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Invidia. Confessione d'inferiorita' e cancro dell'anima.




Viviamo, mia Lesbia, e amiamoci
e ogni mormorio perfido dei vecchi
valga per noi la più vile moneta.
Il giorno può morire e poi risorgere,
ma quando muore il nostro breve giorno,
una notte infinita dormiremo. (Catullo)
 
 
 
L’invidia è, tra le passioni umane, una delle più spregevoli e pericolose, i suoi  effetti sono devastanti e il suo manifestarsi sempre subdolo e coperto. La sua esistenza stessa è un danno e le conseguenze a ciò, vengono alla luce troppo tardi per chi ne resta vittima.
Odio per se stessi, risentimento,  senso di inferiorità e mancanza di autostima, ma anche speranza che trova nutrimento nell'ira e nella palese violenza verso l'altro (differente dell’odio aperto).
L’invidia agisce come un veleno lento e corrosivo, ledendo dall’interno il tessuto vitale di chi ne è il bersaglio

Non è l’odio l’opposto dell’amore, ma l’invidia.

L’invidioso, infatti, non conosce l’amore e vorrebbe perciò distruggerlo in chi lo prova, in chi lo conosce. Egli vive in un universo  privo di amore.
 
La parola "invidia", etimologicamente, deriva dal latino invidus, da in videre , vedere con odio, vedere e guardare,  in senso negativo, chiarisce il ruolo che l’occhio, il vedere, ha. L’invidioso versa il suo sentimento corrosivo attraverso l’osservazione ossessiva della vita altrui, nutrendo il cancro, il male che lo rode e vive con la convinzione che l’altro, a suo dire, ha di più in termini materiali o anche spirituali, non meritandolo quanto lui, senza tener conto che la ricchezza spirituale, la serenità nonostante le difficoltà, la forza d’animo, sono dure conquiste quotidiane e non doni e che anche lui stesso potrebbe ottenere, se solo lo volesse compiendo il difficile cammino che esse richiedono.
 
Il più delle volte, infatti, l’invidia trova terreno fertile diventando feroce e perniciosa, contro chi ha fatto della propria vita un cammino alla ricerca di un’evoluzione profonda.  Se ciò che rode l’invidioso si proietta su qualunque cosa l’altro abbia, questo avviene ancor di più, tormentandolo, nel vedere chi ha scelto l’amore e non l’odio.
 

Chi con l' invidia nutre la sua vita, non sa ridere.

 
Non conosce la leggerezza di una risata che parte dal cuore, la leggerezza del respiro aperto che apre il petto, non sorride mai. L'invidioso non sorride, fa smorfie, il naso si arriccia in un ghigno  che vorrebbe apparire di disprezzo o di superiorità e cela malamente un desiderio di vendetta.  Tutto questo perché l’invidioso non capisce che la vita ci dona ciò che noi chiediamo e scegliamo. Il pensiero che si tratti di fortuna immeritata lo attanaglia, facendogli vedere il tutto come una fortuna che lui non ha. Per quanto possa avere. Effettivamente,  in questo ha ragione. Non ha la fortuna di saper amare. Ed è questo che lo spinge a vendicarsi. La sua è una vendetta contro l’universo intero.
 
Iago, l’invidioso per eccellenza, spia, trama nell’ombra, sparge calunnie, distrugge e gode della distruzione (Iago è un soldato che prova risentimento nei confronti di Otello poiché ha preferito promuovere di grado l’amico Cassio al posto suo e poiché sospetta che Otello abbia giaciuto con sua moglie Emilia, lo diffama - Otello Shakespeare).
 
Ovvero, l'esatto scopo di chi invidia è vedere nella distruzione dell’oggetto che odia e per cui prova risentimento, un giusto equilibrio delle parti.
L'invidioso distrugge attraverso la calunnia, augurando ogni male a chi si ritiene abbia qualcosa di più: benessere, felicità, forza morale, capacità intellettuali e spirituali. E' spietato, non bada a mezzi o spese per annientare, anche fisicamente, l’oggetto del suo odio.
 
Il suo mondo è privo di colori, avvolto in una nebbia fumosa e greve. Il volto è teso, segnato da linee profonde, pelle spenta,  labbra costantemente tirate nello sforzo di trattenere l’inferno che gli ribolle dentro.
 
L’invidioso potrà anche avere una vita ricca in ogni senso, avere successo, ma tutto ciò non basterà mai a placare il demone che lo dilania. Un demone che lo tortura,  non gli dà pace, che lo spinge a perseguire l'unico scopo che conosce: annientare chi gli fa provare sentimenti che lo fanno rosicare così tanto.Non capisce che non è l’oggetto del suo odio a fargli provare questa emozione negativa, il tutto nasce da un nucleo malato, dal male che è dentro di lui.
 
Giotto rappresenta l'invidia in tutta la sua terribile crudezza.
Una figura femminile, dal seno emaciato, perché svuotato – un seno che non nutre – roso alla radice da una fiamma che non si estingue e che alimenta il suo tormento bruciante, ha il volto devastato, nella mano regge un sacchetto che rappresenta il possesso, la materia, dunque l’identificazione dell’Io col possedere e non con l’essere e tiene ciò che ha stretto a sé.  
 
Nulla di sé dà, ma tutto vorrebbe, poiché l’altra mano è tesa ad afferrare.
 
Un’enorme serpe, poi, le  riempie l’intera bocca, come a soffocarla che esce dalle labbra. Si tratta della serpe della calunnia, delle menzogne immonde che senza ritegno diffonde al fine di distruggere la reputazione e la vita della sua vittima. Ma la serpe stessa gli si rivolta contro accecandole gli occhi, divorandone la vista e la mente.
 

Perché, se l’invidia può giungere fino al delitto, sia fisico che psichico, se può arrivare a ciò che oggi si definisce stalking, è pur vero che sfocia nella follia.

 
Vivere lasciando che l’invidia guidi ogni pensiero, ogni azione, contro la vittima che di volta in volta si sceglie, è un'autodistruzione per la mente, stravolge la ragione rendendo l’anima e non solo una palude fetida.
 
La psichiatra americana Ann Ulanov, ha meravigliosamente trattato questo sentimento in Cenerentola e le sue sorellastre. Sull’invidiare e sull’essere invidiati l’argomento è talmente spiacevole e inquietante, che se ne parla molto poco, eppure l’invidia serpeggia per il mondo dominando  storia,  cultura, economia,  politica,  vita di relazione e familiare.
 
L'invidia è un sentimento negativo, che entra a far parte di ognuno di noi nel quotidiano quasi senza neanche accorgercene. Eppure, è così forte da insinuarsi nelle consuetudini della vita di ogni giorno, arrivando persino a condizionare l'esistenza stessa di ogni uomo.
 
Riconosciuto quindi come sentimento da cui stare lontani e da allontanare,  la Chiesa lo annovera tra i sette vizi capitali indicandolo come una negatività: dal latino invidere che  significa proprio gettare il malocchio, guardare qualcuno con ostilità, l’invidia è proprio questo e molto di più.
Esiste un profondo rapporto tra l’invidia e il malocchio, che si ritrova ancora oggi in concezioni popolari fortemente radicate e che si dice sia causato proprio da sentimenti di odio e invidia, così forti, da essere capaci di trasmettersi attraverso uno sguardo carico di rancore.
Questo "sguardo cattivo" nato dal rapporto tra l’invidia e il malocchio, trova le sue origini in tempi molto remoti: i latini, infatti, ne facevano cenno nella loro definizione del termine, e lo stesso Catullo ,  negli ultimi versi del  suo carme 7 , “L’invito all’amore appassionato”, fa riferimento  agli sguardi degli invidiosi da cui vuole preservare i suoi baci,cosi che le malelingue non possano gettarvi una malìa, una iettatura.
Che dire poi di Dante Alighieri, quando nel Purgatorio incontra appunto le anime degli  invidiosi,  esse appaiono proprio con le palpebre cucite, a dimostrazione che il malocchio veniva trasmesso attraverso lo sguardo.
 
Anche il punto di vista di Papa Franesco riguardo questo sentimento così negativo, è molto profondo, certamente  l’invidia di cui parla il Papa assume una sfaccettatura diversa. Egli infatti dice che " l’invidia è capace di distruggere una famiglia, è seminata dal diavolo nel cuore degli uomini", sottolinea  come con la lingua si possa oltre che nuocere, addirittura uccidere chi ci sta vicino, ritenuto dal Santo Padre la causa del disfacimento di famiglie dove, all’interno, il "parlare male" di un familiare possa portare alla morte. Basti pensare all’episodio biblico dell’uccisione di Abele, figlio di Adamo ed Eva, da parte del fratello Caino, che lo assassinò appunto per invidia,dal momento che Dio non aveva guardato con favore la sua offerta come invece aveva fatto con quella del fratello. Caino, dunque, fu chiaramente il primo uomo invidioso sulla terra, come ritiene la tradizione cristiana.
 
Queto sentimento è radicato nella storia umana fin dalle origini dell'umanità e nonostante se ne conoscano le conseguenze, ancora oggi non se ne viene a capo.
Gente che invidia altra gente e gente che diventa vittima inconsapevole di tanto odio gratuito.
L'invidia resta, con le sue sfaccettature, un sentimento e un peccato,  che stravolge, turba, fa soffrire, logora la condizione umana.
 
Per l'invidioso, il pensiero che l'invidiato non nutra alcun sentimento negativo nei suoi confronti  e che soprattutto non abbia mai cercato di sopraffarlo, non migliora il sentimento doloroso dell'invidia, perché questa persona troppo apprezzata, ha fatto sentire sconfitto ed umiliato l'invidioso e questo è... 'imperdonabile'!
 
Sfogarsi con qualcuno parlandone, quando si riconosce e si sente che il sentimento di invidia ha la meglio su di noi, aiuterebbe molto. Purtroppo però, sono pochissime le persone che riescono ad affrontare chiaramente e volentieri l'invidia che provano: parlarne apertamente inibisce, ci si mette a nudo, ci si rende potenzialmente vulnerabili, riconoscendo non meno, la parte meschina di cui non si va fieri e spesso non si accetta di sé.
Affrontare il discorso del sentimento di invidia che si prova è un parlare a se stessi, nel modo più profondo, scavarsi dentro, nei meandri più insiti della propria anima, toccando tasti come aspirazioni e fallimenti personali, difficoltà e limiti che ci appartengono nel profondo.
 
Esistono due tipi di invidia : quella buona e quella cattiva
 
L'invidia buona si verifica in un desiderio doloroso, lacerante, quasi autodistruttivo, che nutriamo nelvedere qualcun altro riuscire dove noi vorremmo, senza però odiarlo, senza volergli togliere ciò che ha.
In questo caso possiamo parlare di emulazione : il nostro è un profondo desiderio di arrivare allo stesso livello dell'altro, non di batterci il petto per la disperazione e la frustrazione.
Questo tipo di invidia si manifesta eccedendo con complimenti esagerati nei confronti dell'altro, quello che "fa la cosa giusta": la lusinga aiuta a far credere di partecipare al successo altrui.
 
Da uno scritto di Bertrand Russell sull'argomento: vale più di 1000 insegnamenti
 
"A che serve dirmi che il rimedio contro l'invidia è la felicità? Non posso trovare la felicità fin tanto che provo invidia, e voi mi dite che non posso smettere di essere invidioso fino a quando non avrò trovato la felicità".
Ma la vita reale non conosce questo tipo di logica. Avere consapevolezza delle cause che suscitano in noi l'invidia è un lungo passo avanti nella cura di tale vizio. Basta con il porsi sempre dei termini di paragone con terzi, tutto ciò è fatale. Se ci capita qualcosa di piacevole, viviamola, senza iniziare a pensare che qualche altra cosa di più bello possa capitare a qualcun altro. L'uomo saggio non smette di aver caro ciò che possiede perché qualcun altro possiede qualche altra cosa.
L'invidia, in effetti, è una delle forme di quel vizio, in parte morale, in parte intellettuale, che consiste nel non vedere mai le cose in se stesse, ma soltanto in rapporto ad altre. [...] 
 
Pensandoci bene,  cosa è più invidiabile della felicità? E solo guarendo dall'invidia, si può trovare la felicità e diventare invidiabile. 
Ci si può liberare dall'invidiaVivere e  gustare le gioie che si trovano sul proprio cammino, facendo il proprio lavoro ed evitando di fare confronti con coloro che reputiamo, forse erroneamente, molto più fortunati di noi.
 

Le cose indispensabili alla felicità umana sono semplici, così semplici che le persone complicate non sanno costringersi a riconoscere quali sono le cose delle quali sentono realmente la mancanza.

L'invidia, se si hanno la forza ed il coraggio di vivere e di farlo nel modo più corretto e rispettoso possibili, può solo trasformarsi in una consapevole negatività da cui stare lontani. E' una scelta! 

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