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La febbre e i suoi benefici




La Febbre rinvigorisce e ci rinnova anche mentalmente. Perché tanta paura?

E’ incredibile quanta paura è capace di scatenare nelle persone la febbre. Ad essere colpiti da vero panico sono soprattutto i genitori e segnatamente le mamme, sempre troppo apprensive riguardo la salute dei propri piccoli.
 
Il terrore per la febbre è uno dei motivi per cui d’inverno letteralmente si intasano i Pronto Soccorso. Fiumane di persone che si precipitano in ospedale per 38-39°C di febbre, terrorizzate dalle conseguenze di qualche pandemia del momento.
 
Ma la febbre è una reazione biologicamente opportuna attraverso la quale il corpo reagisce verso aggressioni microbiche e tossiche. Il rialzo della temperatura mette nelle condizioni il sistema immunitario di reagire al meglio verso la malattia
 
Vediamo in sintesi le importanti funzioni della febbre
 
promuovere, con l’aumento energetico a disposizione, una risposta immunitaria efficace e rapida, sotto forma di produzione di anticorpi e di attivazione dei linfociti-T, nelle varie forme atte a neutralizzare con vari meccanismi virus e batteri che non possono sopravvivere a temperature di 38-39°C;
 
in corso di infezioni batteriche gravi, la sopravvivenza appare inferiore nei soggetti con scarsa reazione febbrile. Uno studio prospettico eseguito in Nuova Guinea su 748 bambini con malnutrizione e polmonite ha dimostrato che la mortalità è più bassa nei bambini febbrili rispetto a quelli senza febbre;
 
la febbre aumenta la resistenza dell’ospite alle infezioni;
 
la febbre è un fattore protettivo verso lo sviluppo di allergie: nei primi anni di vita può contribuire ad orientare la risposta immunologica in senso Th1 (reazione verso i microbi) riducendo la comparsa di allergie negli anni successivi. (Oggi giorno, ci sono bambini letteralmente “allevati” ad antibiotici, nessuna meraviglia che le allergie, “intolleranze”, irritabilità del colon, sindromi da sensitività al glutine siano in aumento);
 
la febbre è una risposta fisiologica “regolata” dal termostato ipotalamico e, per tale motivo, solo raramente supera la temperatura di 41°C: “E’ dannosa solo oltre i 41°C, ma questo valore è di solito causato da insulti cerebrali o colpi di calore e in tali casi non è responsiva al paracetamolo o all’ aspirina”;
 
che la febbre elevata possa determinare danni ai tessuti è un timore diffuso, ma mai dimostrato;
 
non esiste un motivo urgente che imponga il trattamento di tutti gli stati febbrili, né la necessità di riportare sempre la temperatura corporea a livelli normali;
 
l’aumento della temperatura, il valore che essa raggiunge, è indicativo delle forze di reazione del corpo: un indice delle sue capacità combattive. Le “infezioni rapidamente fatali” sono tali perchè non vi è alcuna forza combattiva, ed è sempre per questo motivo che le forze vitali vengono talmente indebolite dall’infezione da non riuscire a sviluppare una febbre, o, al massimo, da svilupparne una molto bassa.
Riassumendo quanto abbiamo detto finora: LA FEBBRE E’ UN AUMENTO NECESSARIO DELLA TEMPERATURA CORPOREA, VOLTO A METTERE IL CORPO, O UNA SUA PARTE O PIU’ PARTI, NELLE CONDIZIONI Di AFFRONTARE IN MODO EFFICACE, E DI DISTRUGGERE, ALCUNI NEMICI DELLA VITA CHE MINACCIANO L’ORGANISMO NONCHE’ DIRETTO A PORRE RIMEDIO AD ALCUNI DANNI DA QUESTO SUBITI.
 
Febbre e purificazione
Il nostro organismo produce la febbre non solo come risposta alle aggressioni microbiche, ma anche per sbarazzarsi dalle tossine accumulate, in seguito ad una alimentazione eccessiva o inappropriata, a periodi di stress e strapazzo psicofisico, sedentarietà, sovrappeso, ritenzione di cataboliti, ecc. Il processo febbrile ha un’azione combustiva, dissipante, sciogliente e distruttiva sulle “tossine” accumulate e che indugiano nel nostro organismo sempre come un corpo estraneo dalle qualità fredde, collose, dense e pesanti (pensate al catarro, per esempio); non per niente nella medicina tradizionale si parla di queste tossine come qualcosa di “crudo” che deve essere appunto “cotto” per essere risolto.
 
Non per niente il termine febbre deriva da Febrvvs/Febris, la Dea Romana della febbre, associata alla purificazione (purificarsi-pirificarsi, da greco PYR = fuoco, a sua volta derivato dal sanscrito PÛ = purificare). Alla Dea Febrva è dedicato il mese di Febbraio, in cui si compiono i rituali di purificazione, “di pvrgamentvm: la Dea Febris libera anima e corpo dal male, dal morbvs, operando su colui che deve purificarsi (pirificarsi) per rinascere, che deve togliere le scorie dall’anima”(2). Sì, perché contrariamente alla visione moderna, la vera medicina è quella che agisce sull’anima e non solo sul corpo/materia.
 
Quindi, qualche episodio di febbre all’anno, se ben sfruttato, può essere una straordinaria occasione per purificare il proprio organismo…e non solo. Certamente, dopo quanto si è detto, trovo quantomeno inopportuno l’atteggiamento di molti medici, e soprattutto dei pediatri, di somministrare gli antipiretici ogni 6 ore per mantenere sempre bassa la febbre.
 
Febbre e tumori
 
Abbiamo detto che la febbre mette i tessuti e tutto l’organismo nelle condizioni di reagire nel modo migliore possibile. Infatti, gli enzimi e molte altre sostanze di difesa prodotte dalle cellule funzionano solo in un ambiente acido e caldo. Ma c’è di più: mentre il nostro corpo reagisce verso un’ infezione, contemporaneamente produce anche fattori antitumorali. “Raffreddare” in modo intempestivo l’organismo con farmaci antipiretici, antinfiammatori e antibiotici potrebbe non essere sempre una buona idea. Sulle lunghe, questo processo di calore non adeguatamente espresso potrebbe dar via a malattie più “fredde”, striscianti, poco sintomatiche, almeno inizialmente, come lo sono le malattie degenerative, sclerotiche e tumorali.
 
La Febbre ci apre la porta di una nuova vita
 
La febbre cambia anche lo stato psichico in quanto muta il metabolismo ossidativo del cervello e la percezione del mondo dentro e fuori di noi. L’elevazione della temperatura corporea, se si mantiene nei limiti accettabili (39°C), ha effetti benefici non solo sul corpo (immunizzazione), ma anche sulla psiche. Infatti lo “sfebbrato” di un tempo nel quale non esistevano antibiotici e antipiretici, si sentiva “rigenerato” e come rinato, in quanto l’uscita dalla malattia segnava anche un ritorno a nuova vita.
 
Fonti: dionidream.com
Dr. Pierpaoli; Dr. Herbert Shelton; Dr Perugini Billi
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PROBLEMI ALLA VISTA E POSTURA

I problemi alla vista e la postura

Sembrerebbe improbabile una correlazione fra denti e occhi, ma ricerche effettuate dimostrano il contrario. Un esempio classico è la capacità di accomodamento, ovvero la minima distanza di messa a fuoco di una matita. Fate questo semplice test.

Nella posizione eretta, con i piedi in posizione per voi comoda provate a vedere quanto riuscite ad avvicinare la matita al vostro naso senza far sdoppiare l'immagine e misurate la distanza fra naso e matita. Poi convergete il più possibile i piedi l'uno verso l'altro in modo da metterli in posizione per voi molto fastidiosa e riprovate: molti noteranno che non potranno avvicinare la matita come prima!

La contrazione muscolare anomala degli arti inferiori si è ripercossa per collegamento fra catene muscolari, fino ai muscoli oculari impedendone il normale funzionamento. In questi pazienti si può sospettare un affaticamento dei muscoli oculari indotto da alterazioni posturali

Si è visto che l'affaticamento alla visione e le forie, ovvero i piccoli strabismi compensati, risentono molto di tali contrazioni che possono benissimo essere indotte dal combaciamento dentale.

 

Se a ciò si aggiungoni i cosiddetti "torcicolli oculari" ossia atteggiamenti inclinati e/o ruotati del capo indotti dagli strabismi, ecco che il quadro si complica, ma soprattutto interagisce con i settori vicini, a.d esempio i denti e le cefalee

Gli occhi e la postura

Cosa c'entrano gli occhi con la postura?

C'entrano perché anche attraverso la vista il nostro cervello sa cosa è dritto e cosa è storto, e quindi quanto siamo dritti e quando siamo storti. In particolare il cervello confronta le informazioni visive che vengono dagli occhi con le informazioni che arrivano dai muscoli degli occhi, quindi quello che vediamo e la direzione del nostro sguardo. Queste informazioni, insieme a quelle che provengono da altre parti del corpo (muscoli, articolazioni, denti, orecchie, solo per citare le principali) servono appunto al cervello per capire quanto siamo dritti e quanto siamo storti e quindi, se necessario, mettere in atto delle manovre per correggere la postura. E' evidente quindi come sia importante controllare anche gli occhi quando siamo in presenza di una patologia posturale.

Come si fa?

Si fa una visita con un oculista o un ortottista che controllerà anche la situazione dei muscoli degli occhi e, soprattutto il loro rapporto con la postura.

Serve sempre fare un controllo visuo-posturale?

No, solo se il medico che sta valutando il nostro problema posturale avrà il sospetto che gli occhi possano avere un ruolo nella patologia.

E come fa a capirlo?

Con un test molto semplice: valuterà la nostra postura ad occhi aperti e ad occhi chiusi: normalmente la postura ad occhi chiusi peggiora, se dovesse migliorare si può sospettare che siamo in presenza di un problema del sistema visivo. In altre parole gli occhi, anziché migliorare il nostro assetto posturale lo disturbano.

E se c'è qualcosa che non va?

Allora l'oculista valuterà una eventuale modifica della correzione degli occhiali o, magari, ci consiglierà di fare qualche esercizio di ortottica: un po' di ginnastica per i muscoli degli occhi.

E chi porta gli occhiali?

Deve dirlo al medico che sta studiando la sua patologia posturale (e portare gli occhiali quando va a farsi visitare!). In questo modo sarà possibile effettuare la visita con e senza occhiali e valutare se questi ultimi possano condizionare il problema della postura.

I tra cardini da valutare per una postura corretta  sono gli occhi , l’occlusione e l’appoggio plantare , ragione per cui è sempre necessaria per una corretta valutazione una visita odontoiatrica  che valuti gnatologicamente  il corretto  bilanciamento delle arcate dentarie  durante la masticazione e non solo, ma anche una visita ortottica e posturale con attenzione alla dinamica dell'appoggio plantare



L'ESSERE E IL SAPERE L'UNIONE CHE FA LA DIFFERENZA

Rari sono gli uomini che possono ricevere il vero sapere, se ci riflettete comprenderete perché gli altri non lo possono : il loro essere vi si oppone.

Allorché il sapere predomina sull'essere, l'uomo sa, ma non ha il potere di fare . E' un sapere inutile.

Al contrario quando l'essere predomina sul sapere, l'uomo ha il potere di fare, ma non sa che cosa deve fare. Così l'essere che egli ha acquisito non può servirgli a nulla e tutti i suoi sforzi saranno inutili.

Nella storia dell'umanità, troviamo numerosi esempi di intere civiltà che perirono sia perché il loro sapere superava il loro essere, sia perché il loro essere superava il loro sapere.

A che cosa conducono uno sviluppo unilaterale del sapere e uno sviluppo unilaterale dell'essere ?

Chiese uno degli uditori.

Lo sviluppo della linea del sapere senza uno sviluppo corrispondente della linea dell'essere, rispose Gurdjieff, produce un debole Yogi, voglio dire che un uomo che sa molto  ma che non può far niente, che non comprende  ciò che egli sa, un uomo che non ha possibilità di apprezzamento, voglio dire : incapace di valutare le differenze fra un genere di sapere ed un altro. E lo sviluppo della linea dell'essere senza uno sviluppo corrispondente del sapere produce uno stupido santo.

E' un uomo che può fare molto, ma non sa cosa fare, né con cosa ; e se fa qualche cosa agisce schiavo dei suoi sentimenti soggettivi, che lo possono far sbagliare, fargli commettere gravi errori, in realtà fargli fare il contrario di ciò che vuole.

Nell'uno e nell'altro caso, tanto il debole Yogi, che lo stupido santo arrivano ad un punto morto. Essi sono diventati incapaci di ogni ulteriore sviluppo.

Per afferrare questa distinzione ed in generale la differenza di natura del sapere e dell'essere e la loro interdipendenza, è indispensabile comprendere il rapporto del sapere e dell'essere presi insieme con la comprensione. Il sapere è una cosa, la comprensione è un'altra. Ma la gente confonde spesso queste due idee,  oppure non vede nettamente dove sta la differenza.

Il sapere di  per se stesso non da  la comprensione.

E la comprensione non potrebbe essere aumentata da un accrescimento del solo sapere. La comprensione dipende dalla relazione tra il sapere e l'essere. La comprensione risulta tra la congiunzione del sapere e dell'essere. Di conseguenza, l'essere ed il sapere non debbono divergere troppo, altrimenti la comprensione risulterebbe molto distante dall'uno e dall'altro.

Ripetiamo : la relazione tra il sapere e l'essere non cambia per un semplice accrescimento del sapere. Essa cambia solamente quando l'essere cresce parallelamente al sapere.

In altri termini, la comprensione non cresce che in funzione dello sviluppo dell'essere.

Le persone, sovente confondono questi concetti e non afferrano chiaramente quale è la differenza fra di essi. Pensano che se si sa di più, si deve comprendere di più. Questo è il motivo per cui esse  accumulano il sapere o quello che chiamano così, ma non sanno come si accumula comprensione e non se ne preoccupano.

Tuttavia una persona esercitata all'osservazione di sé, sa con certezza che in differenti periodi della sua vita ha compreso una stessa idea, uno stesso pensiero, in modo totalmente diverso. Sovente le sembra strano, di aver potuto comprendere così male, ciò che adesso crede di comprendere così bene. E, ciononostante, si rende conto che il suo sapere è rimasto lo stesso, e che oggi non sa niente più di ieri. Che cosa dunque è cambiato ? E' il suo essere che è cambiato. Quando l'essere cambia, anche la comprensione deve cambiare.

In modo particolare nella civiltà occidentale si ammette che un uomo possa avere un vasto sapere, che per esempio, egli possa essere un illustre sapiente, autore di grandi scoperte, un uomo che fa progredire la scienza, e nello stesso tempo possa essere, ed abbia il diritto di essere, un povero piccolo uomo egoista, cavilloso, meschino e invidioso, vanitoso, ingenuo e distratto.

Ma si ritiene, in occidente, che il sapere di un uomo non dipenda dal suo essere.

Le  persone accordano un valore massimo al sapere, ma non sanno accordare all'essere un valore uguale e non si vergognano del livello inferiore del loro essere.

Allorché il sapere sorpassa di troppo l'essere, esso diventa teorico, astratto, inapplicabile alla vita. La ragione di ciò è che il sapere, quando non è in armonia con l'essere, non potrà mai essere abbastanza grande.

Lo sviluppo dell'uomo si effettua secondo due linee, sapere ed essere. Ma affinché l'evoluzione avvenga correttamente, le due linee devono procedere insieme, parallele l'una all'altra e sostenersi reciprocamente”.

In generale, leggendo qualcosa che ci avvince e riflettendo su qualche passaggio che cattura la nostra attenzione, incuriosendoci perché nuovo, oppure affine al  nostro pensiero,  spesso  riscontriamo il desiderio di applicare quell'informazione  al proprio modo di vivere o di pensare,  questo perché la  riteniamo utile per noi.

Col tempo, se ritroviamo il solito  testo in altri contesti,  ci rammentiamo di averlo già letto e diciamo di conoscerlo e se l'intenzione era di sapere, questo risultato basta, ma se la volontà era di applicare quel concetto ritenuto importante a noi stessi, va onestamente valutato se ha prodotto una variabile.

Solo attraverso una  riflessione  di ciò che si legge e sviluppando un proprio ragionamento si riesce a far penetrare l'informazione, che non rimane ciò che è stato  pensato all'origine,  ma diventa  un pensiero proprio, rivalutato con un analisi personale al fine di rendersi applicabile per noi.

Prendere tutto per come ci viene presentato, senza partecipazione,  arrugginisce la libera possibilità di pensare che smette di funzionare.

E' un po' come leggere un romanzo, dove l'immaginazione di ognuno ricaverà scenari e personaggi che saranno diversi per ciascun lettore, perché l 'intervento personale sarà l'elemento che farà di quel romanzo una storia rivista attraverso ogni mente.

Se qualunque cosa non viene posta in relazione con  noi stessi è pressoché inutile.

di  Gurdjieff





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