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riflessioni -> Non rimandare mai a domani il bene che puoi fare oggi


Non rimandare mai a domani il bene che puoi fare oggi




C’era una volta un uomo molto facoltoso che era molto orgoglioso della sua cantina e del vino che conteneva. E c’era un orcio di un’annata speciale che conservava per una certa occasione nota a lui solo.
Il governatore dello Stato andò a fargli visita, ed egli rifletté fra sé: “Quell’orcio non sarà aperto per un semplice governatore”.

E il vescovo della diocesi gli rese visita, ma fra sé si disse: “No, non aprirò quell’orcio. Non capirebbe il suo valore, né il suo aroma raggiungerebbe le sue narici”.

Giunse il principe del reame e insieme cenarono. Ma egli pensò: “E’ un vino troppo regale per un semplice principino”.

E persino il giorno in cui suo nipote si sposò, disse fra sé: “No, non a questi ospiti l’orcio sarà offerto”.

Passarono gli anni, ed egli morì, anziano, e venne sepolto come ogni seme e ghianda.

E nel giorno della sepoltura, il vecchio orcio venne portato fuori insieme agli altri, e il suo contenuto condiviso dai contadini del vicinato. Nessuno era al corrente di quanto fosse pregiato il suo contenuto.

Per loro, tutto quel che viene versato in una coppa è solo vino.

The Wanderer, K. Gibran

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Lascialo cadere-Parabola Zen

"Un monaco portò due piante in vaso al suo Maestro. «Lascialo cadere», ordinò il Maestro. Il monaco lasciò cadere un vaso. «Lascialo cadere», tornò a ordinare il Maestro. Il monaco lasciò andare il secondo vaso. «Lascialo cadere», urlò a questo punto il Maestro. E il monaco, balbettando: «Ma non ho niente da lasciar cadere». Il Maestro annuì e disse: «E allora portalo via».

Il monaco aveva in dono questi due vasi di piante per il maestro. Ne aveva due: perché il maestro non dice subito, senza mezzi termini: "Lasciali cadere entrambi"? Perché fa cadere prima un vaso e poi l'altro?
Non è una domanda viziosa: tutto in queste storie ha un suo preciso significato. In questo caso i motivi sono essenzialmente due. Il primo è quello di creare (pedagogicamente) una sorta di effetto 'cascata'. Il ripetere in modo reiterato "lascialo cadere" produce nell'ascoltatore la corretta impressione di tutta una serie di attributi, di modalità, di abitudini inveterate che vanno via via abbandonate, lasciate cadere. Hai lasciato cadere una tua convinzione profonda? Bene: ora lascia cadere quel tuo giudizio sulla tal persona. Fatto? Allora comincia con il far cadere quell'idea balzana che ti sei fatto sul significato dello zen. E via di seguito. Non c'è nulla davanti al quale il "lascialo cadere" si debba arrestare, debba indietreggiare: questo è molto importante. Per questo la via dello zen - e con sé, la via della meditazione - è qualcosa che necessita estremo coraggio: siamo aggrappati a noi stessi, non ci vogliamo perdere. Vorremmo dire: "Lasciatemi almeno le mie idee, i miei sentimenti, i miei giudizi, le mie preferenze, le mie opinioni. O almeno lasciatemi il mio io, cosicché possa avere qualcosa con cui identificarmi, qualcosa di riconoscibile". E invece: "Lascialo cadere". È una vera e propria spoliazione di sé: solo nella perdita c'è guadagno, solo nell'abbandono c'è libertà, solo nel vuoto c'è autentica pienezza.
L'altro motivo per cui il maestro ordina di fare cadere prima un vaso e poi l'altro è la necessità di fare una cosa alla volta. È la classica pulizia dello zen. Parafrasando una frase di Charles Dickens: fare qualcosa come se non dovessimo fare altro. È una purificazione dei pensieri e delle azioni: un pensiero alla volta, un'azione alla volta. Troppi pensieri, troppe azioni contemporaneamente non ti permettono abbastanza consapevolezza: ti ingabbiano.
All'ultimo "lascialo cadere" del Maestro, quando oramai erano caduti entrambi i vasi, il monaco risponde sbigottito che non ha niente da lasciare cadere. Vedete? Qui c'è una duplice interpretazione: ironica o seria. La prima fa del monaco uno che non ha capito proprio niente: ha lasciato andare qualcosa, ma non tutto. Gli è bastato far cadere gli aspetti più grossolani della sua persona per credere che non ci fosse altro da cui liberarsi. E allora il Maestro gli dice, beffeggiandolo: va bene, vattene pure via con quel niente che pensi di avere dentro di te.
Secondo invece una interpretazione 'seria', il monaco coglie tutto, comprende il segreto. È l'illuminazione: non ho nulla da lasciar cadere. Non dice: non ho più nulla; dice invece: non ho nulla. È qualcosa cioè di istantaneo, di immediato; è la realizzazione del vuoto. Un vuoto cui non si perviene attraverso un iter: non è qualcosa da costruire, ma da realizzare.
Anche questo è un esercizio del "lasciare cadere": cioè anche quello che dicevamo poco fa, l'abbandono prima di qualcosa, poi di qualcos'altro, ecc., è solo una verità relativa, che deflagra completamente davanti alla realizzazione della verità assoluta, e che quindi va abbandonata a un certo punto, a un certo livello. Non è più qualcosa di graduale, non è un avvicinamento a tappe verso la meta finale. È realizzazione, qui e ora, istantanea: una realtà che era già sempre stata e che è: solo che ora è realizzata. È stato necessario un lavoro, certo, ma solo per comprendere che non c'era nulla a cui arrivare, cui pervenire, che non è avvenuto nessun cambiamento, ma solo un rischiaramento.
Eppure, se non ci fosse stato precedentemente quel lavoro, avremmo potuto realizzare mai qualcosa?

 





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