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Il corpo e la mente




La psicosomatica può essere intesa come una scienza che si propone di studiare e di aiutare l’essere umano nei suoi aspetti psicologici e in quelli corporei: psiche e soma sono aspetti diversi di un unico organismo.

Il corpo non è solo un fenomeno biologico ma anche una costruzione mentale graduale e complessa che si sviluppa, inizialmente, soprattutto all’interno della relazione con la madre. Il neonato, infatti, sperimenta una condizione dove non percepisce una chiara distinzione tra sé e il corpo materno. Egli cioè attribuisce all’altro ciò che in realtà prova lui stesso e nello stesso tempo riceve dall’altro una prima immagine di sé. Questo scambio svolge un ruolo importante per la formazione di una propria rappresentazione corporea, oltre che per lo sviluppo della personalità. In un primo momento, i suoi vissuti coincidono con l’esperienza che ha di sé come corpo e, con il tempo, svilupperà la capacità di elaborare queste sensazioni sotto forma di pensieri, fantasie e sogni, attribuendo ei processi biologici un significato psicologico.


Il corpo svolge anche un’importante funzione comunicativa: fin dall’inizio esso è vissuto in relazione con l’altro e non come qualcosa di separato. Ogni nostro gesto, ogni espressione, compresi l’immobilità o il silenzio, assumono in un determinato contesto un loro significato. Attraverso un linguaggio non verbale possiamo esprimere emozioni e sentimenti, manifestare l’idea che abbiamo di noi stessi e del nostro corpo e comunicare su aspetti che riguardano la nostra relazione con gli altri.

L’esperienza che abbiamo di noi stessi “oscilla sempre in equilibrio tra l’essere e l’avere un corpo, e questo equilibrio deve essere continuamente ristabilito” (Berger e Luckmann, 1969, p. 81). In alcune circostanze noi sentiamo di “avere un corpo”, lo osserviamo nelle sue modificazioni, misuriamo le sue prestazioni e ne individuiamo i segnali prestando attenzione a dolori, fastidi e sensazioni. In altre situazioni noi “siamo il nostro corpo” e viviamo in esso integrando le sensazioni sensoriali provenienti da organi elaborandole in un vissuto psicologico caratterizzato da pensieri, fantasie ed emozioni. Questa separazione non è mai così netta: è dall’equilibrio dei due poli che deriva la salute dell’individuo e la sua capacità di adattamento.

In una prospettiva moderna, la psicosomatica deve considerare non solo i processi patologici ma anche l’atteggiamento che ognuno di noi assume quando si sente malato.

La nozione di comportamento di malattia, formulata originariamente da Mechanic e Volkart (1960), si riferisce al modo in cui i sintomi possono essere differentemente percepiti, valutati e manifestati, o nascosti, da ogni essere umano.

Se in alcuni individui la tendenza a viversi come malati è molto pronunciata, in altri si verifica l’opposto. Vi sono persone che non si rivolgono al medico nemmeno quando manifestano segni evidenti di sofferenza e altre che si sentono malate anche quando non hanno veri e propri sintomi.

Questo comportamento abnorme di malattia è stato particolarmente studiato da Issy Pilowsky che l’ha definito come “la persistenza di un modo di percepire, valutare e agire inappropriato o disadattato rispetto al proprio stato di salute, malgrado un medico abbia offerto una spiegazione ragionevolmente lucida sulla natura della malattia e una terapia appropriata”.

Sono state fatte delle ipotesi sulle ragioni che possono portare allo sviluppo di un comportamento di malattia alterato. Secondo Engel (1959) molti di questi individui vivono sentimenti di colpa legati ad esperienze infantili segnate da violenze e da punizioni corporali e ad una storia personale di sofferenze e fallimenti, vivono in modo conflittuale la sessualità e manifestano raramente la rabbia e l’ostilità. Alcune alterazioni del comportamento di malattia possono, quindi, essere legate a vissuti depressivi e ad una difficoltosa elaborazione della propria aggressività. Con il proprio atteggiamento, essi esprimono in modo inadeguato i propri sensi di colpa e la rabbia che provano verso gli altri, facendoli sentire incapaci e inutili, e verso se stessi, soffrendo.

“In altre parole, io non credo che la mente esista davvero come entità, un’affermazione forse sorprendente in bocca a uno psicologo. Quando parliamo dell’influenza della mente sul corpo o di quella del corpo sulla mente, non facciamo che abbreviare e semplificare per comodità una frase più complessa” (Jones, 1946).

Dott.ssa Sara Breschi
psicologa, psicoterapeuta.

Autore: 1406 1406



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