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Il Buddhismo, scienza della mente




“Astieniti dal danneggiare gli altri, fai ciò che è bene, purifica la tua mente.” (Buddha Shakyamuni)

Nella religione cristiana si afferma che Dio abbia creato l’uomo a propria immagine e somiglianza e questo nell’intento di ricordare all’uomo stesso, attraverso le sue sembianze divine, che Dio è sempre presente tra noi. Tuttavia, potrebbe venir spontaneo domandarsi se invece non sia possibile l’esatto contrario e cioè che l’uomo, sin dalla sua prima comparsa sulla terra, abbia sentito la necessità di crearsi un Dio onnipotente al quale potersi appellare in tutti i suoi momenti difficili. Se si accetta questa prospettiva, ne consegue allora che questo “Dio personale” non è altro che l’emanazione della natura divina dell’uomo stesso. Il Buddha, 500 anni prima della nascita di Cristo, si prefiggeva appunto di dimostrare, in maniera assolutamente pragmatica, che la mente di ogni uomo possiede veramente questa natura “divina”.

Ogni uomo, sosteneva, è un potenziale Buddha, cioè un risvegliato, un illuminato, ma a causa della sua ignoranza non riesce a realizzarsi in quanto tale. Il Buddhismo quindi non è propriamente una religione in quanto non venera nessun Dio creatore, non è neanche una filosofia perché non vi è una mera speculazione del pensiero, ma il suo approccio è invece squisitamente pratico, esperenziale e non dogmatico. Il Buddhismo potrebbe forse essere definito come una “Scienza della mente” che mira ad eliminare gradualmente dall’uomo ogni forma di emozione disturbante causa di notevole sofferenza.

A fronte di queste considerazioni, non bisogna però confondere il Buddhismo con la moderna psicoanalisi, anche se le due discipline possiedono molte affinità.

Diciamo che là dove la psicoanalisi cessa il suo compito prettamente terapeutico, inizia il campo del Buddhismo. Lo scopo del Buddhismo è quello di “curare” le normali afflizioni dell’esistenza umana che non rientrano più nell’ambito delle patologie psichiche. In questo senso il Buddhismo non può e non deve essere applicato alle suddette patologie, causa un possibile peggioramento delle stesse o quantomeno un inutile risultato.

Il Buddhismo ha come scopo ultimo la cessazione della sofferenza, intesa più specificamente come quella frustrazione, insoddisfazione e senso di inappagamento che ogni uomo sperimenta nel corso della propria esistenza. Questa sofferenza è causata unicamente dal nostro eccessivo attaccamento a cose, fatti e pensieri che per loro natura sono impermanenti e quindi soggetti a decadenza. A sua volta questo attaccamento, che si manifesta sotto forma di brama e desiderio è causato dalla erronea convinzione che esista un Sé completamente indipendente e separato dal tutto. Il Buddhismo insegna che è solo disfandosi del proprio Sé egocentrico che l’uomo ha la possibilità di raggiungere la vera felicità incondizionata. Ed è proprio su questo punto che il Buddhismo si differenzia dalla psicoanalisi. Quest’ultima cerca di curare gli eccessi dell’ego umano riportandolo nell’ambito della normalità, mentre il Buddhismo cerca di andare oltre questa “normalità”, cercando di tendere verso uno stato mentale che trascenda qualsiasi forma di egocentrismo, portando ad ampliare l’Io oltre i propri ristretti confini. Cosa significa in sostanza tutto ciò? Se noi analizziamo la vita di un qualsiasi uomo, possiamo notare che tutta la sua esistenza è permeata da questo ingannevole senso dell’Io che lo porta costantemente a colorare di sé ogni aspetto della realtà, osservando la stessa in maniera soggettiva. Purtroppo però, la realtà è una cosa e ciò che noi desideriamo è un’altra cosa ancora, per cui l’uomo vive costantemente nell’illusione, ad esempio, di non ammalarsi, di non invecchiare, di non perdere l’amore e il denaro, in una parola di essere felice. Certo, è umanamente comprensibile questo atteggiamento e non c’è nulla di sbagliato nell’adoperarsi per la propria felicità. L’errore consiste semmai nell’attaccamento eccessivo, nel nutrire troppe aspettative che la vita poi non sempre mantiene. In questa prospettiva, la vita dell’uomo si rivela alla fine solo un unica illusione paragonabile al sogno. A questo punto però, quando si parla di sofferenza e di cessazione delle passioni, il Buddhismo viene tacciato, a torto, di pessimismo e nichilismo. Accuse queste che però sono infondate ed anzi, in ultima analisi dopo un approfondito studio, questa dottrina si rivela al contrario molto ottimista.

La constatazione che nella vita la sofferenza è la regola e che la felicità è l’eccezione, oltre a essere un dato di fatto sperimentabile da tutti, non significa che non si debba gioire dei piaceri che ogni tanto la vita ci regala. Abbandonare le passioni non significa rinunciare ai piaceri, significa invece che quel determinato piacere non viene più contaminato dall’attaccamento ossessivo al proprio ego che crea dipendenza al piacere stesso. Bisognerebbe in sostanza godere di quel particolare momento piacevole senza desiderare che questo si protragga nel tempo, ma accettando pacificamente che prima o poi finirà. E’ proprio quando il momento piacevole viene colorato di aspettative e desideri che si crea quella sofferenza di cui il Buddhismo vuol sbarazzarsi.

Abbandono dell’ego inoltre, non significa nemmeno rinunciare alla propria personalità esimendoci, da una parte, dalle nostre responsabilità, o dall’altra, subendo passivamente ogni ingiustizia. L’uomo al contrario, ha il diritto ed il dovere per se stesso e per gli altri di fare tutto ciò che è nelle sue facoltà, valutando obbiettivamente la situazione presente e la realtà dei fatti. Obbiettività che invece spesso viene a mancare quando l’uomo si fa prendere da sentimenti come l’odio e l’orgoglio, sentimenti che, nonostante siano umanamente comprensibili, non sono di grande aiuto nella retta visione della realtà. L’accettazione subentra nel momento in cui l’uomo che ha fatto tutto ciò che poteva deve rassegnarsi allo stato delle cose. Quando non si vede altra alternativa alla soluzione del problema, l’atteggiamento più propizio è la tranquilla accettazione dei fatti. L’uomo invece ha la tendenza ,a causa del proprio egocentrismo, a sommare ulteriore sofferenza alla di per se già sofferente situazione.

Un famoso koan (Aneddoto Zen) giapponese chiarisce molto bene questo concetto: Una persona su una prateria viene rincorsa da un leone affamato, ad un certo punto l’uomo cade in un burrone ma riesce ad aggrapparsi ad un ramo che cresceva sul bordo del dirupo. Sfortunatamente però il ramo inizia a rompersi e sotto lo sventurato ci sono altri leoni ad attenderlo, ma in quel momento l’uomo nota una bella fragola rossa li accanto. La coglie e … com’era buona !! Questo aneddoto è naturalmente un paradosso, ma che però ci fa intuire come l’accettazione sia l’unica possibilità che ci sia concessa in determinate situazioni.

Se lo sventurato si fosse fatto prendere dal panico non avrebbe certo migliorato la sua situazione, senza parlare del fatto che non avrebbe nemmeno potuto godere del suo probabile ultimo minuto di vita.

A questo punto si vuol analizzare il metodo col quale il Buddhismo si prefigge di sconfiggere la sofferenza in tutte le sue manifestazioni. L’intuizione del Buddismo a questo riguardo è veramente innovatrice e unica nel suo genere, perché non propone una rimedio esterno , ma utilizza gli stessi “Veleni” dell’ Io (desiderio, odio e ignoranza) come mezzo curativo. Un po’ come si fa con il siero contro il morso dei serpenti dove si utilizza lo stesso veleno per ricavarne la medicina. Nella mitologia si parla dell’alchimista (il Buddha) che trasforma i minerali poveri (i veleni dell’Io) in oro. (la saggezza).

Alchimia a parte, il metodo consiste essenzialmente nella meditazione di consapevolezza ovvero quello stato mentale che ci consente di rimanere intimamente con noi stessi osservando minuziosamente gli stimoli interni ed esterni che transitano continuamente nella nostra mente. Questa continua consapevolezza e la conseguente accettazione di tutto ciò che accade ha come effetto quello di depotenziare i veleni del nostro Io. Man mano ci si rende conto che tutte le sensazioni, le percezioni e i pensieri sono fenomeni transitori e questo a lungo andare genera una sorta di inevitabilità dell’impermanenza che ha un effetto trasformante sul nostro Io.

Il metodo Buddhista ha generato in passato molti uomini realizzati ed ancora oggi nella società contemporanea porta notevoli benefici ai suoi praticanti a tal punto che recentemente la stessa psicanalisi moderna si è avvicinata a queste pratiche meditative con notevole interesse.

Fonte meditare.net

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PROBLEMI ALLA VISTA E POSTURA

I problemi alla vista e la postura

Sembrerebbe improbabile una correlazione fra denti e occhi, ma ricerche effettuate dimostrano il contrario. Un esempio classico è la capacità di accomodamento, ovvero la minima distanza di messa a fuoco di una matita. Fate questo semplice test.

Nella posizione eretta, con i piedi in posizione per voi comoda provate a vedere quanto riuscite ad avvicinare la matita al vostro naso senza far sdoppiare l'immagine e misurate la distanza fra naso e matita. Poi convergete il più possibile i piedi l'uno verso l'altro in modo da metterli in posizione per voi molto fastidiosa e riprovate: molti noteranno che non potranno avvicinare la matita come prima!

La contrazione muscolare anomala degli arti inferiori si è ripercossa per collegamento fra catene muscolari, fino ai muscoli oculari impedendone il normale funzionamento. In questi pazienti si può sospettare un affaticamento dei muscoli oculari indotto da alterazioni posturali

Si è visto che l'affaticamento alla visione e le forie, ovvero i piccoli strabismi compensati, risentono molto di tali contrazioni che possono benissimo essere indotte dal combaciamento dentale.

 

Se a ciò si aggiungoni i cosiddetti "torcicolli oculari" ossia atteggiamenti inclinati e/o ruotati del capo indotti dagli strabismi, ecco che il quadro si complica, ma soprattutto interagisce con i settori vicini, a.d esempio i denti e le cefalee

Gli occhi e la postura

Cosa c'entrano gli occhi con la postura?

C'entrano perché anche attraverso la vista il nostro cervello sa cosa è dritto e cosa è storto, e quindi quanto siamo dritti e quando siamo storti. In particolare il cervello confronta le informazioni visive che vengono dagli occhi con le informazioni che arrivano dai muscoli degli occhi, quindi quello che vediamo e la direzione del nostro sguardo. Queste informazioni, insieme a quelle che provengono da altre parti del corpo (muscoli, articolazioni, denti, orecchie, solo per citare le principali) servono appunto al cervello per capire quanto siamo dritti e quanto siamo storti e quindi, se necessario, mettere in atto delle manovre per correggere la postura. E' evidente quindi come sia importante controllare anche gli occhi quando siamo in presenza di una patologia posturale.

Come si fa?

Si fa una visita con un oculista o un ortottista che controllerà anche la situazione dei muscoli degli occhi e, soprattutto il loro rapporto con la postura.

Serve sempre fare un controllo visuo-posturale?

No, solo se il medico che sta valutando il nostro problema posturale avrà il sospetto che gli occhi possano avere un ruolo nella patologia.

E come fa a capirlo?

Con un test molto semplice: valuterà la nostra postura ad occhi aperti e ad occhi chiusi: normalmente la postura ad occhi chiusi peggiora, se dovesse migliorare si può sospettare che siamo in presenza di un problema del sistema visivo. In altre parole gli occhi, anziché migliorare il nostro assetto posturale lo disturbano.

E se c'è qualcosa che non va?

Allora l'oculista valuterà una eventuale modifica della correzione degli occhiali o, magari, ci consiglierà di fare qualche esercizio di ortottica: un po' di ginnastica per i muscoli degli occhi.

E chi porta gli occhiali?

Deve dirlo al medico che sta studiando la sua patologia posturale (e portare gli occhiali quando va a farsi visitare!). In questo modo sarà possibile effettuare la visita con e senza occhiali e valutare se questi ultimi possano condizionare il problema della postura.

I tra cardini da valutare per una postura corretta  sono gli occhi , l’occlusione e l’appoggio plantare , ragione per cui è sempre necessaria per una corretta valutazione una visita odontoiatrica  che valuti gnatologicamente  il corretto  bilanciamento delle arcate dentarie  durante la masticazione e non solo, ma anche una visita ortottica e posturale con attenzione alla dinamica dell'appoggio plantare



La Grande Madre

Dai primordi dell’umanità, la donna è stata invocata, venerata e adorata come Dea, attraverso innumerevoli forme, nomi, simboli e manifestazioni.
La storia dell’evoluzione della coscienza umana è caratterizzata da un lungo processo in cui, per molto tempo, la coscienza matriarcale ha dominato la cultura, la religione, gli usi e i costumi di molte civiltà, tramite il dispiegarsi dell’Archetipo Femminile della Grande Madre.
L’ampia diffusione del culto della Dea costella non solo la preistoria ma anche epoche più recenti, in forma meno diretta, meno consapevole e più sublimata e i numerosi studi compiuti a riguardo rivelano la presenza di un’immagine del mondo unitaria, al cui centro si trova la Grande Dea femminile.
Per  Archetipo della Grande Madre s’intende un’immagine interiore che agisce sulla psiche umana, la cui espressione simbolica è costituita dalle raffigurazioni e dalle forme della Grande Dea che l’umanità, soprattutto primitiva, ha rappresentato nelle creazioni artistiche e nei miti

L’Archetipo primordiale possiede una prerogativa essenziale: cioè quella di fondere in sé attributi e gruppi di attributi positivi e negativi; per questo, in una fase preistorica della coscienza, esso prende forma nell’immaginazione e la sua rappresentazione è spesso mostruosa, terribile, inumana e soltanto a uno stadio più avanzato le immagini archetipiche diventano sacre.
Assistiamo così al carattere ambivalente dell’Archetipo Femminile, che si esprime in termini negativi come la terribile Madre Divorante, che distrugge e divora, e in termini positivi come principio trasformatore, che spinge a muoversi e a cambiare. Il carattere trasformatore dell’Archetipo Femminile è il fattore che spinge, alletta e incoraggia il maschile ad affrontare tutte le avventure della psiche e dello spirito, e ad agire e creare nel mondo esterno e interno. Mentre il carattere negativo tende a dissolvere l’Io e la coscienza, quello trasformatore esercita una fascinazione conducendo la personalità al movimento, alla trasformazione.
Lo sviluppo psico-biologico dell’umanità inizia con uno stadio “matriarcale” in cui domina L’Archetipo della Grande Madre e in cui gli eventi psichici dell’individuo e del gruppo sono diretti dall’inconscio. Tale dominio costella la situazione psichica primordiale in cui la coscienza si sviluppa rendendosi libera, con una graduale emancipazione dal predominio dei processi inconsci, fino a sfociare nel mondo patriarcale in cui domina l’Archetipo del Grande Padre o del Maschile.
Nelle rappresentazioni della Grande Madre come Dea durante l’età della pietra domina il simbolismo del vaso pieno, in cui la fecondità del femminile trova un’espressione pre-umana e sovrumana. Il simbolo centrale del vaso esprime universalmente l’essenza del Femminile. L’identità della personalità femminile col corpo-vaso contenitore costituisce un fondamento dell’esistenza femminile; la donna non è solo il vaso che contiene qualcosa, ma è il “vaso della vita in sé” in cui si forma la vita e che genera ogni cosa vivente.

La Grande Madre rappresentata come Dea della fertilità, Signora della gravidanza  e della nascita, oggetto di culto non solo delle donne ma anche degli uomini, costituisce il simbolo archetipico  della fertilità e del carattere soccorrevole e nutriente. Il Femminile che dà  nutrimento diviene un principio della natura venerato ovunque, da cui l’uomo dipende nel bene e nel male. La terra stessa è un simbolo femminile, poiché rappresenta, in un certo senso, l’utero della realtà femminile che nutre l’intero mondo.


Il carattere negativo del Femminile si esprime attraverso la realtà simbolica della Madre Terribile. Questo lato oscuro prende ovunque forme mostruose. Se il mondo, la vita e la natura sono da un lato esperiti come Femminile che genera e nutre, protegge e riscalda, i loro opposti come morte e distruzione, pericolo e bisogno, fame e mancanza di protezione sono vissuti dall’umanità come un soggiacere alla madre oscura e terribile. Il grembo della terra si trasforma nelle fauci divoranti e mortali del mondo sotterraneo e accanto all’utero da fecondare e alla cavità protettiva della terra si spalancano l’abisso e la caverna, l’oscurità della morte. L’umanità ha esperito la Madre Terribile nella forma più grandiosa in India, come Kali, “l’oscura, il tempo divoratore, la Signora incoronata di ossa, luogo sacro dei teschi”.
Nella sua ampia e profonda fenomenologia, l’Archetipo del Femminile, con il suo aspetto positivo e negativo, abbraccia tutto e appare come Grande Cerchio, che costituisce e contiene l’intero universo. La Grande Madre assume a un certo punto un carattere di totalità; essa è ogni cosa: cielo, acqua, terra. Come totalità è lo spazio, che risulta già dal suo carattere di vaso, uovo cosmico, contenente. Essa è, tuttavia, Signora del tempo e del fato.

L’avvicendamento del giorno e della notte, dei mesi, delle stagioni e degli anni, soggiace alla volontà onnipotente della Grande Madre. In tutto il mondo essa regge la tavola del fato, le costellazioni determinanti del cielo che essa stessa rappresenta; come Dea del Fato, tesse la vita così come il destino. La Grande Madre è Signora del Tempo, in quanto Signora della crescita; è anche dea lunare, poiché la luna e il cielo sono le manifestazioni visibili della temporalità del cosmo. La qualità temporale così come l’elemento acqua vanno ascritti al Femminile per la loro natura fluente. Anche il mistero primordiale della tessitura e della filatura è stato esperito nella proiezione sulla Grande Madre che tesse la vita e fila la matassa del fato. Le grandi dee sono, dunque, in Egitto, in Grecia, presso i Germani e i Maya, tessitrici; e poiché la “realtà”  è opera delle grandi tessitrici, tutte le attività come l’intrecciare, il tessere, il legare ecc., rientrano nelle azioni femminili determinanti il fato. Anche la filatura rappresenta un attributo femminile universale.

 

La Dea è venerata in molte culture come albero, che assume un carattere materno come il nutrire e il generare. Essa è dunque la Signora delle piante. La Grande Dea è ovunque Signora del cibo che proviene dalla terra e tutte le usanze connesse col cibo le sono subordinate e da lei dipendono. La Grande Dea come Signora della vita non solo genera la vita cosmica, ma dispone anche degli elementi e della vegetazione terrestre. Essa viene adorata anche come “Signora degli animali” nella fase patriarcale dell’umanità. Lo spirito femminile divino che s’incarna nella Signora degli animali, ordina il mondo secondo una gerarchia e spinge a un sacrificio generale, che indica una significativa rinuncia a vantaggio di un più vasto interesse, che comprende la totalità della vita e dell’esistenza umana.


Il femminile assume nei misteri primordiali un ruolo creativo e diviene fattore determinante della cultura umana primitiva. Nei misteri femminili distinguiamo i misteri di conservazione, formazione, nutrimento e trasformazione. Nei misteri di conservazione il tempio, la tomba e la casa, ma anche il pilastro che regge la struttura della casa sono simboli della Grande Madre. La donna è per natura colei che nutre e perciò è signora di tutto ciò che significa nutrimento. Il reperimento, la combinazione e la preparazione del cibo sono compiti riguardanti il gruppo femminile. Tra le altre funzioni tipicamente femminili rientrano anche la velatura e la vestizione del corpo, la sua protezione e la sua copertura. Ma al centro dei misteri, dominati dal gruppo femminile, stanno la custodia e la conservazione del fuoco. Il settore del dominio femminile è simboleggiato, nella casa, dal focolare che riscalda, luogo della preparazione dei cibi, “centro” che in origine era anche l’altare. Il terzo simbolo centrale della signoria del Femminile è il giaciglio, il “letto”, luogo della sessualità e del rituale di fertilità ad esso legato.

Così nei misteri primordiali, il Femminile diviene Signora della trasformazione e pone le basi della civiltà umana che consiste nella natura trasformata: si tratta della trasformazione della materia e della vita, che sottostà ad essa. Essa trasforma la natura in qualcosa che agisce su un piano più elevato, un piano spirituale, che essa può distillare dal substrato naturale della materia. Essa è il vaso dell’incarnazione, della nascita e della rinascita. Essa, attraverso sofferenza e morte, sacrificio e annientamento, lascia scaturire da sé la trasformazione, il rinnovamento e la rinascita: ciò che è mortale diviene così immortale.

 

Per questo ovunque, sulla terra, alla donna sono stati attribuiti poteri magici e mantici. In tutto il mondo civilizzato e non civilizzato essa ha rivestito il ruolo di Signora dell’azione magica, sia positiva, sia negativa, come sacerdotessa e come strega. Da tempo immemorabile essa ha agito come sciamana, sibilla, sacerdotessa e donna saggia, all’interno dell’umanità. La donna è, pertanto, la veggente primordiale, signora delle acque profonde che danno la saggezza; ma essa capisce anche lo stormire degli alberi e tutti i segni della natura, alla cui vita è strettamente legata. Essa è il centro della magìa, del canto magico e della poesia. Càriti, ninfe, spiriti silvestri, Muse e Grazie ecc., sono le forze di questo femminile ispirato e ispirante, che cantano, danzano e profetizzano, in cui troviamo i simboli del calderone e della caverna, notte e luna. La danza, come espressione della commozione naturale dell’uomo primitivo, la danza specialmente frenetica e orgiastica, rappresentava il mezzo attraverso il quale veniva celebrata la Grande Dea.

La Grande Dea è anche la signora dei veleni e delle sostanze inebrianti, dello stupore e del sonno. La forza magica e incantatrice della bevanda è un mezzo della dea della guerra per rendere gli uomini capaci di combattere, ma anche il simbolo della potenza mortale del Femminile stesso, in cui s’intrecciano misteriosamente ebbrezza e morte. Il filtro magico, la pozione d’amore, l’elisir poetico, la bevanda inebriante, la pozione mortale, che la donna mesce, come soma, come nettare ecc. sono bevande di trasformazione, forme evolutive dell’acqua della vita. Tramite esse il maschile si eleva al livello di un’esistenza sublimata, spiritualizzata, alla visione, all’estasi, alla creatività. Il Femminile comprende se stesso anzitutto come sorgente della vita, esso è natura creativa e principio creatore della civiltà.
Con la nascita del figlio il Femminile vive un prodigio puro ed essenziale per il matriarcato: il Maschile nasce dal Femminile, esso rimane sempre – come amante e uomo – suo figlio. Sul piano misterico, la nascita si rivela una nascita trasformata e il figlio come un figlio speciale, luminoso, quale “bambino divino”. Il motivo della  “nascita soprannaturale”, concezione o nascita che non avviene nella materia terrena, inferiore, appartiene alla sfera archetipica della Dea Vergine e Madre.

La Dea si afferma successivamente come Sofia, come puro spirito, come totalità spirituale femminile; essa rappresenta allora l’essenza più elevata e raffinata a cui la vita è in grado di pervenire tramite la trasformazione. Questa Sofia-Femminile non svanisce nell’astrattezza nirvanica di uno spirito maschile, ma rimane sempre legata alla base terrena della realtà.

Il simbolismo del vaso appare anche nello stadio più elevato, e cioè nella forma del vaso della trasformazione spirituale. Pensiamo al simbolismo del Graal, e nel cristianesimo all’immersione battesimale della trasformazione, che rappresenta il ritorno all’uovo primordiale delle origini o il vaso alchimistico del rinnovamento.
L’Archetipo del Femminile, a uno stadio più avanzato, perde sempre più il suo carattere originario di dea e diviene concetto, allegoria: Sofia come Filosofia, e nell’ambito giudaico, Torah (la Legge) e Hokhmah (simbolo della saggezza e della cabala).

Nel potere femminile dell’inconscio agisce in profondità una saggezza superiore alla saggezza della coscienza quotidiana, che risolve e imprime un orientamento alla vita umana. Si tratta di una saggezza femminile e materna che richiede partecipazione, non un sapere astratto e disinteressato. Essa è presente e vicina, è una dea che ama e che può sempre essere invocata ed è sempre pronta ad intervenire.
Nello sviluppo patriarcale e monoteistico-maschile tendente all’astrazione, nell’Occidente giudaico-cristiano, la dea come figura della saggezza, fu detronizzata e repressa. Fa eccezione l’India, in cui l’antica dea matriarcale non solo si è imposta nel tantrismo come Shakti, come forza, energia primordiale femminile, ma ha riconquistato il suo posto come Grande Madre e Grande Cerchio. Accanto a Kali, che nel suo aspetto positivo rappresenta la libertà, l’energia pura originaria, l’eros trasfiguratore, troviamo la figura divina di Tara che simboleggia la forma suprema della trasformazione spirituale attraverso il Femminile. Essa è protettrice e redentrice, è colei che conduce verso la liberazione dall’irretimento nel samsara, verso la coscienza e il sapere, la trasformazione e l’illuminazione.

La natura femminile che si dispiega attraverso diverse forme e simboli, si manifesta nella donna come “eterno femminino” e trascende l’incarnazione terrena di ogni donna. La Grande Dea è l’incarnazione del Sé femminile che si sviluppa nella storia dell’umanità e di ogni singola donna. E’ la potenza sotterranea, latente, misteriosa che ancora oggi si muove all’interno dell’universo femminile.

Fonte visionealchemica.com





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