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riflessioni -> Mi piace - Non mi piace di Alejandro Jodorowsky


Mi piace - Non mi piace di Alejandro Jodorowsky




Mi piace sviluppare la mia coscienza per capire perché sono vivo, cos'è il mio corpo e cosa devo fare per cooperare con i disegni dell'universo.
Non mi piace la gente che accumula informazioni inutili e si crea false forme di condotta, plagiata da personalità importanti.
Mi piace rispettare gli altri, non per via delle deviazioni narcisistiche della loro personalità, ma per come si sono evolute interiormente.
Non mi piace la gente la cui mente non sa riposare in silenzio, il cui cuore critica gli altri senza sosta, la cui sessualità vive insoddisfatta, il cui corpo s'intossica senza saper apprezzare di essere vivo.
Ogni secondo di vita è un regalo sublime.
Mi piace invecchiare perché il tempo dissolve il superfluo e conserva l'essenziale.
Non mi piace la gente che per retaggi infantili trasforma le bugie in superstizioni.
Non mi piace che ci sia un papa che predica senza condividere la sua anima con una "papessa".
Non mi piace che la religione sia nelle mani di uomini che disprezzano le donne.
Mi piace collaborare e non competere.
Mi piace scoprire in ogni essere quella gioia eterna che potremmo chiamare Dio interiore.
Non mi piace l'arte che serve solo a celebrare il suo esecutore.
Mi piace l'arte che serve per guarire.
Non mi piacciono le persone troppo stupide.
Mi piace tutto ciò che provoca il riso.
Mi piace affrontare, volontariamente, la mia sofferenza, con l'obiettivo di espandere la mia coscienza.

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L'ARTE DI ASCOLTARE

Non ce ne avvediamo, ma è raro che noi sappiamo realmente ascoltare un interlocutore. Eppure una grande ricchezza interiore, un’animazione nuova e creativa ci possono
venire dal saper ascoltare e forse ancora qualcosa di più essenziale che tenteremo descrivere. Per solito non ascoltiamo l’altro, ma noi stessi: crediamo di seguire il filo del discorso dell’altro, ma seguiamo invece la nostra confutazione, una sorta di borbottio psichico che continuamente si interpone tra noi e l’interlocutore: ed è il nostro giudizio. Crediamo di avere afferrato un contenuto, ma ancora una volta non abbiamo altro che la nostra segreta opposizione al mondo. Si provi una volta a tacere interiormente, a non intervenire con la propria immediata confutazione o con la propria passiva accettazione: si lasci giungere nell’anima il suono della voce di chi parla, il senso delle sue parole: si ascolti realmente, per conoscere nella sua interezza che cosa ci viene comunicato.
Si scoprirà che si tratta di un atteggiamento nuovo, che non s’era mai prima di allora sperimentato: si sentirà farsi in noi una calma che può accogliere l’altro e che può dargli modo di esprimersi con una libertà che in lui tende normalmente ad affermarsi, ma che viene sempre respinta dal non trovare risonanza all’esterno. Non dovrebbe sembrare immagine retorica il sentire che colui che è dinanzi a noi e ci parla, proprio in quanto in quel momento stabilisce un rapporto vivo con noi, è l’essere più importante del mondo: è il rappresentante dell’umanità, è noi stessi. Nel tacere, nel vietarsi di confutare e di commentare, si ascolta veramente l’altro e lo si aiuta, lo si conosce nella sua profondità, si può rilevare in lui quello che v’è di più singolare e che altrimenti, non venendo ad espressione, andrebbe perduto per il mondo. Si provi a usare questo atteggiamento con
un essere semplice, a cui non si è usi attribuire importanza: per esempio con un bimbo, con una domestica, con uno spazzino: si può scoprire nell’ascoltarlo con quanta ottusità ci si comporta di solito, vietandosi di far giungere effettivamente a noi il messaggio essenziale che può venirci da un individuo qualsiasi. Ci si avvede che noi, con giudizi già belli e costituiti, anzi con un abito giudicante regolamentare, ci chiudiamo ai significati più vivi, alle singolari espressioni degli esseri, che sono la pulsante vita del reale.
Si può scoprire che non v’è creatura da cui non si abbia da imparare qualcosa, che si
può rimanere silenziosi ad accogliere la comunicazione di un essere semplice lasciando così che la sua anima si immerga nella nostra e vi rechi risonanze che fanno parte del mistero meno conoscibile della vita interiore e a cui sarebbe difficile trovare altro linguaggio che quello dell’arte o della filosofia. Si reca un concreto giovamento a colui che ci parla, se lo si sa ascoltare: lo si aiuta come se gli si dischiudesse il varco ad un più fecondo incontro con se medesimo. L’interlocutore sente che infine è ascoltato, ossia compreso, sente che può varcare la chiusura della propria individualità e riversarsi nel mondo, perché in quel momento chi lo ascolta è il mondo intero. La parola allora si ravviva del “calor cogitationis”, in cui filtra l’intelligenza del cuore e nasce quella comunione che è il germe della vera socievolezza, ossia della fraternità. Chi sa ascoltare diviene il sollecitatore di quanto di meglio può scaturire dall’anima dell’interlocutore:
lo fa sbocciare in sé, lo rende artista e, propiziando una migliore relazione fra la psiche di lui e il mondo esteriore, giova anche alla sua salute fisica. È un’arte non facile, soprattutto perché di solito non si sa dimenticare se stessi se non nei gesti e negli atti istintivi: mentre ci si ricorda troppo di sé, delle proprie opinioni, delle proprie preferenze, quando si è presenti a se stessi. Ricondurre al silenzio il proprio opinare, il
proprio reagire, dà peraltro una grande calma. Si potrebbe obiettare che una tale attitudine attenua la coscienza di sé ed elimina quello spirito critico che nell’esperienza normale ci garantisce la scelta del vero e del buono. Ma la realtà è che una scelta secondo verità non possiamo farla se prima non ci poniamo dinanzi i contenuti quali sono e non lasciamo che essi ci rivelino la loro realtà. Immergendosi nell’ascolto dell’altro, l’uomo estingue in sé l’“io” più effimero o più egoistico, quello che borbotta, critica, soggettivizza, quello che riduce tutto a termini dialettici: è evidente perciò che quello che sta ad ascoltare è il vero “Io”, o Io superiore. Il buon ascoltatore diviene calmo e prova quella rara esperienza che fa accogliere gli interessi dell’altro come interessi propri: esperienza che rafforza la volontà, libera dall’angoscia e dalla paura,
chiarisce il senso di ciò che comunemente si chiama “amore verso il prossimo”, ma che rimane espressione verbale, mera immagine, se non lo si attua attraverso una pratica, che concretamente svincoli da se stessi. Il potere della volontà scorre creativamente nell’uomo che sappia stabilire in sé un silenzio non artificioso, narcisistico, retorico, ma un silenzio dedito alla conoscenza degli uomini e delle cose, vastamente aperto a tutti i suoni e le espressioni dell’essere: per cui l’individuo non opponga continuamente se stesso al messaggio del mondo ma offra la sua interiorità perché questo vi si esprima in pienezza.

Massimo Scaligero

Fonte http://www.larchetipo.com/2011/ago11/





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