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Riconoscere un narcisista patologico




Ecco come riconoscere un narcisista patologico

Due tipi di struttura anormale della personalità che corrispondono a due tipi fondamentali di narcisismo patologico

1- Un primo tipo di personalità narcisistica è rappresentata da individui che percepiscono se stessi come se fossero una delle persone importanti della loro esistenza, e amano un’altra persona che per la loro sensibilità rappresenta se stessi. Praticamente, essi amano se stessi e prediligono se stessi, ma amano e prediligono se stessi nella persona di un altro, in cui si rivedono. Le funzioni del Sé e dell’oggetto si sono scambiate. Si tratta fondamentalmente della descrizione classica dell’identificazione narcisistica fatta da Freud. È evidente in questo tipo di dinamica una forte identificazione del Sé con una figura materna idealizzata. La madre che in definitiva il narcisista avrebbe voluto per Sé. Egli ha dunque un bisogno strutturale di un altro accanto a Sé, che incarni ai suoi occhi il se stesso bambino, fragile e pieno di bisogni. Egli deve poter rappresentare tutto per lui, così come l’altro non deve poter vedere nulla di buono venire se non da lui.
“All’infuori di me per te non ci può essere salvezza”. I bisogni dell’altro acquistano un carattere di urgenza e di obbligazione assoluta per questo tipo di personalità narcisistica. Essi sono i suoi propri bisogni vissuti nell’altro. Questi bisogni sono dunque un po’ come resti fossili dell’esistenza interiore, che a queste persone sembrano emanare dall’altro e dalla sua presenza. Si tratta di persone che vedono dunque il loro bisogno nell’altro, e nell’altro lo idealizzano, lo amano, lo desiderano. Essi hanno grande difficoltà a chiedere per sé; ciò li porta a sentirsi confusi, a disagio per sé e per l’altro, quando siano chiamati in causa in prima persona. Sono individui forniti di non comuni doti di empatia, che cercano in tutti i modi di soddisfare l’altro, tesi e preoccupati per il suo benessere.
Apparentemente vivono in ascolto delle esigenze dell’altro e delle sue richieste. Fondamentalmente non escono però mai dalla propria sensibilità: sono infatti preoccupati di ciò che essi pensano che l’altro si aspetti. il più delle volte restano sordi alle reali esigenze, alla realtà vera e profonda del bisogno dell’altro, come del resto appaiono sordi ai propri reali desideri, alla propria autentica realtà. Dare è una misura del loro splendore, della loro forza, della loro capacità. Dare è la gabbia d’oro in cui cercano di chiudere l’altro. “All’infuori di me per te non ci deve essere salvezza”. L’angoscia prevalente in questo tipo di personalità mi sembra essere quella dell’abbandono da parte dell’altro amato e prediletto, che rappresenta il proprio stesso Sé, carne viva della propria cerne viva. Quello che può sembrare senso di colpa, in queste situazioni, risulta piuttosto un incolparsi per una perfezione non raggiunta, per un’impotenza mostrata rispetto all’ideale incarnato: qualcosa come non sentirsi perfetti per le esigenze dell’altro. L’angoscia di abbandono è quella che più specificamente contraddistingue questo tipo di sensibilità, quella che più caratteristicamente la minaccia. L’angoscia che l’altro non sia più contento nel loro nutrimento rispecchia l’angoscia di non essere più contento di Sé. La scomparsa, la perdita dell’altro, corrispondono ad un andare in pezzi, anzi, alla perdita irreparabile del baricentro del proprio esistere e del proprio riferimento. Non è infatti esatto dire che in questi casi l’altro rappresenta il proprio Sé: l’altro è il proprio Sé. Accanto all’angoscia di abbandono la difficoltà a sperimentare autentica intimità, senza mettere in atto automaticamente modalità di evitamento. Per capitare che il percepire l’altro bisognoso e lo sperimentare quell’urgenza a salvarlo siano l’unico modo per entrare in un contatto abbastanza intimo, senza mettere a repentaglio il proprio narcisismo, la propria fragilità e senza che si faccia sentire dentro un sentimento di inadeguatezza e di indegnità. Queste persone idealizzano, amano, desiderano il bisogno dell’altro. Hanno bisogno che l’altro abbia bisogno. Hanno bisogno di vittime per potersene prendere cura. Cioè una sofferenza, un’infelicità e un’amarezza vissute come ingiuste, subite da parte di “cattivi” di turno, vengono esportate sulla vittima designata. Questo tipo di struttura narcisistica di personalità risulta abbastanza integrato. E conserva una capacità di relarsi all’altro. Il tipo di esperienza narcisistica descritta è patologico.


2 -Esiste un secondo tipo di personalità narcisistica, più grave e più frequente, in cui la distorsione della personalità è più profonda, ed è incentrata sulla presenza di un Sé grandiosi patologico. Viene cioè investita del sentimento di sé, dell’interesse e della considerazione una struttura altamente patologica. Il Sé grandioso patologico è una struttura di per se stessa abbastanza coesiva, nella maggior parte dei casi sorprendentemente funzionante nel permettere una vita di relazione abbastanza integrata. Esso costituisce una difesa, una barriera verso una struttura di fondo della personalità di per sé molto simile al funzionamento borderline. Il Sé grandioso evita l’emergere di aspetti dissociati e proiettati delle rappresentazioni di Sé e dell’oggetto, tipiche di quelle relazioni oggettuali primitive. Si tratta di un’alternarsi di rappresentazioni e di percezioni scisse, in cui Kernberg individua conflitti edipici e soprattutto preedipici condensati insieme. Sotto la grandiosità disperatamente difesa di questa barriera, preme in queste personalità la continua minaccia non solo di un senso di indegnità profonda, o un senso di inadeguatezza e di povertà interiore, come nella patologia del primo tipo di narcisismo descritto, ma anche trepidazione di smarrimento, paure pranoidee, terrore del vuote, di non esserci, panico di esserci in una solitudine senza senso in un mondo gelido e deserto. E poi ancora preme da dentro la qualità travolgente di una rabbia, e anche di una paura per la propria distruttività immaginata come assoluta e senza appello. Invece sentimenti teneri propri e altrui sono sentiti come minaccia: le sensazioni di tenerezza, ma anche l’esperienza del desiderio, e quindi dell’attrazione sessuale, contengono il pericolo dell’affiorare dentro dell’angoscia, dell’insufficienza, della rabbia mentre all’orizzonte si profila la diversità dell’altro. E l’altro, come in un gioco di specchi, rinvia anzi è di nuovo paura, incomprensibilità, minaccia, rabbia.

Autore: 1406 1406



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Se a ciò si aggiungoni i cosiddetti "torcicolli oculari" ossia atteggiamenti inclinati e/o ruotati del capo indotti dagli strabismi, ecco che il quadro si complica, ma soprattutto interagisce con i settori vicini, a.d esempio i denti e le cefalee

Gli occhi e la postura

Cosa c'entrano gli occhi con la postura?

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Come si fa?

Si fa una visita con un oculista o un ortottista che controllerà anche la situazione dei muscoli degli occhi e, soprattutto il loro rapporto con la postura.

Serve sempre fare un controllo visuo-posturale?

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E come fa a capirlo?

Con un test molto semplice: valuterà la nostra postura ad occhi aperti e ad occhi chiusi: normalmente la postura ad occhi chiusi peggiora, se dovesse migliorare si può sospettare che siamo in presenza di un problema del sistema visivo. In altre parole gli occhi, anziché migliorare il nostro assetto posturale lo disturbano.

E se c'è qualcosa che non va?

Allora l'oculista valuterà una eventuale modifica della correzione degli occhiali o, magari, ci consiglierà di fare qualche esercizio di ortottica: un po' di ginnastica per i muscoli degli occhi.

E chi porta gli occhiali?

Deve dirlo al medico che sta studiando la sua patologia posturale (e portare gli occhiali quando va a farsi visitare!). In questo modo sarà possibile effettuare la visita con e senza occhiali e valutare se questi ultimi possano condizionare il problema della postura.

I tra cardini da valutare per una postura corretta  sono gli occhi , l’occlusione e l’appoggio plantare , ragione per cui è sempre necessaria per una corretta valutazione una visita odontoiatrica  che valuti gnatologicamente  il corretto  bilanciamento delle arcate dentarie  durante la masticazione e non solo, ma anche una visita ortottica e posturale con attenzione alla dinamica dell'appoggio plantare



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