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Cosa piace agli uomini




Il maschio va prima capito e poi accarezzato

Gli uomini sono più meccanicisti delle donne. Innanzi tutto hanno sempre paura che voi sul più bello smettiate di voler fare sesso con loro. È un residuo dei traumi adolescenziali, cicatrici lasciate da ragazzine che a un certo punto avevano paura di "essersi spinte troppo avanti" e li piantavano in asso dopo averli illusi che "quella era la volta buona". Perciò i maschi, generalmente, gradiscono che si vada subito al sodo e odiano la suspance.

Riescono a gradire i tempi lunghi solo se hanno la certezza assoluta (tipo se avete firmato un contratto scritto con tanto di penale in caso di recesso) che poi, veramente, li toccherete lì fino a farli venire. Se no stanno in ansia, contraggono i muscoli pelvici, si strozzano il punto L e poi non riescono a godere. Se proprio volete fare le cose lente, prendeteli di petto (letteralmente).

Fatevi toccare le tette, poi afferrate il loro membro, agitatelo un po' e ditegli: «Adesso ti farò venire quattro o cinque volte, ma voglio farlo con calma che mi eccito di più. Quindi rilassati, respira e lasciami fare che ti insegno la suspense». Per farlo godere in modo eccessivo dovete comunque considerare che il maschio è meno poetico della femmina, è più teso e quindi ci vuole un po' di tecnica. 

Eccovi le leggi fondamentali:

1 • Delicatezza. Lui non lo dice ma il suo cosino è ipersensibile e di costituzione cagionevole. Unghie, cerniere e sfregamenti lo mettono K.O.
2 • Ci sono zone che spesso danno fastidio se toccate senza una copiosa lubrificazione (tipo creme o saliva; attente a non usare mai sostanze che possano irritare il pene, è delicato). Soprattutto il glande se accarezzato mentre è un po' appiccicaticcio (cioè né asciutto né lubrificato) può dare sensazioni tipo il suono del gesso che fischia sulla lavagna. Molto fastidioso.
3 • Generalmente l'uomo vive il sesso in modo quantitativo: più parti toccate contemporaneamente (magari seguendo ritmi diversi) più proverà piacere.
4 • Ricordatevi che le due zone di massimo piacere sono sotto le chiappette del glande e tra l'ano e i testicoli (punto L).

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PROBLEMI ALLA VISTA E POSTURA

I problemi alla vista e la postura

Sembrerebbe improbabile una correlazione fra denti e occhi, ma ricerche effettuate dimostrano il contrario. Un esempio classico è la capacità di accomodamento, ovvero la minima distanza di messa a fuoco di una matita. Fate questo semplice test.

Nella posizione eretta, con i piedi in posizione per voi comoda provate a vedere quanto riuscite ad avvicinare la matita al vostro naso senza far sdoppiare l'immagine e misurate la distanza fra naso e matita. Poi convergete il più possibile i piedi l'uno verso l'altro in modo da metterli in posizione per voi molto fastidiosa e riprovate: molti noteranno che non potranno avvicinare la matita come prima!

La contrazione muscolare anomala degli arti inferiori si è ripercossa per collegamento fra catene muscolari, fino ai muscoli oculari impedendone il normale funzionamento. In questi pazienti si può sospettare un affaticamento dei muscoli oculari indotto da alterazioni posturali

Si è visto che l'affaticamento alla visione e le forie, ovvero i piccoli strabismi compensati, risentono molto di tali contrazioni che possono benissimo essere indotte dal combaciamento dentale.

 

Se a ciò si aggiungoni i cosiddetti "torcicolli oculari" ossia atteggiamenti inclinati e/o ruotati del capo indotti dagli strabismi, ecco che il quadro si complica, ma soprattutto interagisce con i settori vicini, a.d esempio i denti e le cefalee

Gli occhi e la postura

Cosa c'entrano gli occhi con la postura?

C'entrano perché anche attraverso la vista il nostro cervello sa cosa è dritto e cosa è storto, e quindi quanto siamo dritti e quando siamo storti. In particolare il cervello confronta le informazioni visive che vengono dagli occhi con le informazioni che arrivano dai muscoli degli occhi, quindi quello che vediamo e la direzione del nostro sguardo. Queste informazioni, insieme a quelle che provengono da altre parti del corpo (muscoli, articolazioni, denti, orecchie, solo per citare le principali) servono appunto al cervello per capire quanto siamo dritti e quanto siamo storti e quindi, se necessario, mettere in atto delle manovre per correggere la postura. E' evidente quindi come sia importante controllare anche gli occhi quando siamo in presenza di una patologia posturale.

Come si fa?

Si fa una visita con un oculista o un ortottista che controllerà anche la situazione dei muscoli degli occhi e, soprattutto il loro rapporto con la postura.

Serve sempre fare un controllo visuo-posturale?

No, solo se il medico che sta valutando il nostro problema posturale avrà il sospetto che gli occhi possano avere un ruolo nella patologia.

E come fa a capirlo?

Con un test molto semplice: valuterà la nostra postura ad occhi aperti e ad occhi chiusi: normalmente la postura ad occhi chiusi peggiora, se dovesse migliorare si può sospettare che siamo in presenza di un problema del sistema visivo. In altre parole gli occhi, anziché migliorare il nostro assetto posturale lo disturbano.

E se c'è qualcosa che non va?

Allora l'oculista valuterà una eventuale modifica della correzione degli occhiali o, magari, ci consiglierà di fare qualche esercizio di ortottica: un po' di ginnastica per i muscoli degli occhi.

E chi porta gli occhiali?

Deve dirlo al medico che sta studiando la sua patologia posturale (e portare gli occhiali quando va a farsi visitare!). In questo modo sarà possibile effettuare la visita con e senza occhiali e valutare se questi ultimi possano condizionare il problema della postura.

I tra cardini da valutare per una postura corretta  sono gli occhi , l’occlusione e l’appoggio plantare , ragione per cui è sempre necessaria per una corretta valutazione una visita odontoiatrica  che valuti gnatologicamente  il corretto  bilanciamento delle arcate dentarie  durante la masticazione e non solo, ma anche una visita ortottica e posturale con attenzione alla dinamica dell'appoggio plantare



Perch si fanno i viaggi spirituali

Perché si fanno i viaggi spirituali? I pellegrini nascondono motivazioni personali e sociali.

La psicologia del turismo si interessa di tutto ciò faccia riferimento alla vacanza come motivazioni, dinamiche di gruppo o scelta della meta.

Ad esempio, perché scegliere una meta religiosa? Chi preferisce i viaggi spirituali alle mete esotiche? Proviamo a scoprirlo!

La nascita del turismo religioso
La prima indagine italiana sul turismo nelle mete religiose risale al 2002 e ha messo in luce un fenomeno interessante non solo dal punto di vista umano, ma anche economico.

Italia e Spagna si contendono il primato offrendo la maggior parte delle mete preferite da chi sceglie i viaggi spirituali. I turisti religiosi (in Italia sono circa 35 milioni) includono sia i credenti, sia coloro che sono interessati al solo versante culturale di chiese e santuari: più di 1800 mete in tutto.

I viaggi spirituali sono interessanti per gli psicologi soprattutto per le motivazioni che li sottendono, più o meno concrete.

Secondo li clero italiano alla base vi è riconosciuta “l’importanza del turismo per lo sviluppo dell’uomo, per l’incontro tra popoli diversi e per la crescita della comunità internazionale oltre ogni frontiera, lingua, nazionalità” così come scritto nelle Dichiarazioni sul turismo del 1990.

 

Le motivazioni personali dei pellegrini
Per la psicologia del turismo il pellegrino parte per i propri viaggi spirituali mosso da motivazioni personali e sociali. Il fenomeno quindi è più complesso sia che lo si consideri una scelta soggettiva, sia che lo si veda come dinamica di gruppo. Il pellegrinaggio può essere considerato come il viaggio che ha un fine spirituale, ma questa finalità sottende diverse scelte.

Il pellegrinaggio può essere una ricerca della verità, l'avvicinamento alla divinità o alla spiritualità al cui termine si raggiunge qualcosa.

Meno frequente ai nostri giorni è l'intento missionario, un viaggio con il quale trasmettere il messaggio religioso in cui si crede.

In questi ultimi anni molti individui si sono impegnati in grandi viaggi a piedi (pensiamo al cammino di Santiago) il cui significato risiede esclusivamente nella fatica del camminare. La perseveranza a livello fisico e mentale è il fine ultimo del viaggio che accresce la sfera spirituale dell'individuo.

Un'ultima motivazione risiede nell'espiazione; il viaggio spirituale diventa un modo per ottenere il perdono o un miracolo a seguito di qualche vicenda personale.

 

Le motivazioni sociali del pellegrino
Il pellegrino è pur sempre un uomo, quindi nella scelta di una meta religiosa, accanto alla ricerca dell'assoluto o al di sopra di essa, può avere una serie di motivazioni più sociali.

La prima riguarda il desiderio di essere parte di un gruppo o di una comunità affiatata che può essere l'insieme di persone con cui si intraprende il viaggio oppure la più ampia comunità religiosa.

Anche il senso di appartenenza può avere più di una sfumatura che va dal desiderio di avere dei legami e di essere parte di qualcosa che abbia significato, ai comportamenti che tale appartenenza richiede a mo' di rituale.

Fonte crescita-personale.it





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