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La fuga degli italiani a Londra




Non è facile partire, ma una volta partiti non è facile tornare. Un documentario li racconta.

Come siamo? «Poliedrici, diversi, schizofrenici. Come il Paese, forse, in cui siamo nati e cresciuti». E come stiamo? «Qui c’è chi si organizza e sopravvive. E chi si fa macinare dal sistema». «Qui» sta per Londra. «Noi», invece, sono gli italiani emigrati a Londra, una folla di giovani laureati e professionisti che Luca Vullo, nato a Caltanissetta 35 anni fa, regista, ha visto riversarsi in massa negli ultimi anni nella capitale inglese, dove vive da due anni. Tra il 13 settembre e il 13 ottobre ha girato insieme a una squadra di tecnici e aiutanti tutti italiani e tutti emigrati o figli di migranti un documentario, Influx, per raccontare «l’universo psicologico e antropologico» che va prendendo forma a Londra, una città bersagliata, dice lui, da giovani di tutto il mondo. Ad agosto, si stimava che gli italiani espatriati nel Regno Unito fossero 500.000, mezzo milione.
Il suo lavoro – in cerca di finanziamenti su Indiegogo per essere completato - è per lui una «grande operazione di autoanalisi sull’Italia e gli italiani». Che lo porta a chiedersi un grande e sonoro «Perché» di fronte ai ragazzi che prima di partire cercano lavoro nelle agenzie. Ma a chiamare e informarsi sono i genitori. «E hanno 25 anni e magari una laurea». Perché succede, perché lo facciamo?
Londra non è un eldorado per tutti, e in troppi arrivano senza sapere cosa fare, senza obiettivi precisi o una minima conoscenza di come vadano le cose Oltremanica, spiega Luca, «è una grande fuga di massa, più che fuga di cervelli», nonostante ci sia anche chi è riuscito a distinguersi e ad affermare il proprio talento nella moda, nel design o nel food. E in molti altri settori, come certi personaggi che compaiono nel documentario. Nel suo team (una squadra di tecnici e aiutanti tutti italiani, emigrati, figli di migranti o con il forte desiderio di lasciare l’Italia), ad esempio, lavora anche Marcello Minale, un nome che in Italia dirà poco nulla, ma che in Inghilterra circola abbastanza perché lui è l’italiano che ha disegnato il nuovo logo della Premier League britannica. Ma ci lavora anche Alessandro Mariscalco, social media manager della casa di produzione di Luca che ha lavorato con Bill Emmott a Girlfriend in a Coma.
Lo stesso Luca è riuscito a costruirsi una professione davvero originale.
«Avevo appena finito di girare “La voce del corpo”, un documentario sulla gestualità dei siciliani e degli italiani che è stato proiettato negli Istituti di cultura italiani. Lo hanno visto anche gli attori del National Theatre di Londra che stavano mettendo in scena Liolà di Pirandello. Attratti dal video, hanno chiesto di potermi incontrare». Quello è stato il primo di una serie di workshop con cui Luca ha portato nelle università britanniche, norvegesi, australiane e non solo il racconto della gestualità italiana, «un linguaggio che incuriosisce il resto del mondo ma che nessuno oltre noi sa interpretare».

Non è la prima volta che Luca si occupa di immigrazione. Uno dei suoi primi lavori si intitola “Dallo zolfo al carbone” e racconta la grande migrazione degli italiani in Belgio in cerca di lavoro dopo il patto italo-belga del ’46. «Un’immigrazione di contadini e minatori che si riversavano nelle miniere». Anche ora, anno 2014, Luca si trova davanti agli occhi «un capitolo importante della nostra storia contemporanea», un quadro complesso di giovani che alla soglia dei trent’anni si ritrovano con la sensazione frustrante «di non aver ancora combinato nulla».
«I ragazzi lasciano l’Italia perché stanno male come stavo male io. Non sopportano più una lotta che in Italia non è affatto una normale competizione meritocratica. Ma un meccanismo perverso».
Prima di partire, racconta Vullo che era già impegnato in progetti di didattica nelle scuole, «lavoravo tantissimo, mi muovevo molto, ma i risultati erano bassi soprattutto sul piano economico» (Luca aspetta ancora, dopo tre anni, il pagamenti di alcuni di quei seminari. «Mi dicono che è tutto bloccato»). «Ma mi dilaniavo il cervello perché mi accorgevo che era più importante e fruttuoso il tempo investito per cercare il contatto giusto che quello per lavorare bene. E spesso venivo superato da chi non sapeva fare nulla ma aveva la conoscenza adatta».
Chi parte, spiega il regista, è chi non accetta questo modo di far andare le cose. E chi è abbastanza ambizioso da volere di più.
A Londra però non tutto è facile. La competizione è altissima e non tutti sono pronti ad affrontare un sistema dove «non vale più la logica dell’amico dell’amico» e bisogna prepararsi in anticipo, conoscendo anche la lingua. Ma «qui – racconta Luca – mi succede una cosa che l’orizzonte plumbeo dell’Italia non mi ha mai fatto sperimentare: la sensazione che sto andando bene, la speranza che mi succederanno cose ancora più grandi e belle». L’idea che se lavori bene e sai fare, prima o poi arrivi dove vuoi arrivare.

Silvia Favasuli

Autore: 1406 1406



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