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Souffl Cheesecake giapponese da fare con tre ingredienti




Tre uova, 120 grammi di cioccolato bianco e 120 grammi di crema al formaggio. E’ tutto quello che occorre per preparare il Japanese Cotton Cheesecake, la torta soffice che ha conquistato la rete

Uova, cioccolato bianco e crema al formaggio. Bastano tre ingredienti per preparare la torta al formaggio giapponese che sta spopolando sul web. La ricetta è spiegata passo passo, su YouTube, dall’utente Ochikeron, e il suo video ha già ottenuto più di 2 milioni di visualizzazioni.
Il segreto di questo «soufflé cheesecake» (che si chiama Japanese Cotton Cheesecake) è la semplicità: servono tre uova, 120 grammi di cioccolato bianco e 120 grammi di crema al formaggio.
 

La ricetta della Japanese Cotton Cheesecake

Per prima cosa occorre separare i tuorli dell’uovo dall’albume e lasciare raffreddare bene gli albumi in frigorifero. Poi, preriscaldare il forno a 170 gradi per 6 minuti e, intanto, far sciogliere il cioccolato bianco, spezzettato, a bagnomaria. Il bianco dell’uovo deve essere ben montato a neve, con un mixer elettrico, fino a quando non diventa denso. Il cioccolato bianco, fuso, va mescolato fino a quando non diventa una crema, da unire all’albume montato. Poi si aggiungono alla crema di formaggio i tre tuorli e gli albumi montati a neve.
A questo punto l’impasto è pronto per essere infornato. La tortiera in cui si versa il composto deve essere posata su una teglia da forno in cui è stata versata dell’acqua bollente. L’impasto deve cuocere per 15 minuti a 170 gradi, poi ancora 15 minuti ma a 160 gradi. Una volta spento il forno, lasciare riposare la torta nel forno chiuso per altri 15 minuti. Quando la torta si raffredda, la si può cospargere con lo zucchero a velo.
 
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PROBLEMI ALLA VISTA E POSTURA

I problemi alla vista e la postura

Sembrerebbe improbabile una correlazione fra denti e occhi, ma ricerche effettuate dimostrano il contrario. Un esempio classico è la capacità di accomodamento, ovvero la minima distanza di messa a fuoco di una matita. Fate questo semplice test.

Nella posizione eretta, con i piedi in posizione per voi comoda provate a vedere quanto riuscite ad avvicinare la matita al vostro naso senza far sdoppiare l'immagine e misurate la distanza fra naso e matita. Poi convergete il più possibile i piedi l'uno verso l'altro in modo da metterli in posizione per voi molto fastidiosa e riprovate: molti noteranno che non potranno avvicinare la matita come prima!

La contrazione muscolare anomala degli arti inferiori si è ripercossa per collegamento fra catene muscolari, fino ai muscoli oculari impedendone il normale funzionamento. In questi pazienti si può sospettare un affaticamento dei muscoli oculari indotto da alterazioni posturali

Si è visto che l'affaticamento alla visione e le forie, ovvero i piccoli strabismi compensati, risentono molto di tali contrazioni che possono benissimo essere indotte dal combaciamento dentale.

 

Se a ciò si aggiungoni i cosiddetti "torcicolli oculari" ossia atteggiamenti inclinati e/o ruotati del capo indotti dagli strabismi, ecco che il quadro si complica, ma soprattutto interagisce con i settori vicini, a.d esempio i denti e le cefalee

Gli occhi e la postura

Cosa c'entrano gli occhi con la postura?

C'entrano perché anche attraverso la vista il nostro cervello sa cosa è dritto e cosa è storto, e quindi quanto siamo dritti e quando siamo storti. In particolare il cervello confronta le informazioni visive che vengono dagli occhi con le informazioni che arrivano dai muscoli degli occhi, quindi quello che vediamo e la direzione del nostro sguardo. Queste informazioni, insieme a quelle che provengono da altre parti del corpo (muscoli, articolazioni, denti, orecchie, solo per citare le principali) servono appunto al cervello per capire quanto siamo dritti e quanto siamo storti e quindi, se necessario, mettere in atto delle manovre per correggere la postura. E' evidente quindi come sia importante controllare anche gli occhi quando siamo in presenza di una patologia posturale.

Come si fa?

Si fa una visita con un oculista o un ortottista che controllerà anche la situazione dei muscoli degli occhi e, soprattutto il loro rapporto con la postura.

Serve sempre fare un controllo visuo-posturale?

No, solo se il medico che sta valutando il nostro problema posturale avrà il sospetto che gli occhi possano avere un ruolo nella patologia.

E come fa a capirlo?

Con un test molto semplice: valuterà la nostra postura ad occhi aperti e ad occhi chiusi: normalmente la postura ad occhi chiusi peggiora, se dovesse migliorare si può sospettare che siamo in presenza di un problema del sistema visivo. In altre parole gli occhi, anziché migliorare il nostro assetto posturale lo disturbano.

E se c'è qualcosa che non va?

Allora l'oculista valuterà una eventuale modifica della correzione degli occhiali o, magari, ci consiglierà di fare qualche esercizio di ortottica: un po' di ginnastica per i muscoli degli occhi.

E chi porta gli occhiali?

Deve dirlo al medico che sta studiando la sua patologia posturale (e portare gli occhiali quando va a farsi visitare!). In questo modo sarà possibile effettuare la visita con e senza occhiali e valutare se questi ultimi possano condizionare il problema della postura.

I tra cardini da valutare per una postura corretta  sono gli occhi , l’occlusione e l’appoggio plantare , ragione per cui è sempre necessaria per una corretta valutazione una visita odontoiatrica  che valuti gnatologicamente  il corretto  bilanciamento delle arcate dentarie  durante la masticazione e non solo, ma anche una visita ortottica e posturale con attenzione alla dinamica dell'appoggio plantare



Differenti visioni sulla vita e la morte secondo le religioni

COM'E' NATO IL MONDO?

Per le tre grandi religioni monoteistiche (Ebraismo, Cristianesimo, e Islam), Dio (che è infinito) ha creato l'universo (che è finito).
Il racconto biblico del Genesi (il primo libro della Bibbia) narra di come Dio diede origine al mondo in sei giorni, creando cielo e terra e separando la luce dalle tenebre (primo giorno), dividendo il cielo dal mare (secondo giorno), separando la terra - sulla quale fece crescere le specie vegetali - dalle acque (terzo giorno), creando il sole, la luna e le stelle (quarto giorno), dando vita a tutti gli uccelli e ai pesci (quinto giorno) e, il sesto giorno, facendo gli animali terrestri e gli esseri umani, questi ultimi creati a propria immagine e somiglianza affinché dominassero sulle altre sue creature.


Per l' Induismo l'universo è eterno e il cosmo non è stato creato, né sparirà, ma attraversa fasi cicliche in cui esso si fa e si disfa. Dopo un periodo di espansione progressiva, che dura milioni di anni, l'universo (o l'Essere) si contrae per altri milioni di anni, fino a tornare a un Non-Essere che non è propriamente un Nulla, ma è Caos (o assenza di organizzazione). Dopodiché, da questo Non-Essere, che è un residuo di Essere virtuale o potenziale, si passa a un'altra fase di espansione, e dunque a un'altra fase ciclica dell'universo. È in questa concezione di universo infinito che vanno inquadrati i racconti vedici circa le origini del mondo. Nei Rigveda (X, 129), la domanda sulle origini dà luogo a una riflessione filosofica molto perplessa sul mistero della connessione tra l'essere e il non-essere.


In un altro inno vedico (Rigveda, X, 90) si narra di come il Purusa, un gigante dalle mille teste, dai mille occhi e dai mille piedi, fu sacrificato come offerta, e di come dalle sue parti ebbero origine tutte le cose.


Il motivo della creazione come smembramento di un essere enorme si ritrova anche in un racconto tradizionale cinese, secondo il quale tutto ha origine dal gigante Pangu, il primo essere vivente, che alla nascita si frappose come un pilastro tra il cielo e la terra per evitare che essi si riunissero. Alla sua morte, le diverse parti del suo corpo diedero origine ai fenomeni naturali e a tutte le forme di vita: il vento e le nuvole nacquero dal suo respiro, il tuono e i lampi dalla sua voce, il sole dal suo occhio sinistro, la luna dall'occhio destro, i punti cardinali e le montagne dagli arti e dal tronco, i fiumi dal suo sangue, le strade dalle sue vene, la terra dalla sua carne, le stelle dai capelli, i metalli e le pietre dalle ossa e dai denti, la rugiada dal suo sudore e gli esseri umani dai parassiti sul suo corpo.


L'azione creatrice può assumere diverse forme: talvolta essa è concepita come il gesto di modellare una sostanza primordiale. Così, gli indiani yakima raccontano di come il Grande Capo Lassù abbia creato le montagne con manciate di fango, e con lo stesso materiale abbia plasmato i primi esseri umani.


Per lo Shintoismo l'origine del mondo (che coincide con l'origine del Giappone) si ebbe quando il dio Izanagi, con la sorella Izanami, mescolò con una lancia la massa informe della terra fino a farla coagulare: dalle gocce che si formarono sulla punta della lancia nacquero le principali isole giapponesi. Poi Izanagi e Izanami crearono le isole minori e le divinità della natura. Infine, Izanagi salì in cielo - affidando il dominio del cielo alla dea del sole Amaterasu, il dominio della notte al dio della luna Tsukiyomi e il dominio del mare al dio della tempesta Susanoo - mentre Izanami scese agli inferi.

In altre tradizioni, l'atto della Creazione coincide con l'azione di dare un nome alle cose, chiamandole all'esistenza.
Questo motivo si ritrova presso le Religioni tradizionali australiane, secondo le quali all'inizio tutte le forme di vita (gli "Antenati") giacevano nel sonno sotto la superficie terrestre, nascosti nelle loro buche di fango. Un giorno il sole uscì dalla sua buca e, riscaldando la terra, svegliò gli Antenati, i quali emersero dalle buche e cominciarono a camminare, cantando. Con le loro canzoni gli Antenati chiamarono tutte le cose alla vita, lasciando dietro di sé scie di musica che avvolsero il mondo in una rete di canto.


Secondo filosofi antichi, come Platone, l'universo non è stato creato direttamente dalla divinità ma da un suo servo, il Demiurgo. Questa idea ha poi dato origine, durante i primi secoli del Cristianesimo, a spiegazioni (ritenute eretiche dalla Chiesa) come per esempio quella dei Neoplatonici e degli Gnostici: Dio è qualcosa di inaccessibile e inconoscibile, ma si è "emanato", e cioè si è trasformato via via negli stati inferiori dell'universo, da alcuni esseri spirituali come gli Angeli e altre divinità minori sino alla materia. Una di queste emanazioni intermedie è il Demiurgo, che ha costruito il mondo, ma lo ha costruito male. Questo spiegherebbe la presenza del male nel mondo. Il compito dell'uomo giusto è allora quello liberarsi dalla tirannia della materia (che in sè è cattiva) e ritornare all'assoluta purezza di Dio.

Ma non tutte le religioni hanno una cosmogonia. A volte la domanda degli inizi viene lasciata volutamente aperta: secondo il Buddhismo, l'origine dell'universo (se esso sia finito o infinito) è una questione destinata a rimanere senza risposta. Così come un uomo ferito da una freccia inizialmente non ha bisogno di sapere chi l'ha tirata e com'è fatta l'arma che lo ha ferito, ma piuttosto di essere medicato e liberato dal dolore, così gli esseri umani hanno bisogno di una via che li liberi dalla sofferenza, e non di risposte a quesiti insolubili.

COSA SUCCEDE DOPO LA MORTE?

• L'aldilà: inferno e paradiso
Secondo le tre religioni monoteiste, al momento della morte l'anima della persona abbandona definitivamente il corpo e, con esso, la vita terrena, per ricongiungersi a Dio. Le concezioni dell'aldilà variano da una religione all'altra, e si modificano anche all'interno della medesima tradizione religiosa.


Il Pentateuco (l'insieme dei primi cinque libri della Bibbia) non precisa cosa succede alle persone dopo la morte, ma fa menzione di una resurrezione collettiva dopo il Giudizio. Solo in alcuni testi successivi viene elaborata la nozione dell'inferno. Così, per l' Ebraismo antico, l'anima del defunto raggiunge tutte le altre anime che riposano nel regno delle tenebre (o sheol). L'idea che la sorte ultraterrena degli individui si possa differenziare in base alla condotta che essi hanno tenuto in vita si afferma più tardi, quando - nel I secolo e.v. - alcune scuole di pensiero cominciano a sostenere che, dopo un soggiorno comune nello sheol, le anime dei giusti vengano condotte nei giardini dell'Eden, mentre quelle dei malvagi vadano all'inferno. Certe scuole ritengono che le pene dei dannati siano temporanee e purificatrici e che, una volta scontate, l'anima venga ammessa in paradiso. Vi sono tuttavia dei peccati la cui gravità condanna l'anima del colpevole alla dannazione eterna - almeno fino all'epoca del Giudizio finale.


Secondo il Cristianesimo i buoni vanno in paradiso, dove godono di uno stato di eterna beatitudine, mentre i malvagi vanno all'inferno, dove sono sottoposti a supplizi indicibili. I cattolici nel medioevo aggiungono un luogo intermedio, il purgatorio, dove i peccatori che si sono pentiti in vita subiscono dei castighi per espiare le proprie colpe e entrare in paradiso. I protestanti e gli ortodossi rifiutano il purgatorio.


L' Islam afferma che coloro che non credono in un unico Dio sono destinati a bruciare all'inferno. Quando una persona muore, la sua anima viene interrogata da due angeli, che le chiedono di recitare la professione di fede (shahada): se non è in grado di farlo, viene dannata. Nel giorno del Giudizio (l'ultimo giorno), gli esseri umani saranno giudicati da Dio: i meritevoli avranno la grazia di contemplare il volto di Dio.

• Il ciclo delle rinascite
Molte religioni ritengono che l'anima debba passare attraverso una lunga catena di reincarnazioni prima di raggiungere la liberazione, ovvero la cessazione del ciclo delle rinascite. La credenza nella trasmigrazione delle anime caratterizza le religioni di ceppo induista.


Gli induisti e i giainisti credono che alla morte ogni creatura si reincarni in un altro corpo, vegetale, animale, o umano. Lo scorrere delle esistenze è visto come un dramma dal quale si desidera liberarsi. La liberazione - o moksha - consiste nella scoperta dell'illusorietà della propria identità individuale (atman), per ricongiungersi con il brahman, che è l'Uno indivisibile.
Secondo i buddhisti, per 49 giorni dopo la morte l'individuo va errando tra il mondo dei morti e quello dei vivi; dopodiché il meccanismo del karma decide in quale corpo si reincarnerà. Come per gli induisti, l'obiettivo ultimo dei buddhisti è di porre fine al ciclo ininterrotto delle rinascite per raggiungere l'estinzione delle sofferenze, o nirvana.
Anche i sikh credono nella reincarnazione, tranne che per loro la liberazione non consiste nell'annullamento di sé, bensì nella ricongiunzione dell'anima con Dio.

• Gli antenati
In alcuni sistemi religiosi, la morte è vista come il passaggio dell'individuo allo stato di antenato. Gli antenati si inseriscono nella vita dei propri discendenti comunicando direttamente con loro, proteggendoli (o, in certi casi, ostacolandoli), approvando o disapprovando le loro azioni, e intervenendo quando la famiglia li invoca con riti propiziatori.


Per le religioni tradizionali cinesi non vi è una separazione netta tra il mondo dei vivi e quello dei morti: i morti non abbandonano il mondo dei vivi, ma diventano antenati e, come tali, continuano a partecipare della vita quotidiana della propria famiglia d'origine, proteggendo e guidando i discendenti. Nella società cinese tradizionale, ogni casa ha una nicchia nella quale vengono conservate le tavolette con su iscritti i nomi e le principali azioni compiute dagli antenati. Le decisioni importanti (ad esempio, la scelta di una sposa) vengono sottoposte agli antenati, e il dovere principale dei vivi è di assicurare la continuità della progenie per mantenere viva la memoria degli avi. Cinque generazioni di antenati vengono accolte in casa: quando muore un capofamiglia, la tavoletta dell'avo più antico viene bruciata per essere sostituita con quella del nuovo antenato. Ma l'energia del vecchio progenitore non viene dispersa: quando nascerà un nuovo bambino in casa, porterà il suo nome.


Secondo le religioni tradizionali africane, i morti non si ritirano in una sfera ultraterrena, ma continuano a intervenire nella vita dei discendenti sotto forma di "spiriti protettori". Non tutti i defunti, però, accedono al ruolo di antenati: ne sono esclusi i bambini, i "matti", gli "anormali", e coloro che con le loro azioni hanno arrecato danno alla comunità. In molte società africane, inoltre, spesso non diventano antenati coloro che sono deceduti di morte violenta, circostanza sospetta di stregoneria. Essi rimangono degli spiriti erranti, spesso pericolosi per la comunità.
Gli antenati sono dotati di personalità distinte: possono essere benevoli o astiosi, miti o irascibili, e così via. Gli anziani sono in diretto contatto con gli spiriti degli avi che, tramite essi, comunicano i propri consigli e divieti alla comunità. Se il volere degli antenati viene trasgredito, o se ci si dimentica di onorarli, essi si adirano e manifestano la propria collera provocando disgrazie (malattie, siccità, ecc.).
La nascita di un bambino può essere l'occasione per onorare un antenato. I genitori possono infatti decidere spontaneamente di assegnare al nuovo nato il nome di un avo a loro particolarmente caro. Altre volte è l'antenato stesso che può manifestare ai genitori il desiderio che il bambino venga chiamato con il suo nome. L'attribuzione del nome è molto importante in Africa, perché determina l'identità di un individuo. Assieme al nome dell'antenato, si pensa infatti che il bambino ne acquisisca i tratti della personalità.
Gli antenati sono i guardiani delle tradizioni della comunità e continuano ad occupare il loro posto in seno al gruppo di appartenenza, esercitando la loro autorità sui discendenti. La comunità li onora medianti numerosi rituali destinati a mantenere in vita la relazione con il mondo spirituale.

• Il nulla
Coloro che non credono nell'esistenza di un Dio trascendente negano che vi sia un'anima che sopravvive al corpo e ritengono pertanto che, dopo la morte, non vi sia nulla. Il che non impedisce ai viventi di coltivare la memoria dei defunti in modo che almeno il loro ricordo possa perdurare oltre la morte. Nell'antica Grecia, Epicuro osservava che: "Finché io ci sono, la morte non c'è, e quando la morte c'è, io non ci sono più". Quindi non dovremmo avere paura della morte.

Leggi anche Sognare di morire o la morte

PERCHE' SI SOFFRE?
Gli esseri umani scoprono molto presto che vivere è, anche, soffrire. Per tutte le religioni, il problema fondamentale non è come evitare la sofferenza, ma come renderla sopportabile. Uno dei modi per fare i conti con la morte, con la malattia, con il dolore fisico, con la perdita di ciò che è caro, e con la mancanza di ciò che è fortemente desiderato, è di trovare una spiegazione che giustifichi la sofferenza.


Secondo la religione ebraica, ad esempio, il male del mondo è prodotto dall'uomo e dipende dalla sua mancanza di fiducia nei confronti di Dio, ovvero dalla rottura dei suoi rapporti con Lui: la salvezza dipende dalla capacità dell'uomo di ristabilire l'Alleanza con Dio, obbedendo alle Leggi divine. Questa spiegazione, tuttavia, non chiarisce del tutto il motivo per cui tante persone innocenti debbano affrontare grandi dolori, mentre vi sono uomini e donne che, pur essendo egoisti o disonesti, conducono un'esistenza relativamente tranquilla. Per rispondere alla questione della sofferenza dei giusti la tradizione talmudica ha elaborato varie risposte possibili (forse il giusto non è completamente giusto: ma come giustificare la sofferenza dei bambini? Forse il giusto sconta i peccati dei suoi avi; forse la sua sofferenza terrena verrà premiata nell'aldilà). Nessuna interpretazione appare interamente adeguata, per cui l'Ebraismo - sulla scorta del Libro di Giobbe - accetta di non comprendere il senso del male e della sofferenza degli innocenti, rimettendosi alla saggezza e al volere di Dio.


La risposta dell' Induismo, invece, è che il dolore che si prova nel corso della vita attuale è dovuto alle azioni che si sono compiute nell'esistenza precedente (è questo il senso del principio del karma). Una simile spiegazione rende meno intollerabile l'idea che il male si possa abbattere anche su creature innocenti.


Il Buddhismo situa la sofferenza (dukkha) nella nostra stessa condizione di esseri umani (desideriamo ciò che non abbiamo e rimpiangiamo ciò che abbiamo avuto): l'origine di questa sofferenza è in noi e nella nostra incapacità di abbandonare ciò che è transitorio per consolidare ciò che è permanente, ed è di lì che va strappata.


La filosofia taoista, fondata sulla complementarità dei contrari (yin e yang), vede la sofferenza come l'altro aspetto, opposto ma necessario, del benessere: così come non c'è luce senza tenebre, il bene non avrebbe senso se non ci fosse anche il male.

• La religiosità laica
vi sono persone che o non credono in alcuna religione o pensano che sia impossibile decidere se le varie religioni dicono la verità (atei e agnostici). Anche costoro tuttavia si interrogano su che cosa sia il bene e che cosa sia il male, e come si possa affrontare la morte (dopo la quale, ritengono, non vi è alcuna forma di continuazione della vita). Molti tra costoro pensano che, se non c'è un Dio che ci abbia insegnato cosa siano bene o male e che ci possa consolare in un'altra vita per i dolori che abbiamo subito in questa, a maggior ragione bisogna trovare delle ragioni per cui gli uomini possano vivere senza danneggiarsi a vicenda, e si possano giustificare sentimenti come l'amore e il rispetto per gli altri. Costoro elaborano quindi quella che si chiama una morale laica.

Fonte parodos.it





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