverso la vista il nostro cervello sa cosa è dritto e cosa è storto, e quindi quanto siamo dritti e quando siamo storti. In particolare il cervello confronta le informazioni visive che vengono dagli occhi con le informazioni che arrivano dai muscoli degli occhi, quindi quello che vediamo e la direzione del nostro sguardo. Queste informazioni, insieme a quelle che provengono da altre parti del corpo (muscoli, articolazioni, denti, orecchie, solo per citare le principali) servono appunto al cervello per capire quanto siamo dritti e quanto siamo storti e quindi, se necessario, mettere in atto delle manovre per correggere la postura. E' evidente quindi come sia importante controllare anche gli occhi quando siamo in presenza di una patologia posturale.

Come si fa?

Si fa una visita con un oculista o un ortottista che controllerà anche la situazione dei muscoli degli occhi e, soprattutto il loro rapporto con la postura.

Serve sempre fare un controllo visuo-posturale?

No, solo se il medico che sta valutando il nostro problema posturale avrà il sospetto che gli occhi possano avere un ruolo nella patologia.

E come fa a capirlo?

Con un test molto semplice: valuterà la nostra postura ad occhi aperti e ad occhi chiusi: normalmente la postura ad occhi chiusi peggiora, se dovesse migliorare si può sospettare che siamo in presenza di un problema del sistema visivo. In altre parole gli occhi, anziché migliorare il nostro assetto posturale lo disturbano.

E se c'è qualcosa che non va?

Allora l'oculista valuterà una eventuale modifica della correzione degli occhiali o, magari, ci consiglierà di fare qualche esercizio di ortottica: un po' di ginnastica per i muscoli degli occhi.

E chi porta gli occhiali?

Deve dirlo al medico che sta studiando la sua patologia posturale (e portare gli occhiali quando va a farsi visitare!). In questo modo sarà possibile effettuare la visita con e senza occhiali e valutare se questi ultimi possano condizionare il problema della postura.

I tra cardini da valutare per una postura corretta  sono gli occhi , l’occlusione e l’appoggio plantare , ragione per cui è sempre necessaria per una corretta valutazione una visita odontoiatrica  che valuti gnatologicamente  il corretto  bilanciamento delle arcate dentarie  durante la masticazione e non solo, ma anche una visita ortottica e posturale con attenzione alla dinamica dell'appoggio plantare





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