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Lascialo cadere-Parabola Zen




"Un monaco portò due piante in vaso al suo Maestro. «Lascialo cadere», ordinò il Maestro. Il monaco lasciò cadere un vaso. «Lascialo cadere», tornò a ordinare il Maestro. Il monaco lasciò andare il secondo vaso. «Lascialo cadere», urlò a questo punto il Maestro. E il monaco, balbettando: «Ma non ho niente da lasciar cadere». Il Maestro annuì e disse: «E allora portalo via».

Il monaco aveva in dono questi due vasi di piante per il maestro. Ne aveva due: perché il maestro non dice subito, senza mezzi termini: "Lasciali cadere entrambi"? Perché fa cadere prima un vaso e poi l'altro?
Non è una domanda viziosa: tutto in queste storie ha un suo preciso significato. In questo caso i motivi sono essenzialmente due. Il primo è quello di creare (pedagogicamente) una sorta di effetto 'cascata'. Il ripetere in modo reiterato "lascialo cadere" produce nell'ascoltatore la corretta impressione di tutta una serie di attributi, di modalità, di abitudini inveterate che vanno via via abbandonate, lasciate cadere. Hai lasciato cadere una tua convinzione profonda? Bene: ora lascia cadere quel tuo giudizio sulla tal persona. Fatto? Allora comincia con il far cadere quell'idea balzana che ti sei fatto sul significato dello zen. E via di seguito. Non c'è nulla davanti al quale il "lascialo cadere" si debba arrestare, debba indietreggiare: questo è molto importante. Per questo la via dello zen - e con sé, la via della meditazione - è qualcosa che necessita estremo coraggio: siamo aggrappati a noi stessi, non ci vogliamo perdere. Vorremmo dire: "Lasciatemi almeno le mie idee, i miei sentimenti, i miei giudizi, le mie preferenze, le mie opinioni. O almeno lasciatemi il mio io, cosicché possa avere qualcosa con cui identificarmi, qualcosa di riconoscibile". E invece: "Lascialo cadere". È una vera e propria spoliazione di sé: solo nella perdita c'è guadagno, solo nell'abbandono c'è libertà, solo nel vuoto c'è autentica pienezza.
L'altro motivo per cui il maestro ordina di fare cadere prima un vaso e poi l'altro è la necessità di fare una cosa alla volta. È la classica pulizia dello zen. Parafrasando una frase di Charles Dickens: fare qualcosa come se non dovessimo fare altro. È una purificazione dei pensieri e delle azioni: un pensiero alla volta, un'azione alla volta. Troppi pensieri, troppe azioni contemporaneamente non ti permettono abbastanza consapevolezza: ti ingabbiano.
All'ultimo "lascialo cadere" del Maestro, quando oramai erano caduti entrambi i vasi, il monaco risponde sbigottito che non ha niente da lasciare cadere. Vedete? Qui c'è una duplice interpretazione: ironica o seria. La prima fa del monaco uno che non ha capito proprio niente: ha lasciato andare qualcosa, ma non tutto. Gli è bastato far cadere gli aspetti più grossolani della sua persona per credere che non ci fosse altro da cui liberarsi. E allora il Maestro gli dice, beffeggiandolo: va bene, vattene pure via con quel niente che pensi di avere dentro di te.
Secondo invece una interpretazione 'seria', il monaco coglie tutto, comprende il segreto. È l'illuminazione: non ho nulla da lasciar cadere. Non dice: non ho più nulla; dice invece: non ho nulla. È qualcosa cioè di istantaneo, di immediato; è la realizzazione del vuoto. Un vuoto cui non si perviene attraverso un iter: non è qualcosa da costruire, ma da realizzare.
Anche questo è un esercizio del "lasciare cadere": cioè anche quello che dicevamo poco fa, l'abbandono prima di qualcosa, poi di qualcos'altro, ecc., è solo una verità relativa, che deflagra completamente davanti alla realizzazione della verità assoluta, e che quindi va abbandonata a un certo punto, a un certo livello. Non è più qualcosa di graduale, non è un avvicinamento a tappe verso la meta finale. È realizzazione, qui e ora, istantanea: una realtà che era già sempre stata e che è: solo che ora è realizzata. È stato necessario un lavoro, certo, ma solo per comprendere che non c'era nulla a cui arrivare, cui pervenire, che non è avvenuto nessun cambiamento, ma solo un rischiaramento.
Eppure, se non ci fosse stato precedentemente quel lavoro, avremmo potuto realizzare mai qualcosa?

 

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PROBLEMI ALLA VISTA E POSTURA

I problemi alla vista e la postura

Sembrerebbe improbabile una correlazione fra denti e occhi, ma ricerche effettuate dimostrano il contrario. Un esempio classico è la capacità di accomodamento, ovvero la minima distanza di messa a fuoco di una matita. Fate questo semplice test.

Nella posizione eretta, con i piedi in posizione per voi comoda provate a vedere quanto riuscite ad avvicinare la matita al vostro naso senza far sdoppiare l'immagine e misurate la distanza fra naso e matita. Poi convergete il più possibile i piedi l'uno verso l'altro in modo da metterli in posizione per voi molto fastidiosa e riprovate: molti noteranno che non potranno avvicinare la matita come prima!

La contrazione muscolare anomala degli arti inferiori si è ripercossa per collegamento fra catene muscolari, fino ai muscoli oculari impedendone il normale funzionamento. In questi pazienti si può sospettare un affaticamento dei muscoli oculari indotto da alterazioni posturali

Si è visto che l'affaticamento alla visione e le forie, ovvero i piccoli strabismi compensati, risentono molto di tali contrazioni che possono benissimo essere indotte dal combaciamento dentale.

 

Se a ciò si aggiungoni i cosiddetti "torcicolli oculari" ossia atteggiamenti inclinati e/o ruotati del capo indotti dagli strabismi, ecco che il quadro si complica, ma soprattutto interagisce con i settori vicini, a.d esempio i denti e le cefalee

Gli occhi e la postura

Cosa c'entrano gli occhi con la postura?

C'entrano perché anche attraverso la vista il nostro cervello sa cosa è dritto e cosa è storto, e quindi quanto siamo dritti e quando siamo storti. In particolare il cervello confronta le informazioni visive che vengono dagli occhi con le informazioni che arrivano dai muscoli degli occhi, quindi quello che vediamo e la direzione del nostro sguardo. Queste informazioni, insieme a quelle che provengono da altre parti del corpo (muscoli, articolazioni, denti, orecchie, solo per citare le principali) servono appunto al cervello per capire quanto siamo dritti e quanto siamo storti e quindi, se necessario, mettere in atto delle manovre per correggere la postura. E' evidente quindi come sia importante controllare anche gli occhi quando siamo in presenza di una patologia posturale.

Come si fa?

Si fa una visita con un oculista o un ortottista che controllerà anche la situazione dei muscoli degli occhi e, soprattutto il loro rapporto con la postura.

Serve sempre fare un controllo visuo-posturale?

No, solo se il medico che sta valutando il nostro problema posturale avrà il sospetto che gli occhi possano avere un ruolo nella patologia.

E come fa a capirlo?

Con un test molto semplice: valuterà la nostra postura ad occhi aperti e ad occhi chiusi: normalmente la postura ad occhi chiusi peggiora, se dovesse migliorare si può sospettare che siamo in presenza di un problema del sistema visivo. In altre parole gli occhi, anziché migliorare il nostro assetto posturale lo disturbano.

E se c'è qualcosa che non va?

Allora l'oculista valuterà una eventuale modifica della correzione degli occhiali o, magari, ci consiglierà di fare qualche esercizio di ortottica: un po' di ginnastica per i muscoli degli occhi.

E chi porta gli occhiali?

Deve dirlo al medico che sta studiando la sua patologia posturale (e portare gli occhiali quando va a farsi visitare!). In questo modo sarà possibile effettuare la visita con e senza occhiali e valutare se questi ultimi possano condizionare il problema della postura.

I tra cardini da valutare per una postura corretta  sono gli occhi , l’occlusione e l’appoggio plantare , ragione per cui è sempre necessaria per una corretta valutazione una visita odontoiatrica  che valuti gnatologicamente  il corretto  bilanciamento delle arcate dentarie  durante la masticazione e non solo, ma anche una visita ortottica e posturale con attenzione alla dinamica dell'appoggio plantare





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