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I nemici di Israele sono pi deboli, ma la sicurezza dello Stato ebraico non aumentata




L'equilibrio che si è stabilito non è quello della calma ma dell’anarchia sanguinosa.

Guardando alla superficie dei fatti, questo è un periodo di grande tranquillità, prosperità e sicurezza per Israele, forse il migliore della sua storia. L'ultima guerra combattuta sul terreno, comunque piuttosto limitata, è l'Operazione Piombo Fuso, che risale a cinque anni fa; "Pilastro di Difesa" dell'autunno 2012 è stata combattuta soprattutto nell'aria, coi lanci di razzi da parte di Hamas contrastati dall'aeronautica. Il grande disordine delle rivolte arabe si è sostanzialmente fermato ai confini di Israele, con qualche colpo di mortaio sul Golan, gli attentati al gasdotto con l'Egitto e poco più. I governi più ostili, come quello della Siria e la Fratellanza Musulmana in Egitto sono stati abbattuti o sono impegnati a difendere la loro sopravvivenza. I movimenti terroristi più vicini, sono isolati come Hamas o impegnati in altre guerre come Hezbollah.
Quelli più lontani, come le varianti mesopotamiche, siriane ed egiziane di Al Qaeda sono impegnate a loro volta in guerre civili e difficilmente riescono a mettere sotto tiro il territorio israeliano. Insomma, il grande disordine del Medio Oriente ha finora disarticolato gli schieramenti nemici, tolto energie agli eserciti minacciosi, reso più difficile l'esplosione di un conflitto frontale. Contemporaneamente l'industria ad alta tecnologia fiorisce, nuove prospettive si aprono con l'inizio dello sfruttamento dei giacimenti marini di gas, il governo è riuscito a pilotare l'economia nella grande crisi mondiale di questi anni evitando danni gravi. Ci sono dunque molte ragioni d'ottimismo. D'altro canto è vero che l'Autorità Palestinese favorisce un terrorismo a bassa intensità, che colpisce quotidianamente un po' dappertutto il territorio controllato da Israele, con accoltellamenti, molotov, sassi sulle macchine, qualche sparo, aggressioni alle persone e alla cose, razzi usati soprattutto per generare allarme e insicurezza. Sarebbe sbagliato giudicare semplicemente fastidioso questo stillicidio, perché purtroppo i morti vittime di quest'ondata di violenza ci sono stati e l'insicurezza di tutti è molto aumentata. Ma è evidente che si tratta di azioni di disturbo e, per il momento almeno, non di un tentativo di conquistare il controllo del territorio e di rendere la vita impossibile agli israeliani come nelle ondate terroristiche degli anni Ottanta e poi del 2000- 2004. La convivenza civile non è seriamente minacciata da questo terrorismo a bassa intensità, tanto meno lo è la sicurezza militare vera e propria del paese.
Si può essere tranquilli, allora? Si può pensare che finalmente stia arrivando il momento in cui Israele diventi un paese normale, come diceva Ben Gurion, cioè un posto come l'Italia o il Canada, che nessuno minaccia di distruggere, dove certo i pericoli non mancano, ma riguardano l'economia, la salute, la sicurezza stradale, magari i terremoti, non la volontà umana di sterminio e di distruzione? Purtroppo pensarlo sarebbe cedere a un'illusione. La configurazione delle forze che ha reso più deboli i nemici di Israele nel suo vicinato non deriva dal prevalere di sentimenti pacifici o anche solo realistici, ma dall'autodistruttività, dall'incapacità di moderare il conflitto interno che caratterizza il mondo arabo fin dai tempi di Maometto e dei suoi successori; l'equilibrio che si è stabilito non è quello della calma ma dell'anarchia sanguinosa, da cui potrebbe emergere un potere forte e temprato nella guerra civile che decidesse di legittimarsi attaccando quel nemico comune dei popoli islamici che resta Israele.
Questa è del resto la logica che spiega lo strano schieramento di ex alleati di Israele, come la Persia e la Turchia sono stati a lungo, contro lo stato ebraico, il loro impegno per la sua distruzione. Si tratta di paesi del "secondo cerchio", secondo la vecchia dottrina strategica israeliana, avversari naturali e storici del "primo cerchio" dei paesi arabi che circondano Israele; non ci sono conflitti territoriali con loro e sarebbe interesse comune impedire che si formi un potere imperiale arabo, come voleva essere quello di Saddam Hussein. Ma contro questa logica degli interessi prevale da tempo quella ideologica dell'odio razziale contro gli ebrei, possibile legittimazione di quella pretesa all'egemonia del mondo musulmano cercata sia dall'Iran che dalla Turchia islamista. E queste pretese si nutrono anche di costruzioni di forza militare il cui esempio più preoccupante (ma non l'unico) è l'armamento nucleare iraniano.
Questa situazione è stabile da decenni (per quanto riguarda l'Iran) e sta peggiorando da parecchi anni (per la Turchia), e potrebbe forse portare a un'alleanza tattica fra Israele e alcuni dei vicini che sono anch'essi nemici dei candidati "sultani" del mondo islamico, cioè l'Egitto e soprattutto l'Arabia Saudita, che teme molto l'Iran. Ma queste alleanze non possono che essere passeggere e segrete, perché vanno contro l'ideologia antisemita fondamentale di questi paesi, inculcata fin dalle scuole elementari e continuamente ribadita dai media, oggi per nulla facile da ammorbidire. Quel che rende particolarmente preoccupante la prospettiva è però il comportamento dei tradizionali alleati di Israele nel "terzo cerchio", cioè fra i grandi poteri mondiali. Russia e Cina hanno ereditato dai tempi della guerra fredda un'ideologia, ma soprattutto un sistema di alleanze "antimperialistiche", difficilissimo anch'esso da superare, nonostante il grande pragmatismo dei loro governanti; l'India non è uscita da una dimensione di influenza regionale e certo non vuole farlo per impelagarsi nei conflitti mediorientali. Restano i tradizionali alleati dell'Europa Occidentale e degli Stati Uniti.
E' qui, soprattutto nell'atteggiamento americano, che negli ultimi anni è avvenuta una brusca trasformazione. Mentre Israele ha avuto per molto tempo lo status di essere il solo paese fra Africa e Asia ad avere un sistema politico-sociale pienamente occidentale, con libere elezioni, separazione dei poteri, libertà economica e politica, dimensioni e cultura non troppo diversa da quelle di uno stato europeo, essendo riconosciuto così parte di un "noi" occidentale che bisognava difendere e tutelare, oggi questo status è quasi scomparso. L'ideologia terzomondista è diventata dominante nelle élites europee e in seguito anche americane, Israele è trattato come il capro espiatorio di tutte le colpe della storia dei paesi occidentali nei confronti degli "indigeni". Allo stesso tempo riaffiora un antisemitismo antico che nega al popolo ebraico il diritto al suo Stato, alla sua indipendenza, alla piena espansione della sua cultura. Il risultato è una politica che salvo eccezioni marginali (la repubblica ceca in Europa e anche l'Italia finché era amministrata da Berlusconi, il Canada, l'Australia) sta diventando violentemente antisraeliana. In questa analisi di prospettiva non importa indicare il nocciolo antisemita di questa ostilità, né mostrare il doppio standard, la demonizzazione, la delegittimazione che la caratterizzano e non importa neanche indicare i nomi di chi ha determinato queste politiche, magari limitandosi a citare Obama e la sua disastrosa illusione di un Islam "moderato" da sostenere.
Chi governa Israele deve tener conto di un fatto semplice e veramente terrificante: che i potenti del mondo sono d'accordo nel cercare di depotenziare e punire, se non proprio di distruggere Israele. Naturalmente non lo ammettono; ma la politica di quelli che contano a Washington e in Europa ha questo senso preciso: stringere con mille pretesti una morsa alla gola di Israele. La richiesta di eliminare gli insediamenti oltre la linea verde significa questo: destrutturare Israele come sarebbe per l'Italia il compito di fare pulizia etnica di tutta il Triveneto e la Lombardia per restituirli "etnicamente puri" all'impero asburgico. Aggiungeteci l'idea di costruire uno stato ostile a dieci chilometri dalla zona economicamente più produttiva del paese, il tentativo di impedire l'autodifesa di fronte agli attacchi terroristici (qualunque cosa Israele faccia è sempre sbagliata e "sproporzionata" se non proprio un "crimine di guerra"). E la grottesca pretesa di far sorvegliare i confini a forze dell'Onu (o di altri organismi internazionali) che di fronte agli attacchi a Israele si sono sempre scansati (in Libano e sul Golan oggi; sul Sinai e sul Mar Rosso nelle guerre passate).
Il fatto è che Obama silenziosamente ma con determinazione ha deciso un rovesciamento delle alleanze degli Usa, da Israele ai suoi avversari: prima ha cercato di sostenere al potere in Egitto la Fratellanza Musulmana (di cui Hamas è una costola). Dopo il fallimento di questa ipotesi ha saldato un'alleanza con l'Iran che ormai nei suoi piani dovrà essere la potenza dominante del Medio Oriente. E' ovvio che ciò richieda, se non proprio la nuova Shoà che vorrebbero gli ayatollah, un deciso ridimensionamento strategico di Israele. E' a questo che servono le "trattative di pace" condotte da Kerry, solo così si spiega l'apparente dilettantismo o irrealismo con cui sono condotte. Il senso è di sottoporre a Israele l'alternativa del diavolo: o acconsente alle richieste dell'Autorità Palestinese e si distrugge da solo, oppure non lo fa e diventa ufficialmente un nemico della pace e dunque dell'America. Questo è il problema strategico cui deve far fronte il Governo di Israele. La situazione tattica è buona, come ho detto all'inizio; quella strategica pericolosissima. Ci vorrà una straordinaria bravura diplomatica, militare e anche comunicativa per uscirne senza le ossa rotte. È il compito di Netanyahu, quello che potrà fare di lui il politico che ha salvato Israele dalla sfida più difficile, se ci riuscirà; o il contrario, che non voglio neppure nominare.

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