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L'ossatura umana nella simbologia e nell'immaginario artistico ed esoterico




Lo scheletro "meditabondo" di un affresco di Morcote (Svizzera). L'enigmatico filatterio recita: "Morto Vivrai".

Salendo la lunga scalinata che conduce alla Chiesa di Morcote (Svizzera), attorniato dai paesaggi incantevoli del Ceresio, il fedele che si rechi alla funzione, lo storico dell’arte, il turista in visita o il semplice viandante, si troverebbero a passare di fronte ad un affresco enigmatico e, direi, “ermetico”, raffigurante uno scheletro umano, ritratto in posa “da filosofo”, accanto ad un filatterio solo apparentemente allusivo alle credenze escatologiche cristiane.
L’iscrizione, “Morto Vivrai”, che per il devoto richiama l’idea dell’immortalità dell’anima, ha, per l’esoterista, un significato ben più complesso e sottile. Significato che viene sottolineato dalla presenza dello scheletro, uno dei simboli maggiormente presenti nell’apparato iconografico delle società segrete. Anche la posa “da filosofo” assunta dallo scheletro in questione, sembra sottintendere che l’affresco, ed in particolar modo il filatterio, vadano “meditati” più che guardati.

Entrando nell’austera e sobria Chiesa di Roquebrune-sur-Argens (Francia), muovendo pochi passi a sinistra del portone d’ingresso, ci troviamo in una interessantissima cappella “massonica”. Sul pavimento a mosaico, campeggia l’emblema supremo della confraternita liberomuratoria (l’effigie della squadra e del compasso intersecati). Persino il depliant raccolto nell’Office du Turisme ci informa (con una franchezza che in paesi di più forte presenza cattolica sarebbe, in casi analoghi, perlomeno utopica) che si tratta per l’appunto del luogo di sepoltura di un Maestro massone.
Nella cappella, vediamo dei teschi e degli ossements dorati, scolpiti in rilievo nel legno insieme ad alcune fiammelle e dei tralci di vite che si inerpicano sulle colonne. Il teschio e le tibie incrociate, cari all’immaginario simbolico della Massoneria e dei Templari (ereditati solo successivamente dai pirati), rappresenterebbero (per lo meno ad un primo livello di lettura) le ossa del mitico Hiram Abif, architetto del Tempio di Salomone e capostipite leggendario di tutti gli iniziati charpentiers.

Il teschio e le tibie incrociate nella cappella massonica della Chiesa di Roquebrune sur Argens (Francia).

Nella Galleria Nazionale d’Arte Antica di Roma, è conservato un celebre dipinto del Guercino, intitolato “Et in Arcadia Ego”. Questo quadro rappresenta il momento in cui alcuni pastorelli d’Arcadia, regione greca idealizzata come “paradiso terrestre” di stampo bucolico, incontrano dei resti umani adagiati ai piedi di una lapide. Sulla stele è incisa la frase “Et in Arcadia Ego” (Anche Io mi trovo in Arcadia). Si tratta di uno dei più fortunati (quanto ad incisività più che a diffusione) memento mori: episodi o immagini, cioè, il cui scopo era quello di ricordare agli osservatori l’imminenza del trapasso, in vista del quale il “buon Cristiano” avrebbe dovuto pensare al pentimento e all’abbandono del peccato. Questa almeno l’interpretazione ecclesiastica. Nella fattispecie, a pronunciare la frase incisa sulla lapide sarebbe la Morte stessa, che affermando di trovarsi “anche lei” in Arcadia (cioè in un luogo di piacere e spensieratezza per eccellenza), rammenterebbe ai pastorelli l’impermanenza della bellezza mondana.
Un significato simile viene attribuito all’episodio dell’incontro dei tre vivi e dei tre morti (si veda ad esempio il pregevole affresco del Castello di Serravalle a Bosa, in Sardegna). Tre giovani signori medievali, nel corso di una piacevole passeggiata nei boschi di ritorno da una battuta di caccia con il falcone, si imbattono in tre tombe aperte. In esse giaciono tre defunti in differenti stadi di decomposizione. D’un tratto i morti si rivologono ai giovani principi, pronunciando l’inesorabile sentenza: “Quel che voi siete noi eravamo, quel che noi siamo voi sarete”.
Il teschio come memento mori si ritrova inoltre, in quasi tutte le rappresentazioni della Maddalena penitente (citare alcuni autori) o di altri Santi, nei ritratti di nobili e artisti malinconici, oltre che, naturalmente, nelle figurazioni dell’Amleto shakespeariano e del suo popolare monologo “To be or not to be” (anche se, in realtà, nella versione originale della tragedia, il monologo del protagonista e il ritrovamento da parte di quest’ultimo dei resti di Yoric non sono concomitanti).
In ambito cristiano non bisogna dimenticare di citare l’importanza del cranio nelle raffigurazioni della Passione: Gesù, secondo i “Vangeli”, venne crocifisso a Golgota, nel “Luogo del Cranio” appunto, più precisamente nel luogo in cui, secondo la tradizione ebraica, sarebbe stato sepolto il teschio di Adamo.
Altri utilizzi molto diffusi del simbolo del cranio e dell’ossatura umana sono riscontrabili nell’arte precolombiana, soprattutto azteca, una cultura che ha sempre enfatizzato l’aspetto sacrale e misterioso della morte. Si vedano al proposito i rilievi scolpiti, gli affreschi e i codici scritti (i glifi dei giorni, i simboli degli Dei...), oltre a quegli enigmatici “teschi di cristallo” di perfetta fattura, che secondo alcuni non sarebbero opera degli Aztechi bensì delle scomparse “civiltà dell’alba” e della loro evoluta tecnologia artigianale.

Come già ho fatto notare nel mio ultimo libro (“Riflessioni sulla Grande Opera”, 2006) il teschio, ma più in generale lo scheletro umano, era un simbolo di capitale importanza per gli Alchimisti, che lo legavano alla Nigredo e in particolare alla fase detta della Putrefactio (Putrefazione). Se per i significati spirituali della Nigredo od Opera al Nero rimando all’omonimo capitolo del mio libro, è invece sull’alta portata esoterica dello scheletro che voglio ora soffermarmi. Questo era sì, anche in Alchimia, un memento mori, invito alla meditazione sull’impermanenza e sulla vaquità, poichè tale è notoriamente la via per la prajña (cfr. i testi sanscriti del mahāyāna); ma la vastissima eloquenza del simbolo non si esauriva certo a questa – seppur rilevante – considerazione di natura escatologica. La funzione dello scheletro in Alchimia non era tanto quella di ricordare la morte fisica: questa semantica, in un’ipotetica scala interpretativa dell’archetipo, si posizionerebbe nei gradini iniziali. La progressione indurebbe a considerare il simbolo dello scheletro piuttosto come incarnazione di particolari processi avvenuti (o attesi) nel corso dell’Opera, e dunque nel corso dello sviluppo coscienziale degli esseri.
Uno di questi significati, sarebbe sicuramente la riduzione all’Essenza. L’Iniziato che pervenisse al “grado mistico” rappresentato dallo scheletro, avrebbe raggiunto, leggendo fra i sinonimi della parola stessa, l’ossatura, l’impalcatura, l’intelaiatura, l’armatura interna del Sè. Ecco quindi la coscienza dell’Adepto privata di ogni sovrastruttura psichica, ridotta, letteralmente, all’osso, all’essenza pura o Quintessenza.
L’individuo profano giunge qui al culmine del proprio disfacimento, della propria “decomposizione”: morto al mondo, all’ignoranza, all’apparenza, può ora fare il sui ingresso nell’Oltre iniziatico, nella Sapienza e nell’Essere. Lo scheletro è simbolo dell’aver compiuto metà del percorso di divinizzazione: il Sè primitivo è già totalmente dissolto, il nuovo deve ancora formarsi (simbolicamente la nuova carne, il nuovo corpo). Questo “nuovo corpo” che ha da venire – o meglio da formarsi – è quello della “resurrezione della carne” nel Giorno del Giudizio: non evento futuro del mondo ma evento interiore dell’Opera. L’Iniziato recupera il proprio corpo dopo essere morto filosoficamente, ma si tratta ora di un “nuovo corpo” poichè integrato al “Corpo di Luce” di cui ora l’Alchimista, ha piena consapevolezza. Lo scheletro è dunque simbolo di colui che, morto, è in attesa di rinascere Adepto. Come il serpente che si spoglia della vecchia pelle o la fenice che arde nel fuoco che le procurerà il rinnovamento.
È questo il significato assunto dallo scheletro anche nei sogni-visioni degli antichi sciamani. «Il neofita eschimese deve subire con successo una grande prova iniziatica. Per riuscire, questa esperienza necessita di un lungo sforzo di ascesi fisica e di contemplazione mentale avente come scopo la capacità di vederse sè stessi come uno scheletro. Su questo esercizio spirituale, gli sciamani intervistati da Rasmussen hanno dato delle informazioni molto vaghe, che l’illustre esploratore riassume come segue: “Anche se nessuno sciamano può spiegare come e perchè, può comunque, grazie al potere che il suo pensiero riceve dal sovrannaturale, spogliare il proprio corpo di carne e sangue, in modo che non restino che le ossa. (...) Osservandosi in questo modo, nudo e completamente liberato da carne e sangue deperibili ed effimeri, egli consacra sè stesso, sempre nella lingua sacra degli sciamani, alla sua grande missione, attraverso questa parte del suo corpo che è destinata a resistere per più lungo tempo all’azione delSole, del vento e del tempo”. Questo importante esercizio meditativo, che equivale anche ad un’iniziazione (...) ricorda stranamente i sogni degli sciamani siberiani; con la differenza che la riduzione allo stato di scheletro è, in questo caso, un’operazione compiuta dagli antenati sciamani o da altri esseri mitici, mentre presso gli Eschimesi si tratta di un’operazione mentale ottenuta grazie ad un’ascesi e degli sforzi personali di concentrazione. (...) Ma in entrambi i casi, la riduzione a scheletro marca un superamento della condizione umana profana e, pertanto, una liberazione da quest’ultima. (...) Ridursi allo stato di scheletro equivale ad una reintegrazione nella matrice (...), ossia ad un rinnovamento totale, ad una rinascita mistica» (Mircea Eliade, “Le Chamanisme”, da “Encyclopédie des mystiques”, a cura di M.-M. Davy, Petite Bibliothèque Payot).

Il filatterio di Morcote, “Morto Vivrai”, come anche l’iscrizione guerciniana “Et in Arcadia Ego”, possono quindi essere letti sotto una nuova luce. Morto (iniziaticamente), sembra suggerire il primo, vivrai (realmente). Sarai cioè il “Vivente” uscito al giorno, l’Osiride giustificato del “Libro dei Morti” egizio. “Et in Arcadia Ego”, potrebbe non essere la sentenza della Morte, bensì dell’Iniziato che di questa sia divenuto Adepto. Quindi, Io (che sono morto iniziaticamente) mi trovo ora in Arcadia (cioè nella dimensione della cosiddetta eternità mistica ed iperuranica). Sono uno scheletro, ossia uno che si è liberato di tutto. “Quel che tu sei io ero, quel che io sono tu sarai”, se accettiamo questa proposizione esegetica, è quanto viene affermato dal Maestro-iniziato che si rivolge al Neofita. “Quel che tu sei io ero (profano), quel che io sono tu sarai (Adepto)”.
Lo scheletro, non dimentichiamolo, simbolo del nucleo interiore delle cose (in questo senso può coincidere con il simbolo del cuore), rappresenta anche la natura occulta delle stesse, l’ossatura segreta del cosmo, il “codice” creazionistico, distante dalla forma eppure radice strutturale di ogni forma particolare. Ecco dunque uno “scheletro” che può rappresentare l’aver “ridotto all’osso”, da parte dell’Alchimista, il mistero della Natura, l’averne indagato i segreti.

Il teschio, che pure è parte dello scheletro e tuttavia occupa spesso una posizione privilegiata nel simbolismo e nell’iconografia, ha in effetti dei significati solo in parte coincidenti con l’ossatura umana nella sua totalità.
Considerato singolarmente, il cranio si apre quindi ad una serie di letture che esulano da quelle analizzate in precedenza. Esso rappresenta infatti il capo, e in quanto tale indica metaforicamente tutto ciò che avviene nella testa, o, per estensione, all’interno dell’essere umano. La sua iconografia è spesso legata a quella del vaso o dell’alambicco. È il “cratere dell’Intelletto” di cui si parla nel “Corpus Hermeticus” (Libro IV), la mistica coppa del divino Logos che era il reale oggetto di ricerca della quête du Graal. Nel cranio ha luogo l’incontro di spirito e materia, di Deus et Homo. Da qui la valenza magica della testa, del cranio o dello scalpo presso quasi tutte le culture antiche.
Lo squartamento dell’Iniziato e la conservazine della sua testa, che ritroviamo un po’ ovunque nella letteratura esoterica (dallo sciamanesimo alla vita dei Santi, dall’Alchimia alessandrina fino allo “Spendor Solis”) indica l’annichilimento dei legami fisici nell’Adepto e lo spostamento della sua percezione di Sé, da corpo a Corpo di Luce: egli è ormai puro Intelletto, puro Spirito agente nella materia, imperturbabile nei confronti del mondo, egli si trova nel mondo ma non è del mondo, nello spazio senza essere dello spazio, nel tempo pur essendo eterno.

Guercino, "Et in Arcadia Ego", Galleria Nazionale d'Arte Antica, Roma.

Lo scheletro come simbolo della fase alchemica detta "Putrefactio", da D. Stolcius von Stolcenberg, "Viridarium chymicum", Francoforte, 1624

di Sebastiano Brocchi

Fonte https://sites.google.com/site/sebastianobrocchi

 

 

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