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Il significato simbolico dell'Allodola




L'Allodola la messaggera del mattino

Il simbolismo dell’allodola (Alauda arvensis)
 
Shakespeare la chiamò “la messaggera del mattino” perché comincia a cantare alle prime luci dell’alba, è stato ispirato dal suo comportamento.
 
Canta fin dai primi giorni della primavera sollevandosi quasi verticalmente sino a una altezza tale che il suo corpicino quasi scompare nel cielo: dall’alto lancia una cascata di suoni simili a un crescendo musicale. Poi, chiuse le ali, si lascia cadere a perpendicolo come corpo morto fin presso il suolo; infine risorge ricominciando a cantare.
 
Quel giocare fra i cieli e la terra col suo trillo solare, quasi un’onda ascensionale di canto, ha ispirato l’allegria e la dolcezza, come ci ricorda Dante sulla scia dei trovatori provenzali:
 
Quale allodetta ch’n aere si spazia
Prima cantando, e poi tace contenta
Dell’ultima dolcezza che la sazia.
 
Il suo rapido volo ascensionale e discendente non poteva non ispirare infine il messaggero fra cielo e terra. Ci si domanda se questo simbolismo fosse noto ai Galli che la consideravano probabilmente un uccello sacro; altrimenti non si spiegherebbe il motivo per cui la prima legione romana reclutata in quel paese volle portare il suo nome in latino: Alauda.
 
Uccello uranico per eccellenza l'allodola è, secondo una felice definizione di Bechelard, “una pura immagine spirituale, che trova la vita soltanto nell’immaginazione aerea come centro di metafore dell’aria e dell’ascensione”.
 
Il suo canto ispirò a Shelley A un’allodola. L’allodola diventa omologa simbolicamente al santo che levita, agli yogi e alchimisti indiani che spiccano il volo per aria e percorrono in pochi istanti notevoli distanze: “Poter volare” commenta Mircea Eliade, “avere ali, diventa la forma simbolica della trascendenza oltre la condizione umana; la capacità di sollevarsi nell’aria indica l’accesso alle estreme verità”.
 
Al simbolismo solare ed al suo moto ascensionale è ispirato anche il suo nome in sanscrito, bharadvaja, che può significare, secondo il contesto, sia “colui che porta il nutrimento e i beni” (come il sole), sia “colui che produce dei suoni”, ovvero il cantore di inni, sia infine “colui che sacrifica”.
 
Bharadvaja era il nome di un poeta celebre e uno dei mitici saggi o brahmana del Mahabharata e dei Purana, che secondo la leggenda fu nutrito da un’allodola. Nel Tattiriya-brahmana Bharadvaja, diventato vecchio, è ormai passato attraverso i tre gradi della vita di un penitente applicato allo studio delle sante scritture. Un giorno il dio Indra si avvicina al saggio domandandogli a quale scopo impiegherebbe la sua vita se gli restassero ancora molti anni da trascorrere sulla terra. Egli risponde che continuerebbe a vivere nella penitenza e nello studio. Nei primi tre gradi della vita brahmanica Bharadvaja si dedica allo studio dei tre Veda (l’Atharvaveda non era stato ancora composto o non era stato ancora ammesso fra i libri sacri). Nell’ultimo periodo della sua esistenza terrena il saggio apprende la scienza universale, diventa immortale e sale infine al cielo unito al sole.
 
Nelle antiche mitologie dell’Europa del nord l’allodola venne considerata una delle incarnazioni dello Spirito del Grano perché ha l’abitudine di fare il nido nei campi di frumento, quando esso è ancora in erba, come ci ricorda fra gli altri La Fontaine in una sua fiaba, L’alouette e ses petits avec le maître d’un champ.
 

L’allodola nel simbolismo cristiano

 
Siccome l’allodola nasce nel nido posto nel grano in erba, nella penombra del solco, e cresce fino a quando, finalmente sicura, potrà alzarsi vertiginosamente lasciando cadere dall’alto la sua melodia, evocò nel Medioevo il monaco predicatore il quale, scrive Charbonneau-Lassay non senza enfasi, “trova nel silenzio e nella pace del chiostro la sicurezza e il riposo per la sua anima, che costituiscono il nutrimento sostanziale per essa e per il corpo; quando poi sale sul pulpito, egli sparge dall’alto sui fedeli le parole di fede, di speranza, di carità, di prudenza, di giustizia, di forza e di temperanza, se vogliamo usare la classificazione teologica delle virtù. Così fa innalzare verso Dio i cuori e gli spiriti degli uomini”.
 
Evocò anche il Cristo grazie alla sua capacità di salire verticalmente nel cielo, immagine simbolica dell’Ascensione che egli aveva annunciato ai discepoli avvertendoli: “Io mi reco dal Padre mio e da lassù pregherò per voi”. Poi, come narrano gli atti degli Apostoli, “fu levato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi”.
 
Il suo canto in onore della luce e il suo rapido salire nel cielo ispirò infine il simbolo della preghiera, poiché si sosteneva, con una spiegazione etimologica ingenua, che il suo nome latino, Alauda, fosse derivato da a lauda, che letteralmente significa “dalla lode”.
 
Ma si potrebbe seguire anche un altro percorso simbolico suggerito da De Gubernatis, secondo il quale l’allodola con la cresta sarebbe identica al “sole crestato”, cioè al sole con i suoi raggi. Questa sua somiglianza spiegherebbe l’allegria con cui annuncia il mattino il sole di cui essa è un’immagine animale insieme con tante altre, come già s’è visto: un trillo il suo che è una solare preghiera in onore del Creatore.
 
Il suo amore per la luce fu ricordato da San Bonaventura di Bagnoregio che nella Leggenda maggiore così narrava la morte di Francesco d’Assisi: “Le allodole, che sono amiche della luce e hanno paura del buio della sera, al momento del transito del santo, pur essendo già imminente la notte, vennero a grandi stormi sopra il tetto della casa e roteando a lungo con non so quale insolito giubilo, rendevano testimonianza gioiosa e palese alla gloria del santo, che tante volte le aveva invitate a lodare Dio”. Quel canto straordinario, data l’ora inconsueta, celebrava la luce soprannaturale – direbbe un medievale – che esse vedevano intorno al corpo di Francesco, – luce riflessa dell’eterna Luce.
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