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Il significato simbolico dell'aquila




L'aquila, colei che sfiora il sole senza bruciarsi

Possente e maestosa, l’Aquila vola superbamente libera nei cieli, dove la natura trasmette ancora i suoi valori…
Aquila, Essere di Luce. Le Aquile sono le Signore assolute dei Cieli, dove solo un Drago in assetto da guerra potrebbe contrastarne la supremazia.
L’Aquila Reale, formidabile predatrice possente e maestosa, che nel volo descrive ampi cerchi ad elevate altezze e danza nelle brezze leggere, è un grande uccello rapace diurno, dal becco robusto ed uncinato, il collo guarnito di piume lanceolate e dalle ali molto ampie. Le sue zampe sono fornite d’artigli lunghi, affilati e adunchi, con i quali afferra e lacera le sue prede.
Moltissimi sono i significati simbolici, mitologici, spirituali e guerrieri, legati all’Aquila.
Universalmente è considerata come un simbolo celeste e solare. Regina degli uccelli, ne completa il simbolismo generale che, sotto certi aspetti, è il medesimo degli Angeli e degli stati spirituali superiori. In certe culture religiose fu paragonata allo stesso sole.
Infatti nel Mondo Feerico essa viene posta in collegamento con il sole e la quercia. Le sue offerte sono il coraggio, la saggezza e la forza. Analogamente, ha il dono del ringiovanimento tipico del sole. Come uccello solare, viene celebrato a Lammas, o Lughanasadh, il 1° agosto.
Le Grandi Aquile della Terra di Mezzo sono rapaci principeschi. Imperiosi, alteri ed orgogliosi, questi cacciatori non hanno pietà per i loro nemici e le loro prede.
Se un nemico viene afferato dagli artigli di un’Aquila, è meglio che chiuda gli occhi raccomandando la propria anima all’eternità, in quanto le Aquile hanno un grosso becco adunco e gli speroni dotati di artigli acuminati con i quali afferrano, colpiscono e trafiggono le prede. Non è facile averne ragione facendo ricorso esclusivamente alla forza. Le Aquile hanno gli occhi relativamente più grossi di quelli di un uomo e, a differenza degli altri volatili, la retina è fittamente innervata da terminazioni sensorie che garantiscono un’ottima, quasi perfetta percezione visiva.
I primi Elfi ritenevano le Aquile manifestazioni dirette del pensiero del Signore dei Cieli, create prima che le stelle venissero riaccese e gli Elfi si destassero. Le Grandi Aquile, di spirito indomito e mai malvagio, erano i più grandi volatili mai esistiti e vivevano sui contrafforti dell’Universo. Da qui le Aquile s’involavano sul mondo.
Questi imponenti esploratori alati, erano molto più grandi dei loro discendenti. Si pensi che il Primo Re delle Aquile, che sempre si batté contro le creature malvagie della terra, aveva un’apertura alare di 60 metri…
Le Aquile, durante le tormentate vicende che caratterizzarono la Prima Era, aiutarono in vario modo gli Elfi. Più tardi, anche Nani ed Hobbit avrebbero potuto sempre contare sull’aiuto delle Aquile, sia per avere informazioni, che per essere difesi dalle Forze Tenebrose.
 
Nella mitologia greca e latina l’Aquila è l’uccello sacro a Zeus, dio del fulmine e delle nuvole, suo attributo specifico, ed è spesso identificata con lo stesso padre degli Dèi. Qui fu convinzione che quest’uccello, partito dall’estremità del mondo, si fosse fermato sulla verticale dell’omphalos di Delfi (zona considerata solare per eccellenza) per seguire poi la traiettoria del sole, dal suo sorgere fino allo zenit, tragitto che avrebbe coinciso con l’estensione dell’asse del mondo. 
L’identificazione dell’Aquila con le supreme divinità è riscontrabile anche nelle antiche tradizione degli indiani d’America. Del resto, proprio nel corso delle loro danze rituali era operata, attraverso l’estasi religiosa, la personificazione tra i danzatori e questo volatile, sia sotto il profilo spirituale sia in quello propriamente fisico.

La piuma dell’Aquila è per gli Indiani simbolo di potere e conoscenza, che richiama al rapporto simbiotico con la Natura e i cicli del tempo lunare.

Il fischietto d’osso e il mitico casco di penne d’Aquila, il leggendario “War bonnet”, indicativo del massimo riconoscimento a cui loro aspiravano, erano usati nella propiziatoria e spesso sciamanica, “danza del sole”, comune a molte etnie pellerossa, azteche e perfino nipponiche.

 
I miti del Vecchio Mondo che si riferiscono all’Aquila sono simili a quelli dei nativi d’America. Nell’alfabeto egizio l’Aquila rappresentava il suono “a”, o aleph, a simboleggiare il suo predominio su tutti gli altri uccelli.
Il gufo notturno e l’Aquila diurna raffigurati insieme rappresentavano il suono sma, usato in parole come “unito”: i predatori della notte e del giorno diventarono il simbolo della totalità e dello stare insieme. Il geroglifico dell’Aquila senza il gufo si trova invece in parole come “stella del mattino”, “stella”, “ora”, “preghiera”, “aldilà”, “mondo” e “terra”.
Nelle tradizioni di caccia medievali, l’Aquila era il più nobile di tutti gli uccelli. Come tale, era proprietà del re e quindi protetto, ucciderne una era un atto di alto tradimento o punibile con la morte.
I bestiari enfatizzano la sua capacità di ringiovanire. Si diceva che bruciasse la cecità dai propri occhi volando dritto verso il sole, e che poi precipitasse in fondo ad un pozzo per spegnere le fiamme e rimuovere tutte le piume bruciate. Quando finalmente si posava su un albero era completamente rinnovata, veniva quindi eguagliata alla Fenice.
L’Aquila che, secondo le leggende, sarebbe stata capace di fissare la luce del sole, divenne aforisma della percezione diretta della conoscenza del divino da parte dell’intelletto umano. Per estensione concettuale, anche simbolo della contemplazione e dell’estasi e nel cristianesimo primitivo. Si spiega in tal modo l’attribuzione dell’uccello a Giovanni Evangelista e al suo Vangelo.
Eppure, non tutto ciò che ha a che vedere con l’Aquila è di buon augurio. Secondo la superstizione, un’Aquila che si libra sulle pianure e grida è presagio di morte.
L’araldica del Medioevo si riferisce all’Aquila come al re degli uccelli, considerata come simbolo di magnanimità e forza «che cerca il combattimento con nessun altro che i suoi pari. Disdegna la proprietà di ciò che non è frutto della propria operosità».
Come emblema, l’Aquila veniva usata per chiamare al battesimo i neonati dei Celti: «La tua giovinezza verrà rinnovata come le aquile». Forse era proprio per questo che si credeva che, chi avesse rubato le uova dell’Aquila, non avrebbe mai più avuto pace nella mente.
In alcune opere d’arte del primo Medioevo, è visibile l’identificazione dell’Aquila con lo stesso Cristo, del quale ne rappresentò anche l’ascensione al cielo e, quindi, la regalità suprema. I mistici medievali indulsero sul concetto d’Aquila per evocare la visione di Dio, paragonando la loro preghiera alle ali dell’uccello regale. Proseguendo nell’osservazione, vediamo che nel Medioevo l’Aquila fu equiparata al leone, da cui la sua evoluzione nel Grifone.
Nell’iconografia del periodo, le sommità delle colonne e gli obelischi furono spesso sormontati dall’immagine di un’Aquila, a significare la potenza spirituale più elevata, la sovranità, l’eroismo e, in generale, ogni virtù trascendente.
Infatti, la figura fu costantemente identificata con il simbolismo dell’ascesa spirituale, di una comunicazione della terra con il cielo. Non a caso gli Angeli avrebbero avuto le ali delle Aquile, anzi, in certe leggende, i divini messaggeri e le Aquile furono identificati in un processo di scambio reciproco di ruoli. Per esempio, nell’“Apocalisse” di Giovanni si legge, a proposito dell’aspetto del quarto Angelo, che sarebbe stato come “un’aquila in pieno volo.”
Il testo dello Pseudo Dionigi, assai seguito dalla Scolastica religiosa del Medioevo, riportava che “la figura dell’aquila indica la regalità angelica, la tensione degli angeli verso le cime divine. Il vigore dello sguardo verso la contemplazione di Dio, del sole che moltiplica i suoi raggi nello spirito.”
 
I Salmi fecero dell’Aquila un emblema di rigenerazione spirituale, al pari della figura della Fenice, così come tutte le tradizioni mediterranee, che conferirono all’uccello il potere della rigenerazione fisica e spirituale.
Un racconto diffuso nei territori greci del Peloponneso, affermava che l’Aquila era l’unico uccello capace di volare dal mondo materiale a quello soprannaturale. Esso avrebbe divorato il corpo degli eroi moribondi per rifarne il corpo nel proprio ventre, prima di rimetterli di nuovo nel mondo.
Fu questa l’elaborazione mitica della credenza arcaica che l’Aquila potesse condurre le anime dei defunti nei “Campi Elisi”, il paradiso della mitologia greca e, dato che la rigenerazione sotto certi aspetti ebbe anche la valenza d’illuminazione interiore, fu considerata anche un simbolo alchemico ed iniziatico.
In alchimia indica il passaggio della “materia primordiale” attraverso il fuoco e l’acqua. Secondo il punto di vista iniziatico, invece, essa è l’immagine viva della sovranità e del sacerdozio nelle loro accezioni di “unificatori dei ruoli”.
La figura dell’Aquila fu presente anche nella prassi delle arti divinatorie degli sciamani, degli aruspici e degli indovini. Secondo il punto di vista sciamanico è uno dei simboli della forza uranica, e fu usato nelle forme della magia cosiddetta “simpatica” per propiziare “il volo” dello sciamano verso altre dimensioni della realtà, e il viaggio dello stesso nei recessi dell’Oltretomba.
Si legge in un poema estone del XIV secolo: “Lo sciamano danza a lungo, cade a terra senza coscienza, e la sua anima è innalzata al cielo, in un carro trainato dalle aquile.” Sotto quest’aspetto, l’uccello avrebbe rivestito anche una funzione tutelare non solo verso lo sciamano, ma soprattutto nei confronti di coloro che a lui si sarebbero rivolti per aiuti soprannaturali.
A questo proposito, diventano di facile interpretazione certe immagini proprie dell’iconografia delle popolazioni del Nord Europa in altro modo incomprensibili, nelle quali è riprodotta un’Aquila che spicca il volo dai rami dell’albero cosmico rovesciato, portando tra gli artigli figure umane in preghiera.
Nella mantica degli aruspici e degli indovini italico-etruschi, l’Aquila divenne un segno di prosperità e di favori divini. Lo stesso significato fu presente anche nelle tradizioni del Galles e dell’Irlanda meridionale. In particolare, nel testo di un racconto anonimo irlandese sugli “antenati del mondo” dedicato all’eroe Tuan MacCairrill, l’Aquila è narrata come un animale fausto per l’uomo al pari del cervo, del merlo e del salmone. Con lo stesso significato la si ritrova nei racconti irlandesi di “Mabinogi di Kulhwch e Olwen” e “Mabinogi di Math”, nei quali l’uccello è il latore presso gli uomini dei messaggi propizi delle divinità.
Nelle arti divinatorie degli auguri romani, il volo delle Aquile era interpretato per conoscere gli umori e le decisioni degli Dèi nei confronti degli uomini, o verso particolari circostanze sociali. Nondimeno in Roma l’Aquila, come similmente il corvo nella civiltà germanica e nella mitologia celtica in genere, fu considerata come messaggera delle volontà divine.
 
Tuttavia, come già accennato, il simbolismo dell’Aquila comporta anche un aspetto tellurico, notturno e malvagio. Sono queste le controparti negative d’ogni cosa visibile e non visibile del Creato.
Nel simbolismo generale di quest’uccello, i suoi aspetti negativi sorgerebbero solamente dagli eccessi, per meglio dire, quando le attribuzioni che resero l’Aquila un simbolo d’essenza regale, solare e divino si capovolgono, trasformandosi nella crudeltà, nell’orgoglio e nell’oppressione perpetrata dai tiranni. In sostanza, nel suo lato negativo, l’Aquila simboleggia tutte le forme di perversione del potere in egual misura.
Come animale tellurico l’Aquila fu accostata ai felini notturni in genere, a motivo dell’acutezza della sua vista. Questa particolarità è ravvisabile soprattutto nella mitologia delle popolazioni mediorientali, principalmente siriane ed egizie.
 
Spesso, nella relativa iconografia, l’Aquila fu raffigurata con due o più teste. L’immagine compare sovente anche nei blasoni delle casate nobili, particolarmente ungheresi, russe e germaniche.
Raffigurazioni di un’Aquila a due teste furono presenti anche in certi bassorilievi Maya e nei glossoglifi del così chiamato “Codice Nuttal” azteco. Si è portati a pensare che quest’Aquila sia stata la rappresentazione di una divinità della vegetazione.
Generalmente, tuttavia, la figura dell’Aquila a più teste è tipica dell’araldica imperiale. La duplicazione delle teste esprimerebbe, più che la dualità del concetto classico dell’Impero (potere temporale e spirituale insieme), la molteplicità dei territori sui quali si estenderebbe l’Impero stesso. Contemporaneamente, la pluralità delle teste farebbe da rafforzativo al simbolismo specifico originario.
Secondo l’ottica psicanalitica, la figura dell’Aquila rappresenta la paternità, la virilità ed anche il collettivismo. Carl Gustav Jung vide nell’Aquila un simbolo di protezione e di laboriosità dell’uomo verso il proprio nucleo familiare.
Lo studioso d’antropologia applicata alla psicologia, e profondo conoscitore delle tradizioni religiose dei nativi del Nord America, Hartley B. Alexander, nel suo libro “I fondamenti del rito”, ha sostenuto che l’Aquila sia uno dei maggiori simboli totem delle arcaiche società patriarcali composte da cacciatori nomadi, guerrieri o esploratori.
La stilizzazione grafica delle ali distese in volo dell’Aquila, ha scritto Alexander, avrebbe portato alla raffigurazione della croce in tempi posteriori, ed avrebbe assunto la valenza di simbolo della terra in genere, e della fertilità del suolo.
 
Nel tempo più lontano che ci sia, quando non era apparso ancora il sole, né la luna, né le stelle, né la terra, quando non c’era che l’aria, immensa, infinita, e al di sotto di lei non c’era che il mare, infinito anch’esso ed immenso, la bella Fata della Natura, la figlia dell’aria, si stancò di tanta monotonia.
Scese giù dalla sua casa tutta azzurra ed incominciò a vagare sul mare; sfiorando con i piedi l’acqua chiara giocava con la spuma e con gli spruzzi salsi, scivolava sulle creste dei marosi ed intrecciava corone d’alghe per la sua testa bionda.
Ma poi anche di questo si stancò; si adagiò quindi sulle onde, posò il capo sulla spuma bianca e lasciò che i capelli si sciogliessero e galleggiassero tutt’intorno al suo viso. Un dolce sonno la prese, mentre il mare la cullava e la trasportava lievemente di qua, di là, piano piano, senza svegliarla.
Quand’ecco un’aquila enorme apparve nel cielo, venuta da chissà dove, da quali misteriosi confini dell’aria. Era stanca, cercava un luogo dove posarsi; agitava le ali, spossata, e a quel battito di penne la Dea si svegliò. Aprì i suoi grandi occhi azzurri, sollevò lentamente un ginocchio fuori dalle acque e l’aquila discese, squassando le pesanti ali in un ultimo sforzo e vi si posò.
A lungo la Fata e l’aquila furono sballottate dalle onde. Sul ginocchio della Dea l’uccello fece il suo nido, e vi depose sei uova d’oro e un uovo di ferro, e le covò.
Al quarto giorno il calore delle uova divenne così forte che la Dea non poté più sopportato. Si mosse di colpo ed ecco che le uova rotolarono le une contro le altre e s’infransero. L’aquila con un grido distese le larghe ali e s’innalzò nell’aria.
Ma una cosa meravigliosa accadde allora, nell’infinito universo. Il guscio delle uova d’oro s’ingrandì, si distese, formò la volta del cielo e la superficie ricurva della terra: i rossi tuorli formarono gli astri, il sole, la luna, le stelle, i piccoli frammenti neri dell’uovo di ferro si convertirono in nubi e corsero rapide sui mari.
E il mondo sorse così, per caso, mentre la Dea risplendeva nell’immensità del creato.
Poi essa si sollevò dalle acque, toccò con le agili dita la terra molle e formò i seni e le baie, calcò con i piedi il suolo d’argilla e formò i monti e le valli, si adagiò al sole e con le braccia distese formò le vaste pianure. E là, dove la Dea aveva posato il capo, i capelli grondanti formarono laghi e fiumi e cascate d’argento.
E dove la Fata aveva poggiato i piedi divini, sorse una ghirlanda d’isole brune. Così nacque la Finlandia, la strana terra dai quarantamila occhi azzurri, incoronata d’isole e di scogli.  
 
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Il ruolo del maschile e del femminile per il Divenire della terra

La donna in un tempo antico aveva un rapporto diretto con le entità dell’universo. Aveva un ruolo di “ponte” fra la materia e lo spirito. Riceveva dallo spirito le ispirazioni, le direttive dal mondo sovrasensibile: le cosiddette “muse”, indovine erano donne chiaroveggenti che effondevano nell’umanità bellezza e creatività. Attraverso la donna si è creata tutta la conoscenza religiosa del passato, tutta la tendenza verso il bello e il buono. Erano le donne che trasmettevano all’umanità dei primordi la direzione morale attingendola direttamente dalle regioni superiori spirituali.
Dal quarto secolo A. C. (in Grecia, Egitto, Roma) avvenne un cambiamento: nel maschio fluirono potenti forze di razionalismo che andarono a sostituirsi all’azione ispiratrice del mondo femminile. L’umanità smise di venire ispirata dalle donne, e cominciò a diventare “razionale”. Perse il contatto con il divino, la guida saggia delle femmine, per venire addestrata dalla mente maschile. Il materialismo cominciò a diffondersi. Da quel momento avvenne anche la “discesa” sociale della donna, la quale venne accantonata, disprezzata, violentata moralmente, fisicamente  e associata impropriamente a forze oscure (vedi streghe medievali). La donna cominciò a subire la supremazia del maschio e smarrì la connessione con il divino. Venne a scadere sia socialmente, che spiritualmente. Perse le sue facoltà a causa dell’oppressione maschile.
Il materialismo fu un fatto necessario per l’individuazione del singolo, che deve però essere superato. Doveva venire reciso a mezzo dell’uomo il legame con il mondo spirituale, affinchè si potesse poi rifondarlo su una base nuova, cosciente. Se l’umanità avesse continuato ad essere condotta da un mondo spirituale che operava tramite il femminile, l’umano non avrebbe mai potuto conseguire l’individualità, sarebbe stato un essere guidato dal mondo celeste in modo automatico.
Oggigiorno dobbiamo essere capaci di compiere grandi gesti: atti eroici, soprattutto interiormente.
Essere capaci di vedere la passata sottomissione della donna come una “fase” dettata da una precisa volontà superiore di fare sprofondare l’umanità nel materialismo, richiede una grande spregiudicatezza.

Parlare di “necessità” del maschilismo è indubbiamente qualcosa di infame.

Ma pensare che doveva “necessariamente” interrompersi quell’antico “matriarcato” spirituale in cui la Saggezza del mondo spirituale dominava l’umanità come rigida “genitrice” rende tutto plausibile.

La Madre del cosmo, istruiva l’umanità attraverso il mondo femminile, il quale riportava tali leggi e direttive entro il consorzio umano. Questo era in realtà il “matriarcato”: l’edificazione e la conduzione della coscienza morale umana secondo indicazioni provenienti dal mondo spirituale. Una “educazione” occulta, tramite il femminile.

L’avvento del “Patriarcato” interruppe la comunicazione e la possibilità di venire addestrati dal cosmo spirituale. L’uomo divenne libero dalle leggi divine, ma anche più solo, abbandonato a se stesso. Tale solitudine lo spinse a cercare simulacri di Dèi nel mondo fisico. Il materialismo, la soddisfazione di sé tramite beni materiali, soppiantò l’antica guida del cosmo femminile.

L’umanità doveva arrivare ad una fase in cui toccando il basso, doveva avvertire una spinta che la facesse risalire verso l’alto.

Il tempo del "matriarcato" è paragonabile ad un tempo in cui l'umanità era bambina, ed era irresponsabile, incapace di autonomia: era guidata dal mondo spirituale che tramite il mondo femminile indicava la direzione da seguire.
Il tempo del "patriarcato" è invece il tempo dell'adolescenza dell'umanità, ove entra in scena una ribellione, in cui gli individui smettono di prendere norme dal mondo spirituale e si rimettono ai loro impulsi, alle loro necessità interiori.
Ora ci troviamo nel 21° secolo e l'umanità ha acquisito l'età della maturità, la "maggiore età".
Non è possibile qualificare i tempi antichi come migliori degli attuali: non si può dire che l'infanzia è meglio dell'adolescenza. Sono entrambi "fasi" della vita che servono per costruire l'individualità. Una volta diventati adulti, non si può più tornare indietro. Si vede il passato come un periodo necessario al proprio sviluppo.

In futuro non vi sarà più un cosmo che guida l’umanità. Né un patriarcato o un matriarcato. Ma una maschio e una femmina che consapevoli dei loro passati ruoli, come bambini cresciuti, adulti, cammineranno insieme verso il luogo da cui sono provenuti. Torneranno alla loro casa, portando con sé il frutto del loro lavoro insieme e intraprenderanno un processo di collaborazione consapevole con le entità del mondo spirituale.
Il mondo spirituale che un tempo guidava la Terra tramite le ispirazioni del mondo femminile non imporrà più la sua volontà, ma la condividerà con l'umanità futura. L'umano interagirà con il cosmo, divenendo egli stesso un collaboratore e amministratore delle leggi del cosmo. Diverrà un essere della decima gerarchia: un angelo che dopo aver attraversato il massimo materialismo, ha edificato la massima libertà, la massima capacità di amare in modo libero. Matriarcato e Patriarcato appariranno così come due "fasi" necessarie all'edificazione di quell'entità spirituale futura: l'umanAngelo.
Quando oggigiorno, le varie confraternite dicono che la donna “deve tornare ad innalzarsi, ad essere ciò che era” si intende che si deve riportare la donna all’antico splendore, quando era in grado di farsi ispirare dallo spirito le leggi estetiche e morali.
Le antiche qualità femminili sono come “state dimenticate” dalla donna, riposte in lei, seppellite da secoli di pregiudizi e ingiustizie. Si tratta di farle nuovamente riaffiorare, di ripristinare le condizioni affinché la donna possa ricollegarsi con il divino in modo cosciente. Tali capacità perdute possono essere riacquisite tramite un cammino di autoconoscenza.
L’uomo deve riconoscere la donna come colei che può farlo emergere dal materialismo, attraverso la forza dell’ispirazione e della Speranza. Il ruolo dell’uomo sarà di accogliere i contenuti femminili, conferendo loro una forma.

La donna è la forza, l’uomo la forma.

Tiziano Bellucci
 





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