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Religioni e cibo




 Il rapporto che le persone instaurano col cibo è complesso e legato a fattori diversi: è senza dubbio un fatto culturale poiché il modo di pensare il cibo è mediato culturalmente dall’ambiente e dalla società in cui si vive

Tra gli elementi culturali che influenzano il modo di alimentarsi c’è anche la religione. Solo per fare un esempio, nel Medioevo l’atto del mangiare era impregnato di contenuti religiosi: i cristiani, quando bevevano, lo facevano assumendo cinque sorsi, uno per ogni piaga di Gesù, ogni boccone era diviso in quattro parti di cui tre per la S.S. Trinità e uno per Maria, la Madre di Gesù, ecc. (Cfr. L’Ombra di Argo di Antonio d’Itollo).

In tutte le religioni il cibo non è solo un elemento naturale e materiale ma è considerato un dono di Dio o degli Dei, e l’atto di alimentarsi diventa, per questo motivo, un atto sacro, anche di ringraziamento all’Entità superiore che l’ha donato all’uomo per assicurarne la sopravvivenza. Come atto sacro l’assunzione di cibo deve anche rispondere all’esigenza spirituale di moderazione e virtù propria di ciascuna religione.

I divieti alimentari e le regole per consumare certi prodotti o uccidere gli animali nascono da questa prospettiva di purificazione e redenzione, strettamente legati al concetto di tabù, utile sia per creare nei credenti una forte identità di gruppo sia per evitare di contaminarsi con i non-credenti, i non-eletti.

Per quanto riguarda la religione ebraica, per esempio, nel libro del Levitico (Antico Testamento) c’è una lunga disamina dei cibi vietati perché ”empi”. Nel sito della Scuola Ebraica di Torino vengono indicati i cibi permessi (kashèr) e il modo di prepararli, seguendo gli insegnamenti della Torah (Legge). Secondo l’ebraismo queste norme, che limitano la libertà dell'uomo nella scelta fra animali puri (kashèr) e impuri (tarèf) sono importanti perché ricordano che il Signore è il padrone dell'universo e che bisogna avere pietà anche verso gli animali. Solo per fare qualche esempio di norme: vengono considerati animali puri i quadrupedi ruminanti, con l'unghia spaccata (bovini, ovini, caprini) e sono kashèr anche molti gallinacei, oche, anatre. Sono proibiti i volatili rapaci e notturni. Un'altra norma importante è quella di non cibarsi del sangue degli animali, in quanto esso è il simbolo della vita. Ecco perché, per prima cosa, l'animale deve essere ucciso con un sistema speciale (shechità) atto non solo a non farlo soffrire, ma anche a eliminare più sangue possibile. Vietato è anche cibarsi di carne e latte (o latticini) insieme. Dopo la carne, devono passare almeno sei ore prima di mangiare dei latticini; dopo i latticini prima di mangiare la carne bisogna lavarsi bene la bocca. Bisogna avere recipienti e stoviglie separate per cibi di carne e di latte.

Nel mondo islamico esistono Centri di Certificazione di Qualità Halāl, che hanno il compito di garantire l’osservanza delle norme alimentari. Halāl è una parola araba che significa "lecito" e, in Occidente, si riferisce principalmente al cibo preparato in modo accettabile per la legge islamica. Questa parola include tutto ciò che è permesso secondo l'Islam, la condotta e le norme in materia di alimentazione, in contrasto a ciò che è harām, “proibito”. Secondo coloro che aderiscono a questa visione, perché il cibo possa essere considerato ḥalāl non deve essere una sostanza proibita e la carne deve essere stata macellata secondo le linee guida tradizionali indicate nella Sunna (gli animali devono essere coscienti al momento dell'uccisione che deve essere procurata recidendo la trachea e l'esofago e sopravvenire per il dissanguamento completo dell'animale).

Nella religione cristiana, a differenza di quella ebraica e islamica, non esistono regole o tabù alimentari se non quelli legati alla moderazione e a evitare gli eccessi e i peccati di gola. Questo perché l’insegnamento di Gesù Cristo, per quanto riguarda i divieti alimentari, si discosta da quello ebraico: ”Non è ciò che entra nella bocca che contamina l'uomo; ma è quel che esce dalla bocca che contamina l'uomo […] Non capite che tutto ciò che entra nella bocca se ne va nel ventre, e viene espulso nella fogna? Ma le cose che escono dalla bocca procedono dal cuore; sono esse che contaminano l'uomo. Poiché dal cuore provengono pensieri malvagi, omicidi, adulteri, fornicazione, furti, false testimonianze, maldicenze. Queste sono le cose che contaminano l'uomo; ma il mangiare senza lavarsi le mani non contamina l'uomo” (Mt 15,11; Mt 15,17-20).

Nella Chiesa cattolica fa eccezione a questa regola generale il divieto di consumare carne nel venerdì santo insieme all’obbligo del digiuno in alcune circostanze particolari come il mercoledì delle ceneri e il venerdì santo. Nel medioevo, e in qualche misura ancora oggi, tra i cristiani, la passione per il cibo (gola) rappresenta uno dei sette vizi capitali, perché può essere occasione di cedimento al piacere. Per i monaci, per esempio, se la gola era di ostacolo alla salvezza il digiuno era la regola per rinforzare la virtù e redimersi. Un valore, questo, ancora in uso in alcune forme di ascetismo cristiano. Tuttavia, è importante notare che, nella religione cristiana, l’evento culmine della salvezza, cioè l’istituzione dell’Eucarestia, si svolge intorno al tavolo dell’ultima cena, durante la celebrazione della Pasqua ebraica, mentre gli apostoli e Gesù mangiano l’agnello, il pane azzimo, le erbe amare e bevono il vino rosso: un evento che i cattolici ricordano e rivivono ogni giorno nella Santa Messa.

Nel buddhismo è raccomandata l’astinenza dalle carni per rispetto alla vita degli animali. Anche se non direttamente prescritta, comunque, l'astensione dalla carne è considerata nel buddhismo come un valore finalizzato a salvare la vita a un essere senziente: è chiaro, infatti, che, se una persona si astiene dal mangiar carne per tutta una vita, un certo numero di animali non verranno uccisi per lei. Una frase del XIV Dalai Lama sintetizza efficacemente questo principio: "Gli animali uccidono solo quando hanno fame, e questo è un atteggiamento assai diverso da quello degli uomini, che sopprimono milioni di animali solo in nome del profitto".

Nel contesto multiculturale e multireligioso attuale ci sono conflitti che insorgono nelle società anche a causa di convinzioni religiose che riguardano il cibo, il modo di macellare gli animali, ecc. Garantire ai fedeli la possibilità di esercitare la loro religione, senza generare conflitti o forme di discriminazione, è una delle sfide che la nostra società è chiamata ad affrontare. Nel testo a cura di A.G. Chizzoniti e M. Tallacchini Cibo e religione: diritto e diritti, gli studiosi sottolineano, a questo proposito: “La religione ebraica e quella musulmana prevedono che la carne, per potere essere lecitamente consumata dai propri fedeli, debba provenire da un animale macellato secondo alcune regole precise: esse sono volte a sottolineare il significato sacro che accompagna l'uccisione di ogni essere vivente e, almeno in passato, servivano ad assicurare il rispetto di alcune essenziali condizioni igieniche e sanitarie.” […] Il rispetto delle regole religiose implica un incremento della sofferenza dell'animale: questi infatti viene immobilizzato secondo tecniche particolari e viene ucciso senza essere previamente stordito. Il problema è acuito dall'immigrazione in Europa occidentale di un largo numero di musulmani, che ha conferito alla macellazione rituale un rilievo quantitativo sconosciuto fino a pochi anni or sono. In alcuni paesi (per esempio la Francia) i mattatoi non sono in grado di far fronte alla domanda di macellazioni rituali in occasione di alcune festività musulmane: queste macellazioni vengono quindi compiute in maniera incontrollata, suscitando comprensibili reazioni”.

Aldilà di questi aspetti giuridici, che pure hanno una grande importanza, è da segnalare la possibilità, fortunatamente rara, che, in gruppi religiosi fortemente deviati e guidati da leader squilibrati, le regole e i divieti estremi possano condurre a conseguenze drammatiche per la vita degli adepti. Un caso eclatante, di cui si sono occupati i media una decina di anni fa, è quello della cosiddetta “setta di Attleboro”.

Il fatto si verificò ad Attleboro negli Stati Uniti nell’ottobre del 2000. Il leader, Jacques Robidoux, 27 anni, fu accusato da uno dei suoi seguaci, David Corneau, di aver causato la morte del figlio Samuel. Robidoux guidava una setta cristiana fondamentalista che rifiutava di riconoscere la moderna medicina e l’autorità del governo e, insieme ai suoi seguaci, aveva taciuto per oltre un anno mentre le autorità indagavano sulla morte di due bambini: il figlio di Robidoux, Samuel, di 11 mesi e Jeremiah, il figlio appena nato di David e Rebecca Corneau.
Secondo quanto riferito dai testimoni Samuel morì di fame quando gli fu negato il cibo solido dopo il periodo di allattamento al seno. In quanto a Jeremiah i membri della setta avevano detto che era nato morto dopo il parto in casa. Nel mese di Ottobre del 2000 David Corneau, 33 anni, uno degli 8 membri della setta imprigionati per aver rifiutato di rispondere alle domande, aveva rotto il muro di silenzio durato mesi e aveva condotto gli inquirenti nel luogo dove i due bambini erano stati sepolti all’interno di casse di legno improvvisate. I capi d’accusa erano: omicidio di primo grado per Jacques Robidoux, per aver presumibilmente "diretto il sistematico rifiuto di dare cibo al figlio Samuel di 10 mesi", omicidio di secondo grado per la moglie Karen, 24 anni, madre del bambino, e complicità per la sorella di Jacques, Michelle Mingo, accusata, prima del fatto, di violenza e percosse su un bambino.
Pare che la Mingo avesse avuto l’idea di non nutrire il bambino in seguito a una presunta "visione" alla quale i Robidoux hanno creduto. Nella "visione" Dio le aveva detto che Karen Robidoux doveva vincere la sua vanità e le veniva ordinato di ricominciare a nutrire Samuel con il solo latte materno. Un diario, trovato da un ex membro e consegnato alle autorità, descriveva in modo in cui Samuel era morto. Il padre del bambino era riuscito a persuadere i suoi seguaci a ignorare il fatto che suo figlio stesse morendo di fame. La madre era così angosciata dal corpo smunto del bambino che aveva smesso perfino di fargli il bagno. Jacques passava ogni momento di veglia insieme al suo bambino che moriva di fame e raccomandava a tutti gli altri di ignorare la sua sofferenza e il fatto che stava morendo. La madre era così ossessionata dalle costole che uscivano fuori dalla pelle del bambino e dai suoi occhi fuori dalle orbite, che si era rinchiusa in una stanza per non sentire le sue urla disperate. Samuel gridò e pianse incessantemente per giorni: un bambino sano e robusto stava morendo di fame e veniva ucciso in una casa piena di cibo. La morte si era verificata tre giorni prima del suo compleanno, il 26 Aprile 1999, dopo che gli era stato negato il cibo solido per circa due mesi.

Nell’ambito religioso è importante, per quanto possibile, prevenire e riconoscere in tempo quelle deviazioni settarie a causa delle quali pratiche come il digiuno o norme alimentari fondate su prescrizioni religiose, del tutto lecite e innocue, possano trasformarsi in azioni distruttive che, portate alle estreme conseguenze, arrivano addirittura a provocare la morte degli adepti, tra i quali purtroppo un gran numero di minori, vittime della “fede” dei loro stessi genitori.

Bibliografia

Chizzoniti A.G., Tallacchini M. (a cura di), Cibo e religione: diritto e diritti, Libellula Edizioni, Tricase (Le), 2010.
D’Itollo A., L’Ombra di Argo, Lattes, Torino, 2010.
Introvigne M., Zoccatelli P.L., (sotto la direzione di), Le religioni in Italia, Elledici - Velar, Leumann (Torino) - Gorle (Bergamo), 2006.
Cipriani A.,Tradizioni alimentari e cultura, Gli Ori, 2002.
Douglas M., Antropologia e simbolismo. Religione, cibo e denaro nella vita sociale, Il Mulino, Bologna, 1985.
Cipriani A., Mangiare per vivere. Breve storia sociale dell'alimentazione, Gli Ori, 2005.
Marchisio O. (a cura di), Religione come cibo e cibo come religione, Franco Angeli, Milano, 2004.

Autore: 1406 1406



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PROBLEMI ALLA VISTA E POSTURA

I problemi alla vista e la postura

Sembrerebbe improbabile una correlazione fra denti e occhi, ma ricerche effettuate dimostrano il contrario. Un esempio classico è la capacità di accomodamento, ovvero la minima distanza di messa a fuoco di una matita. Fate questo semplice test.

Nella posizione eretta, con i piedi in posizione per voi comoda provate a vedere quanto riuscite ad avvicinare la matita al vostro naso senza far sdoppiare l'immagine e misurate la distanza fra naso e matita. Poi convergete il più possibile i piedi l'uno verso l'altro in modo da metterli in posizione per voi molto fastidiosa e riprovate: molti noteranno che non potranno avvicinare la matita come prima!

La contrazione muscolare anomala degli arti inferiori si è ripercossa per collegamento fra catene muscolari, fino ai muscoli oculari impedendone il normale funzionamento. In questi pazienti si può sospettare un affaticamento dei muscoli oculari indotto da alterazioni posturali

Si è visto che l'affaticamento alla visione e le forie, ovvero i piccoli strabismi compensati, risentono molto di tali contrazioni che possono benissimo essere indotte dal combaciamento dentale.

 

Se a ciò si aggiungoni i cosiddetti "torcicolli oculari" ossia atteggiamenti inclinati e/o ruotati del capo indotti dagli strabismi, ecco che il quadro si complica, ma soprattutto interagisce con i settori vicini, a.d esempio i denti e le cefalee

Gli occhi e la postura

Cosa c'entrano gli occhi con la postura?

C'entrano perché anche attraverso la vista il nostro cervello sa cosa è dritto e cosa è storto, e quindi quanto siamo dritti e quando siamo storti. In particolare il cervello confronta le informazioni visive che vengono dagli occhi con le informazioni che arrivano dai muscoli degli occhi, quindi quello che vediamo e la direzione del nostro sguardo. Queste informazioni, insieme a quelle che provengono da altre parti del corpo (muscoli, articolazioni, denti, orecchie, solo per citare le principali) servono appunto al cervello per capire quanto siamo dritti e quanto siamo storti e quindi, se necessario, mettere in atto delle manovre per correggere la postura. E' evidente quindi come sia importante controllare anche gli occhi quando siamo in presenza di una patologia posturale.

Come si fa?

Si fa una visita con un oculista o un ortottista che controllerà anche la situazione dei muscoli degli occhi e, soprattutto il loro rapporto con la postura.

Serve sempre fare un controllo visuo-posturale?

No, solo se il medico che sta valutando il nostro problema posturale avrà il sospetto che gli occhi possano avere un ruolo nella patologia.

E come fa a capirlo?

Con un test molto semplice: valuterà la nostra postura ad occhi aperti e ad occhi chiusi: normalmente la postura ad occhi chiusi peggiora, se dovesse migliorare si può sospettare che siamo in presenza di un problema del sistema visivo. In altre parole gli occhi, anziché migliorare il nostro assetto posturale lo disturbano.

E se c'è qualcosa che non va?

Allora l'oculista valuterà una eventuale modifica della correzione degli occhiali o, magari, ci consiglierà di fare qualche esercizio di ortottica: un po' di ginnastica per i muscoli degli occhi.

E chi porta gli occhiali?

Deve dirlo al medico che sta studiando la sua patologia posturale (e portare gli occhiali quando va a farsi visitare!). In questo modo sarà possibile effettuare la visita con e senza occhiali e valutare se questi ultimi possano condizionare il problema della postura.

I tra cardini da valutare per una postura corretta  sono gli occhi , l’occlusione e l’appoggio plantare , ragione per cui è sempre necessaria per una corretta valutazione una visita odontoiatrica  che valuti gnatologicamente  il corretto  bilanciamento delle arcate dentarie  durante la masticazione e non solo, ma anche una visita ortottica e posturale con attenzione alla dinamica dell'appoggio plantare





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