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Selfie e social network: Una tempesta di sterco




Selfie e social network, l'anatema del filosofo coreano Han: «Una tempesta di sterco»

Scagli la prima pietra chi nei selfie che furoreggiano fra social e cellulari ha mai visto qualcosa di diverso da facce in primo piano, tutte sorridenti, tutte “vincenti”, anche se di cosa non si sa, con un cocktail in mano in qualche locale notturno, in comitive raggianti o in pose che simulano le stesse viste su qualche rivista glamour o sulla locandina di qualche film di Hollywood.

Per antonomasia non si dà una ritrattistica virtuale che sappia di dolore, sconfitta o malefico imprevisto, a meno che non se ne voglia considerare la variante turpe e sconsiderata, ma non meno demenziale e standard, di gente che ha scelto l’autoscatto vicino al lenzuolo bianco di un incidente stradale, a fianco di un barbone in coma o della carcassa di una vettura bruciata a Milano dai Black Bloc. Il web è semplicemente stracolmo di questo stupidario nauseante, di questa demiurgia portatile del sé, di questa taumaturgia rassicurante dell’io-conto, io-esisto, io-valgo, io-c’ero. E solo una esegesi cialtrona del postmoderno semplifica la complessità del rapporto Immagine-Realtà schiacciandola sulla vecchia diatriba fra “tecnofobi” e “tecnofili”, ovvero fra chi avrebbe terrore apocalittico delle tecnologie ubiquitarie e chi ne sarebbe esecutore e costruttore entusiasta.

Non è certo di questo avviso Byung-Chul Han, filosofo coreano docente a Berlino, che ha riscosso negli ultimi anni notevole successo e grande seguito in Italia con le sue opere pubblicate tutte dalle Edizioni Nottetempo, “La società della stanchezza”, "Eros in agonia", “La società della trasparenza”, e ora questo “Nello sciame. Visioni del digitale” appena stampato. Cosa sono i selfie per Han? Si sprecano le sue espressioni più corrosive e scuoianti, rispetto a un fenomeno troppo grossolanamente sdoganato - soprattutto dai fanta-apologeti del mifacciounafoto -, come una presa di potere e una conquista di visibilità rispetto a quella dei padroni del pianeta, laddove proprio l’illustre pensatore orientale rincara la dose di tutta una grande tradizione del pensiero occidentale (da Heidegger a Barthes, a Baudrillard, per dirne solo alcuni), che vede proprio nell’eccesso di visibilità, nella metastasi delle efflorescenze iconografiche un terreno fradicio, la serialità di un Modello anestetico, l’inesorabile perdita di contorni, sfumature, ombre, opacità, singolarità.

Han parla di “frastuono”, di “povertà di sguardo”, di “dispersione generale”, di “stordimento”, di una gigantesca “macchina egotica” che ha scalzato il silenzio della riflessione, la veemenza dell’agire che finanche la folla di Le Bon possedeva in termini di accordo e di obiettivi, di una “costrizione a comunicare” che ingrassa e “totalizza l’Immaginario” a tutto svantaggio di un Altro e di un Altrove, di un “impercorso”, sacrificati sull’altare del Banale e dell’Istantaneo.

Serve, dunque, una nuova ontologia critica dell’immagine che dia nuova linfa e nuova libertà, nuova autonomia e criticità a quegli asfittici paesaggi tele-bio-politici nei quali le nostre coscienze sono come invischiate, avvizzite, pur se avvinte alle cinghie rutilanti del “progresso” e del benessere neoliberista che hanno negli album di un account personale inzuppati di centinaia di ricordi tridimensionali il loro totem.

Proprio la teoria barthesiana del “punctum” - sottolinea Han negli ultimi scritti -, opposto allo “studium”, all’interno di un messaggio video-fotografico, fa capire la differenza fra ciò che turba, addolora, accora, eccita, perché dà l’idea di un lutto, di un cambiamento, di un romanzo di vita, e ciò che legge solo culturalmente, o affoga in una ingestione vorace, o in un presente senza chiaroscuri. Al punctum appartiene una nettezza non individuabile, una panicità che “plana in una zona indefinita di me stesso”, che ci fa soffermare nella latenza, in quell’“oggetto secondo, intempestivo, che venga a nascondere in parte, a ritardare o a distrarre”; le foto pornografiche, i book di moda, o i modernissimi selfie, invece, ben diversamente dai reportage di guerra o dai dagherrotipi ingialliti di un secolo fa, batterebbero i rintocchi di connotazioni chiuse in sè.

Un napalm video-virtuale, una biogasazione da spin-off fra televisivo, virtuale e fotografico, potremmo dire, che, come il famigerato composto allungato con benzina usato in Vietnam, ha la facoltà di bruciare lentamente difese critiche e correttivi etici. Quella che Byung-Chul Han definisce “shitstorm”, tempesta di sterco, riferendosi a certe ondate diffamatorie online e a un “narcisismo negativo” che non attinge più a un ideale di bellezza, ma che scarica solo l’ansia dell’anonimato nel vociare di una comunicazione del tutto inutile. Una pantagruelica abbuffata di scimmiottature sulle quali non interessa sovrapporre un giudizio moralistico – anche se i Paperini accademici del W il Selfie vedono in questo, con notevole protervia allucinatoria, una sorta di convincente sovversione contro lo status quo -, ma evidenziare come il medium stesso, nella sua versione omerica e possente, cambi di proporzioni e di taglia l’aspetto empirico-affettivo di tantissimi utenti del medium digitale, stornandoli verso uno scadimento ludopatico, dolciastro, rigorosamente oversize, incolonnandoli verso una sovrastruttura ideo-verbale capziosa che si lascia dietro in primis storia e politica. Una vita in play-back, una vita d’appendice, una vita-caramella.

Non è un caso, infatti, che Byung-Chul Han abbia usato esplicitamente la metafora sanitaria dell’”infarto dell’anima” per illuminare la nostra sparizione come soggetti di affetto e volontà, pur nell’ambito di una presenza che mai è stata più visibile, estroflessa, energetica. Secondo il docente coreano, abbiamo definitivamente oltrepassato quello che – con una sorta di mitologia scientifica – poteva essere inquadrato come il “paradigma immunologico” della modernità. Ciò che fino a pochi decenni fa era ancora il proscenio conflittuale di un Proprio contro un Estraneo che possedeva i caratteri bellicosi o contaminanti, o intrusivi, di chi sferra un attacco a un territorio, oggi è sotto il segno disperante di un “terrorismo dell’immanenza”, di un “totalitarismo dell’Eguale”, sorta di iperestesia senza avversari, di liquefazione/assuefazione senza virus da sconfiggere, di regime di festa, accidentalità e circolarità, di segni, immagini, comportamenti, che da un lato scopre e mette a rischio la nostra nuda vita, dall’altro ci obbliga per esistere a diventare merce super-indicizzata, elettrone in orbita, spettro del vivente, particella in perenne fibrillazione. Siamo in presenza – avverte Byung-Chul Han – di una “stereotipizzazione del positivo”, di una prestazionalità diffusa il cui rovescio è l’implosione, la depressione da entropia, il dover affrontare la crisi da crollo per non poter tener testa all’”impossibile” che quotidianamente ci viene chiesto.

Diceva nel suo testo sulla “stanchezza”: “La violenza della positività non presuppone alcuna ostilità. Si sviluppa proprio in una società permissiva e pacificata… non è privativa ma saturativa, non è esclusiva ma esaustiva. Per questo è inaccessibile alla percezione immediata”.

Bombardati da mille stimoli, vellicati da desideri indotti, gasati dall’efficientismo imperante figlio di spinte sempre più opprimenti del capitalismo globale verso la massimizzazione della produzione, sperimentiamo un vero e proprio autismo, un’autoreferenzialità delle logiche di consumo e partecipazione, senza valori limitanti e censure di ogni tipo. Dunque, se un tempo avevamo un nemico da abbattere, un invasore da accerchiare e distruggere, oggi è un’intera cultura che ci ritorna addosso come un boomerang sotto le spoglie dell’estraneità e della violenza. Non è più il singolo “bug” a preoccuparci, non è più la Guerra Fredda fra incompatibili ideologie, ma un’intera macchina planetaria dell’assideramento emotivo, un Apparato tentacolare che sembra averci privato di un telos e di un più comune e ordinario concetto di “umano”. In pratica, un intero assoluto deve sostituirsi a quello dominante strozzato dal cerchio magico della moneta, della cibernetica, delle anime drogate.

Nel frattempo, che almeno la “puzza” del web-fango arrivi a toccare i calunniatori della Rete, impavidi offender dalla presunzione eccelsa e dall’epiteto facile e digrignante ammantato dall’irraggiungibilità dello stare dietro una tastiera. Come? Con denunce, lezioni di diritto ed etichetta, e una sveglia forte che ricordi loro che la realtà è ben diversa dai pronipoti delle Kodak e dalla violenza delirante di chi ha rinunciato al dialogo e al rispetto, parola alla cui etimologia Han dedica, non a caso, le primissime pagine del suo nuovo manuale di auto-difesa dal Nulla barometrico dei “professorini” delle chat e del facile esibizionismo da vetrina di manichini.

di Carmine Castoro

Fonte Il Messaggero

Autore: 1406 1406



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