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Benefici psicologici dell'allattamento al seno




I benefici psicologici dell'allattamento al seno sul bambino

Allattare a lungo fa bene sia alla mamma che al neonato. Oltre ai vari effetti positivi sulla salute della donna, l’allattamento favorisce più saldi legami di attaccamento nei confronti del bambino e una maggiore competenza nell’interazione precoce. Questo accresce la fiducia della madre verso il neonato e verso se stessa. Quindi tiene lontani atteggiamenti iperprotettivi e di simbiosi prolungata che nascono dalla mancanza di sicurezza sia verso se stessa che verso la relazione col proprio bambino. La separazione in età precoce e gli atteggiamenti di disconferma della competenza femminile nel ruolo madre-nutrice rafforzano invece, i sentimenti di insicurezza e di crisi.

L’allattamento protratto non può essere dannoso né per la madre né per il bambino, né da un punto di vista psicologico, né fisiologico. Inoltre non c’è evidenza alcuna che l’allattamento protratto sia sintomo di difficoltà nella relazione normale tra madre e bambino.



Il neonato ha bisogno del contatto fisico con sua madre così come ha bisogno del cibo e dell’aria. L’intimità necessaria si raggiunge soprattutto attraverso l’allattamento al seno. Soltanto il bambino sa di quanto contatto ha bisogno e per quanto tempo. Alcuni bambini ne avranno bisogno più di altri. Il contatto del bambino col sistema energetico della madre eccita l’energia del suo sistema e lo fa avvicinare al petto di sua madre. Se il bambino viene allattato circa due anni, quello che è il tempo richiesto per soddisfare i suoi bisogni fondamentali, lo svezzamento non sarà traumatico e molti disturbi mentali potrebbero essere spiegati.

In ogni caso lo svezzamento deve avvenire gradatamente. Quando sente di non averne più bisogno, è il bambino stesso che smette l’allattamento. Il neonato ha solo tre esigenze: il calore delle braccia della mamma, il latte del suo seno e la sicurezza che la mamma è presente: esigenze che l’allattamento materno soddisfa in pieno.
Inoltre i bambini allattati in modo naturale, raggiungono un QI superiore di 3-5 punti rispetto agli altri,

Dott.sa Anna Maria Sepe, psicoanalista

Fonte giacinto.org

Autore: 1406 1406



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PROBLEMI ALLA VISTA E POSTURA

I problemi alla vista e la postura

Sembrerebbe improbabile una correlazione fra denti e occhi, ma ricerche effettuate dimostrano il contrario. Un esempio classico è la capacità di accomodamento, ovvero la minima distanza di messa a fuoco di una matita. Fate questo semplice test.

Nella posizione eretta, con i piedi in posizione per voi comoda provate a vedere quanto riuscite ad avvicinare la matita al vostro naso senza far sdoppiare l'immagine e misurate la distanza fra naso e matita. Poi convergete il più possibile i piedi l'uno verso l'altro in modo da metterli in posizione per voi molto fastidiosa e riprovate: molti noteranno che non potranno avvicinare la matita come prima!

La contrazione muscolare anomala degli arti inferiori si è ripercossa per collegamento fra catene muscolari, fino ai muscoli oculari impedendone il normale funzionamento. In questi pazienti si può sospettare un affaticamento dei muscoli oculari indotto da alterazioni posturali

Si è visto che l'affaticamento alla visione e le forie, ovvero i piccoli strabismi compensati, risentono molto di tali contrazioni che possono benissimo essere indotte dal combaciamento dentale.

 

Se a ciò si aggiungoni i cosiddetti "torcicolli oculari" ossia atteggiamenti inclinati e/o ruotati del capo indotti dagli strabismi, ecco che il quadro si complica, ma soprattutto interagisce con i settori vicini, a.d esempio i denti e le cefalee

Gli occhi e la postura

Cosa c'entrano gli occhi con la postura?

C'entrano perché anche attraverso la vista il nostro cervello sa cosa è dritto e cosa è storto, e quindi quanto siamo dritti e quando siamo storti. In particolare il cervello confronta le informazioni visive che vengono dagli occhi con le informazioni che arrivano dai muscoli degli occhi, quindi quello che vediamo e la direzione del nostro sguardo. Queste informazioni, insieme a quelle che provengono da altre parti del corpo (muscoli, articolazioni, denti, orecchie, solo per citare le principali) servono appunto al cervello per capire quanto siamo dritti e quanto siamo storti e quindi, se necessario, mettere in atto delle manovre per correggere la postura. E' evidente quindi come sia importante controllare anche gli occhi quando siamo in presenza di una patologia posturale.

Come si fa?

Si fa una visita con un oculista o un ortottista che controllerà anche la situazione dei muscoli degli occhi e, soprattutto il loro rapporto con la postura.

Serve sempre fare un controllo visuo-posturale?

No, solo se il medico che sta valutando il nostro problema posturale avrà il sospetto che gli occhi possano avere un ruolo nella patologia.

E come fa a capirlo?

Con un test molto semplice: valuterà la nostra postura ad occhi aperti e ad occhi chiusi: normalmente la postura ad occhi chiusi peggiora, se dovesse migliorare si può sospettare che siamo in presenza di un problema del sistema visivo. In altre parole gli occhi, anziché migliorare il nostro assetto posturale lo disturbano.

E se c'è qualcosa che non va?

Allora l'oculista valuterà una eventuale modifica della correzione degli occhiali o, magari, ci consiglierà di fare qualche esercizio di ortottica: un po' di ginnastica per i muscoli degli occhi.

E chi porta gli occhiali?

Deve dirlo al medico che sta studiando la sua patologia posturale (e portare gli occhiali quando va a farsi visitare!). In questo modo sarà possibile effettuare la visita con e senza occhiali e valutare se questi ultimi possano condizionare il problema della postura.

I tra cardini da valutare per una postura corretta  sono gli occhi , l’occlusione e l’appoggio plantare , ragione per cui è sempre necessaria per una corretta valutazione una visita odontoiatrica  che valuti gnatologicamente  il corretto  bilanciamento delle arcate dentarie  durante la masticazione e non solo, ma anche una visita ortottica e posturale con attenzione alla dinamica dell'appoggio plantare



Il clima interiore della Festa di San Michele Arcangelo

di Rudolf Steiner

1. Il combattimento di Michele col drago

Chi volga lo sguardo ad antiche epoche dell’evoluzione dell’anima, deve riconoscere come nella visione del mondo siano mutate le immagini tanto della natura, quanto dello spirito. Non occorre affatto guardare troppo indietro nel tempo. Ancora nel diciottesimo secolo le forze e le sostanze della natura erano pensate più simili allo spirituale e lo spirituale più conforme ad immagini della natura, di quanto non avvenga oggi. Solo in epoca più recente le rappresentazioni relative allo spirito sono divenute del tutto astratte e quelle relative alla natura rimandano a una materia estranea allo spirito e impenetrabile alla visione umana. Natura e spirito sono dunque, per l’odierno modo di intendere, due cose disgiunte e nessun ponte sembra condurre dall’una all’altra.

È per questa ragione che grandiose immagini cosmologiche (Weltanschauungsbilder), che avevano un tempo il loro significato quando l’uomo voleva comprendere la propria posizione nell’universo, sono passate nel regno di ciò che viene sentito come fumosa fantasticheria, una fantasticheria cui l’uomo poteva abbandonarsi, solo fintantoché nessun bisogno di esattezza scientifica glielo impediva.

Una simile immagine cosmologica è quella del “combattimento di Michele col drago”.

Tale immagine fa parte di contenuti dell’anima che riconducono ai primordi dell’essere umano in modo diverso da come avviene per i contenuti odierni. Oggi, per giungere agli antenati dell’uomo attuale, si tende a risalire ad esseri meno simili all’uomo. Si va, procedendo all’indietro nel tempo, da esseri più spiritualizzati ad esseri meno spiritualizzati. Un tempo invece, per ripercorrere all’indietro il divenire dell’uomo, si voleva pervenire a una condizione più spirituale di quanto non apparisse quella del presente.

Si guardava a una condizione anteriore a quella terrestre e nella quale l’uomo, nella forma odierna, non esisteva ancora. Ci si rappresentavano, come propri di quell’antica forma di esistenza, esseri che vivevano in una sostanzialità più sottile di quella dell’uomo attuale. Un essere di tale natura era il “drago” contro cui combatte Michele. Quest’essere era destinato ad assumere, in un’epoca posteriore, la forma umana. A tal fine doveva attendere “il suo tempo”. Questo tempo non doveva dipendere da lui, ma dalla deliberazione di esseri spirituali a lui superiori. Egli avrebbe dovuto dapprima rimettere interamente la propria volontà alla volontà di questi esseri spirituali.

Prima del “suo tempo” sorse però in lui la superbia. Egli volle una “volontà propria” nell’epoca in cui doveva ancora vivere nella volontà superiore. In ciò consistette la sua ribellione contro quella volontà. Un’autonomia del volere in tali esseri è possibile solo in una materia più densa di quella esistente allora. Per persistere nella loro ribellione essi dovettero assumere una condizione diversa da quella originaria. Alle intenzioni ribelli dell’essere in questione non si confaceva più la vita nella condizione spirituale in cui si trovava. I suoi simili sentivano la sua presenza nel loro regno come una realtà disturbatrice o addirittura distruttrice. Così sentiva Michele. Egli, che era rimasto nella volontà degli esseri spirituali superiori, si fece innanzi per costringere l’essere ribelle ad assumere la forma che, nella condizione del mondo di allora, era la sola a rendere possibile una volontà autonoma, la forma animale — del drago o del “serpente” —. Tipi animali superiori non esistevano ancora. Naturalmente anche questo “drago” non veniva pensato come qualcosa di visibile, ma di sovrasensibile.

Si presenta così alla visione dell’anima di un’umanità più antica, il combattimento tra “Michele e il drago”. Esso era pensato come un fatto avvenuto prima che esistesse una natura visibile agli occhi umani, e prima ancora che comparisse l’uomo nella sua forma attuale.

Il mondo odierno è derivato da quello in cui è avvenuto il fatto qui descritto. Il regno nel quale fu risospinto il drago, è divenuto la “natura” rivestita di una materialità che la rende visibile ai sensi. Esso è in un certo modo il sedimento del mondo anteriore. Il regno nel quale Michele ha serbato la propria volontà devota allo spirito è rimasto nella sua purezza, “in alto”, simile a un liquido dal quale si è depositata una sostanza prima in esso disciolta. Questo regno, d’allora in poi, sussiste come una realtà celata ai sensi.

La natura extraumana non è tuttavia soggiaciuta al potere del drago. Questi non poté realizzarsi in essa fino alla visibilità, ma vi rimase come spirito invisibile, da essa distinto. La natura invece divenne lo specchio della spiritualità superiore da cui era decaduta.

In questo mondo fu posto l’uomo. Egli poté aver parte sia alla natura che alla spiritualità superiore, risultando in tal modo un essere duplice. Nella natura stessa il drago restò privo di potere, ma lo conseguì in compenso in ciò che nell’uomo agisce quale natura. Ciò che l’uomo assume della natura, si esplica in lui come brama, come desiderio animale. In questa sfera ha accesso lo spirito decaduto. Così si spiega la “caduta dell’uomo”.

Lo spirito ribelle è stato trasferito nell’uomo, al cui essere tuttavia Michele è rimasto fedele. Se l’uomo si volge a quest’ultimo con la parte del suo essere che origina dalla spiritualità superiore, nella sua anima ha inizio allora “il combattimento di Michele col drago”.

Ancora nei diciottesimo secolo una simile rappresentazione era comune a molti uomini. Per loro la natura esterna era lo “specchio della spiritualità superiore”; la “natura nell’uomo” invece era la sede del serpente che l’anima, in virtù della sua dedizione a Michele, è chiamata a combattere..

In che modo poteva guardare alla natura esterna un’anima nella quale vivevano simili rappresentazioni? L’approssimarsi dell’autunno doveva destare in lei il ricordo del “combattimento di Michele col drago”. Le foglie cadono dagli alberi, la vita fiorente e germogliante viene meno. Piacevolmente la natura ha accolto l’uomo in primavera, e piacevolmente lo ha beneficato durante l’estate con i doni di un sole irradiante calore. Quando inizia l’autunno, essa non ha più nulla da dargli. Le immagini del suo decadere penetrano nei sensi dell’uomo. Questi deve ora darsi a partire dalla sua stessa umanità, ciò che in precedenza gli ha donato la natura. La forza di quest’ultima si affievolisce in lui sempre più. In virtù dello spirito egli deve ora crearsi le forze capaci di sostenerlo là, ove la natura è divenuta per lui impotente. Il drago perde, insieme alla natura, il proprio potere. All’anima si presenta l’immagine di Michele, di Michele che incalza il drago. Michele era inattivo finché la natura, e il drago con essa, agiva con tutto il suo potere. Coll’avanzare del freddo sorge una simile immagine.

L’immagine costituisce tuttavia una realtà per l’anima. È come se si aprisse lo scenario del mondo spirituale che il calore estivo aveva occultato.

L’uomo partecipa al divenire delle stagioni. La primavera è benefattrice nell’ambito terrestre; essa tuttavia irretisce l’uomo in una dimensione, in cui l’Avversario contrappone alla bellezza della natura il proprio potere invisibile su di lui, quale bruttezza. All’inizio dell’autunno compare lo
spirito della “forte bellezza”, celando la natura la “propria bellezza” e costringendo in tal modo anche l’Avversario all’occultamento.

Tali erano i sentimenti di molti che in tempi passati celebravano la festa di Michele nel loro cuore. Che cosa abbia da dire in proposito un uomo del presente che ammetta, accanto alla conoscenza della natura, una conoscenza dello spirito, sarà argomento delle prossime considerazioni.

2. Il combattimento di Michele di fronte alla coscienza contemporanea.

Nell’immagine del “combattimento di Michele col drago” viveva una forte coscienza del fatto che l’uomo, in virtù delle proprie forze, deve dare all’anima una direzione di vita che la natura non le può dare. L’odierna disposizione dell’anima è portata a diffidare di una simile coscienza, temendo di venire, a causa sua, estraniata dalla natura. Essa vorrebbe godere della natura nella sua bellezza, nella sua vita pullulante e rigogliosa, e non farsi privare di questo godimento dalla rappresentazione di una “caduta della natura dallo spirito”.
Vorrebbe anche nella conoscenza lasciar parlare la natura e non perdersi nel fantastico con l’accordare ad uno spirito, che si elevi al di sopra della natura, una voce nell’aspirazione alla verità.

Goethe non ebbe un simile timore. Di certo egli non sentiva nella natura nulla di estraneo allo spirito. Il suo animo si apriva largamente alla bellezza, all’interiore forza di tutto ciò che è naturale. Nella vita umana lo impressionavano le disarmonie, le lacerazioni, le tante cose che inducono al dubbio. Di contro a ciò, egli sentiva un impulso interiore a vivere secondo l’eterna coerenza ed armonia della natura. Da una simile vita egli ha tratto magicamente alcune perle luminose della sua arte.

In lui vi era però anche la vaga sensazione, che l’opera dell’uomo debba, in virtù di una creazione originale, compiere l’opera della natura. Egli sentiva tutta la bellezza contenuta in una pianta, ma sentiva altresì qualcosa di incompiuto nella vita di natura che essa manifesta all’uomo. Vi è maggior pienezza d’essere in ciò che nella pianta opera e tesse interiormente, che nella limitata figura di essa, quale appare ai nostri occhi.

Accanto a ciò che la natura riesce a conseguire, Goethe avvertiva anche qualcosa di paragonabile alle “intenzioni del la natura”. Che con una simile rappresentazione si volesse personificare la natura, ciò era per lui un fraintendimento. Egli era consapevole che tali intenzioni nel mondo vegetale non erano create dal gioco arbitrario della sua fantasia, ma da lui vedute in modo del tutto oggettivo, così come può essere veduto il colore del fiore.

Per questa ragione egli provò irritazione quando Schiller definì l’immagine della tendenza evolutiva della pianta, che egli aveva abbozzato con pochi tratti sotto i suoi occhi, una “idea” e non una “esperienza”. Ribatté allora all’amico che se era una “idea”, egli vedeva appunto le sue idee con gli occhi, come con gli occhi percepiva le forme e i colori.

Goethe aveva appunto la sensazione che nella vita della natura non vi è soltanto una tendenza ascendente, ma anche una discendente. Egli sentiva il germogliare, il crescere, il fiorire e il fruttificare, ma sentiva altresì l’appassire, lo scolorire, il disseccarsi e il morire. Sentiva la primavera, ma anche l’autunno. In estate poteva, con il suo animo, partecipare alla vita della natura in pieno sviluppo, ma con animo altrettanto aperto poteva partecipare alla sua morte.

Nelle opere di Goethe non si troverà questo duplice sentimento della natura espresso integralmente a parole. Si può tuttavia avvertirlo in tutto il suo atteggiamento dell’anima. In esso vi era ancora un’eco dell’antico sentire relativo al “combattimento di Michele col drago”. Questo sentire era però sollevato alla coscienza dell’uomo moderno.

L’atteggiamento dell’anima di Goethe non ha avuto nessuno sviluppo in questa direzione nel corso del diciannovesimo secolo. La più recente concezione dello spirito deve però tendere ad un simile sviluppo.

Il sentimento della natura non è completo, se l’uomo con la sua interiorità prende parte solo al germogliare, crescere, fiorire, fruttificare; egli deve possedere un senso anche per lo sfiorire, il morire. Per tal via egli non si rende estraneo alla natura: come non si chiude alla sua primavera e alla sua estate, così è capace di sentire anche il suo autunno e il suo inverno.

La primavera e l’estate esigono dedizione dell’uomo alla natura: l’uomo esce da se stesso e si familiarizza con la natura. L’autunno e l’inverno spingono a ritirarsi nell’elemento umano e a contrapporre alla morte della natura la resurrezione delle forze dell’anima e dello spirito. La primavera e l’estate sono i periodi della coscienza naturale dell’anima umana; l’autunno e l’inverno quelli in cui si desta il sentimento dell’autocoscienza umana.

Quando giunge l’autunno, la natura trasferisce la sua vita nelle profondità della terra, sottraendo la ricchezza del suo germogliare e fruttificare alla vista dell’uomo. In ciò che essa offre allo sguardo non v’è compimento, ma speranza: la speranza di una nuova primavera. La natura lascia l’uomo solo con se stesso.

Inizia allora il periodo in cui egli, in virtù delle proprie forze, deve dimostrare a se stesso, che egli vive e non muore. La natura estiva ha detto all’uomo: io accolgo il tuo “lo” e lo faccio fiorire, insieme con i fiori stessi, nel mio grembo. La natura autunnale ammonisce l’uomo: raccogli forze dalla profondità della tua anima, affinché il tuo Io viva in se stesso, mentre io celo la mia vita nelle profondità della terra.

Goethe rimase indignato, allorché il suo sentimento s’imbatté nella frase di Haller: “All’interno della natura non penetra alcuno spirito creato; beato colui cui essa mostra l’esterna scorza”. Goethe sentiva: “La natura non ha né nocciolo, né scorza, essa è tutto in una volta”¹.

La natura necessita del morire per vivere. Questo morire l’uomo lo può sperimentare. In tal modo penetra solo più profondamente all’interno della natura. Egli, all’interno del proprio organismo, sperimenta la respirazione e la circolazione sanguigna. Essi sono la sua vita. Ciò che a primavera germoglia nella natura gli è familiare come la sua stessa respirazione: esso attira l’anima verso la coscienza della natura. Ciò che in autunno muore non gli è più estraneo di quanto non gli sia la circolazione del suo sangue: esso tempra nella sua interiorità l’autocoscienza.

La festa dell’autocoscienza, che fa comprendere all’uomo la sua vera umanità, giunge quando cadono le foglie. All’uomo occorre solo prenderne coscienza. La festa di San Michele è la festa del primo autunno. L’immagine di Michele vittorioso è appropriata: essa vive nell’uomo che durante l’

estate si è effuso amorevolmente nella natura, ma che dovrebbe smarrire il suo centro di gravità, se dall’abbandono alla natura non potesse elevarsi al rafforzamento del proprio essere spirituale.

* da " Discepoli nella luce di Michele" di Ita Wegman, ed. TreUno

** I due articoli qui riportati in traduzione italiana, apparvero nei numeri del 30 settembre e 7 ottobre 1923 della rivista Das Goetheanum, rispettivamente coi titoli ‘Der Streit Michaels mit dem Drachen” e “Der Michaelstreit vor dem Bewusstsein der Gegenwart”. Sono ora contenuti nel volume Der Goetheanumgedanke inmitten der Kulturkrisis der Gegenwart (O.O. n. 36), pp. 338-345 della 1° edizione, Dornach 1961.

¹ La frase del naturalista Alhrecht von Haller (1708-1777), è tratta una poesia didascalica intitolata “Falschheit menschlicher Tugenden” e contenuta nel volume Versuch schweizerischer Gedichte del 1732. La replica di Goethe si trova nello scritto “Freundlicher Zuruf” (Amichevole appello), da lui pubblicato nella raccolta Zur Morphologie del 1820.

Fonte La Scienza dello Spirito





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