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Caratteristiche del segno dell'Acquario




Caratteristiche del segno dell'Acquario

Il pianeta dominante è Urano, l'elemento è l'aria, la qualità è fissa; il genere è maschile.
Il Sole transita nell'Acquario approssimativamente fra il 21 Gennaio e il 19 Febbraio.
Colore da portare: il blu, perché rappresenta la spiritualità di questo segno.
Pietra portafortuna: lo zaffiro.
Metallo: lo zinco o l'argento.
Giorno favorevole: il Sabato, il giorno di Saturno.

 Caratteristiche analitiche del segno

E' questo il segno degli ideali umanitari e della fratellanza. Gli Acquari cercano di migliorare la vita dei colleghi e il loro potere proviene dall'intelletto. Sono distaccati, impersonali e credono nella giustizia sociale. Sono generalmente stabili, ma sono inclini ad improvvisare cambiamenti di opinioni, idee, pensieri e piani. Hanno un grande bisogno di libertà e di conseguenza possono assolvere meglio al loro destino nei rapporti basati sull'amicizia.


Nella loro personalità è presente una qualità ingannevole e sognatrice e mostrano inoltre un senso di rispetto e di logica. L'Acquario è anche il segno della solitudine e di conseguenza i nativi si ritrovano sempre un po' isolati. Gli Acquario sono onesti e fedeli e in genere godono di buona salute. Chi appartiene a questo segno accomuna all'originalità ed all'indipendenza, anche un'anormalità spinta all'eccesso, che può causare violente oscillazioni d'umore e rendere possibile l'assurdo, l'imprevisto e l'imprevedibile. La permalosità è peculiare del segno; l'individuo cerca sempre di affermare la sua libertà d'essere e d'agire. Quando non si sente amato e compreso soffre e può cadere in uno stato di prostrazione, anche perché il suo equilibrio non è dei più stabili. Tende sempre ad andare avanti, a cercare novità, ad evitare le convenzioni. Il passato gli serve come esperienza durante la sua fuga sempre proiettata in avanti. L'Acquario ha un temperamento mentale ed intellettuale che vorrebbe dominare i sensi e l'erotismo; quest'ultimo ha uno sfondo cerebrale, il che può divenire causa prima dell'infelicità in amore.
Un'eventuale infelicità affettiva è resa ancor più possibile da altre connotazioni che sottolineano quanto è bizzarro il nato in questo segno: detesta la gelosia, vissuta come costrizione assoluta alla propria libertà, ma lui stesso è geloso anche se potrebbe morire piuttosto che ammetterlo; è geloso e possessivo come pochi altri. D'altro canto, però, raramente è fedele in amore, è più facile che lo sia in amicizia, perché le sue amicizie sono molto ponderate e sentite: l'amicizia è qualcosa che egli non concede a tutti. Disprezza tutto ciò che è pedante e limitato; è piuttosto calcolatore e, se deve intraprendere un'avventura, lo fa puntando dritto allo scopo. Il suo mondo è abbastanza utopico. L'Acquario ha bisogno di contatti umani anche se poi è abbastanza incapace di legarsi, è poco loquace e non è assolutamente duttile. In certi casi dimostra un distacco che sembra anche disprezzo assoluto per le opinioni degli altri, un'indifferenza che a volte può essere una sorta di cattiveria nei confronti altrui. La donna dell'Acquario è un'ottima educatrice di figli con i quali instaura rapporti di amicizia. E' piena di interessi che allarga con numerose letture e adora i viaggi.

L'Acquario in Amore
 

Purtroppo i nati sotto il segno dell’Acquario hanno poca dimestichezza con il mondo delle emozioni e dei sentimenti, soprattutto quando si tratta di esprimerli o manifestarli.
Questo non significa che non li provino come gli altri, tuttavia quando si trovano costretti ad esternarli sono impacciati come un adolescente alla prima esperienza.
A parte questa difficoltà comunicativa possono essere compagni amabili e davvero piacevoli, tolleranti e rispettosi delle idee e libertà del partner. 

L'Acquario in Amicizia

Considerando che l’amicizia non richiede coinvolgimento emotivo, e solitamente non limita la loro libertà, i nati sotto il segno dell Acquario sanno essere ottimi e leali amici, capaci di ascoltare e consigliare, tollerare e comprendere.
Solitamente sono disponibili e non si tirano indietro, anche a discapito della loro sfera sentimentale.
La loro compagnia è dunque piacevole per ogni occasione, nei momenti di allegria oppure in quelli più impegnativi, in cui si richiede un maggiore sforzo di comprensione e consiglio.

L'Acquario nel  Lavoro


Il nato sotto il segno dell'Acquario è generalmente molto versatile e capace quindi di adattarsi al meglio nei più vari ambienti lavorativi. La sua poliedrica personalità gli permette di plasmarsi alle situazioni e integrarsi facilmente con colleghi e team, riuscendo altresì ad essere particolarmente apprezzato nella sua professione, oltre che per la sua fiducia anche per il suo altruismo. Il mestiere che più si addice al soggetto Acquario può essere da un lato strettamente intellettuale, ma dall'altro anche principalmente pratico, spaziando quindi dall'ambito della tecnica, dell'informatica e dell'ingegneria, al campo delle arti, in particolare la musica e la pittura, per le quali sembrano essere decisamente portati.

Autore: 1406 1406



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PROBLEMI ALLA VISTA E POSTURA

I problemi alla vista e la postura

Sembrerebbe improbabile una correlazione fra denti e occhi, ma ricerche effettuate dimostrano il contrario. Un esempio classico è la capacità di accomodamento, ovvero la minima distanza di messa a fuoco di una matita. Fate questo semplice test.

Nella posizione eretta, con i piedi in posizione per voi comoda provate a vedere quanto riuscite ad avvicinare la matita al vostro naso senza far sdoppiare l'immagine e misurate la distanza fra naso e matita. Poi convergete il più possibile i piedi l'uno verso l'altro in modo da metterli in posizione per voi molto fastidiosa e riprovate: molti noteranno che non potranno avvicinare la matita come prima!

La contrazione muscolare anomala degli arti inferiori si è ripercossa per collegamento fra catene muscolari, fino ai muscoli oculari impedendone il normale funzionamento. In questi pazienti si può sospettare un affaticamento dei muscoli oculari indotto da alterazioni posturali

Si è visto che l'affaticamento alla visione e le forie, ovvero i piccoli strabismi compensati, risentono molto di tali contrazioni che possono benissimo essere indotte dal combaciamento dentale.

 

Se a ciò si aggiungoni i cosiddetti "torcicolli oculari" ossia atteggiamenti inclinati e/o ruotati del capo indotti dagli strabismi, ecco che il quadro si complica, ma soprattutto interagisce con i settori vicini, a.d esempio i denti e le cefalee

Gli occhi e la postura

Cosa c'entrano gli occhi con la postura?

C'entrano perché anche attraverso la vista il nostro cervello sa cosa è dritto e cosa è storto, e quindi quanto siamo dritti e quando siamo storti. In particolare il cervello confronta le informazioni visive che vengono dagli occhi con le informazioni che arrivano dai muscoli degli occhi, quindi quello che vediamo e la direzione del nostro sguardo. Queste informazioni, insieme a quelle che provengono da altre parti del corpo (muscoli, articolazioni, denti, orecchie, solo per citare le principali) servono appunto al cervello per capire quanto siamo dritti e quanto siamo storti e quindi, se necessario, mettere in atto delle manovre per correggere la postura. E' evidente quindi come sia importante controllare anche gli occhi quando siamo in presenza di una patologia posturale.

Come si fa?

Si fa una visita con un oculista o un ortottista che controllerà anche la situazione dei muscoli degli occhi e, soprattutto il loro rapporto con la postura.

Serve sempre fare un controllo visuo-posturale?

No, solo se il medico che sta valutando il nostro problema posturale avrà il sospetto che gli occhi possano avere un ruolo nella patologia.

E come fa a capirlo?

Con un test molto semplice: valuterà la nostra postura ad occhi aperti e ad occhi chiusi: normalmente la postura ad occhi chiusi peggiora, se dovesse migliorare si può sospettare che siamo in presenza di un problema del sistema visivo. In altre parole gli occhi, anziché migliorare il nostro assetto posturale lo disturbano.

E se c'è qualcosa che non va?

Allora l'oculista valuterà una eventuale modifica della correzione degli occhiali o, magari, ci consiglierà di fare qualche esercizio di ortottica: un po' di ginnastica per i muscoli degli occhi.

E chi porta gli occhiali?

Deve dirlo al medico che sta studiando la sua patologia posturale (e portare gli occhiali quando va a farsi visitare!). In questo modo sarà possibile effettuare la visita con e senza occhiali e valutare se questi ultimi possano condizionare il problema della postura.

I tra cardini da valutare per una postura corretta  sono gli occhi , l’occlusione e l’appoggio plantare , ragione per cui è sempre necessaria per una corretta valutazione una visita odontoiatrica  che valuti gnatologicamente  il corretto  bilanciamento delle arcate dentarie  durante la masticazione e non solo, ma anche una visita ortottica e posturale con attenzione alla dinamica dell'appoggio plantare



Buona morte e spiritualit

«Per la verità ci sono in noi delle ore che non muoiono,
delle ore che formano l’identità del nostro essere più intimo,
delle ore in cui già presentiamo ciò che l’immortalità può significare..»
M. ZUNDEL, A l’écoute du silence, Tequi, 1979, p.53

I - L’origine della “buona morte” e gli Arti Moriendi
II – L’antropologia ternaria e la seconda nascita
III – Della Buona morte e del accompagnamento giusto

Introduzione

Prima di iniziare questa esposizione vorrei meditare un istante assieme a voi su questa stampa sorprendente che risale al 1851, la cui atmosfera appartiene sia al Romanticismo, sia al Simbolismo. E’ una stampa di Alfred RETHEL (1816-1859) intitolata: La morte come amica. Raffigura, situato in alto nella torre campanaria di una cattedrale, l’alloggio del campanaro, il suonatore delle campane. Oramai,questo, molto anziano, è seduto di fronte ad un balcone e contempla, alla fine della giornata, un paesaggio magnifico. Questi sono i suoi ultimi istanti: sta per morire. Non lontano da lui, la morte, sotto forma di scheletro allegorico, suona per lui la campana perché è ormai troppo stanco, e allo stesso tempo suona a morte per annunciargli che tra poco lascerà il mondo dei viventi.

Per spiegarmi semplicemente, direi che occorre distinguere in quest’immagine il visibile dall’invisibile. Qui l’invisibile è raffigurato come allegoria della morte; tutto il resto appartiene al mondo visibile. Apriamo gli occhi e guardiamo, la morte prima di tutto.

E’ raffigurata da uno scheletro dal volto particolarmente sinistro ed inquietante che non si vede bene. Questo scheletro rappresenta lo sfacelo della carne, la morte del corpo, la totale sconfitta della vita biologica. Porta con sé il terrore. Ci ricorda il ben noto commento di G.Bernanos: «la paura, state sicuri, si trova al capezzale di ogni agonia»1. Oppure il terribile avvertimento di San Bernardo: «Dopo la morte, il verme, dopo il verme, la puzza e l’orrore». Questa allegoria è un simbolo che, mentre raffigura l’invisibile, ci dice cose ben concrete e reali. Non possiamo farci niente, la morte è proprio così e ci fa paura.

Tuttavia questa morte non è una semplice causa di paura. Come dice il titolo della stampa, viene come amica. Non viene come un cacciatore ubriaco di sangue: ha deposto il corno della caccia che è appeso sulla ringhiera della scala. Aiuta il vecchio campanaro e soprattutto viene ad avvertirlo della sua morte perché si prepari come si deve a morire bene. Ma possiamo notare dell’altro. Sull’estrema destra, il capello del vecchietto, con la conchiglia, ci ricorda che il suo proprietario è un pellegrino che è stato a S.Giacomo da Campostella. Ora anche la morte porta la conchiglia, la brocca e la borsa dei pellegrini di S.Giacomo. Il vecchietto e la morte hanno camminato e parlato insieme a lungo sulle vie della Germania, della Francia e della Spagna. Si conoscono bene, sono amici.

Ora cerchiamo di leggere gli oggetti del mondo visibile. Anche questi sono simbolici e trasparenti. Il capello ed il bastone ci dicono che il vecchio è stato a S. Giacomo da Campostella: ha avuto quindi il pensiero per la salute della propria anima. Il crocefisso sulla parete mostra che è un uomo di preghiera. Il libro aperto, sicuramente una Bibbia, ci dice che è un uomo di meditazione. Il suo sguardo, verso il sole che tramonta, ci mostra un uomo di contemplazione. La brocca e il pane hanno due significati possibili. Possono rappresentare il pane e l’acqua: il nostro uomo è dunque povero, sobrio, e distaccato dalle cose materiali; oppure il pane e il vino che simboleggiano il corpo e il sangue di Cristo. Questo vecchietto riceveva allora i sacramenti, partecipava ai misteri eterni della religione cristiana. Le palme, sulla poltrona a destra, significano la vittoria sul Male e, di conseguenza, la prossima risurrezione del vecchio campanaro. Risurrezione che è rappresentata ancora dal sole che tramonta, che rinascerà l’indomani, come dall’uccellino e il paesaggio che evocano il paradiso dove il vecchio suonatore di campane certamente andrà.

Sì, questo vecchio sta per morire, ma ha compiuto la sua vita, ha risposto alla chiamata della propria natura profonda. Sta per morire, ma ha capito molti dei misteri più belli. Contempla in pace la bellezza del mondo che presto lascerà. Ma, attraverso questo, contempla pure le bellezze invisibili che l’attendono e che lo riempiono di speranza. E la scoperta di queste bellezze gli fa amare ed ammirare ancora più profondamente il visibile. Senz’altro senza saperlo, ora comprende il pensiero di S. Massimo il Confessore, di una profondità inaudita, che dice: “La contemplazione simbolica delle cose spirituali, attraverso quelle visibili, non è che la contemplazione nello Spirito delle cose visibili attraverso quelle invisibili2.”

Questo vecchietto sta per morire, ma di “buona morte”, nel senso stretto della parola data alla fine del Medioevo. Quest’uomo si è conquistato le cinque virtù che lo aiuteranno a ben morire: la fede, la speranza, la pace, il distacco e l’umiltà. I simboli di questa stampa lo esprimono perfettamente. Ma, abbiamo tuttavia ben capito il mistero della “buona morte”? Certamente no perché questo mistero essenziale è spirituale. Ci ricorda che nessuno può morire bene se non è nato alla sua dimensione di profondità, alla sua dimensione essenziale che è quella dello spirito. Ora, non abbiamo ancora parlato della nascita allo spirito che è anche il risveglio dello spirito. Capire realmente, e in profondità, cos’è “la buona morte”, o come la morte può essere “buona”, è un compito che ci richiede certamente molta attenzione e riflessione.

E’ precisamente verso questa riflessione che vi voglio portare ora. Innanzi tutto, considereremo più particolarmente la “buona morte” nella suo origine, nella sua storia. Poi, in una seconda parte, nel suo significato. Infine, nella sua pratica. La nozione di “buona morte” che vi presenterò è di origine cristiana e ve la illustrerò con l’aiuto di referenze del cristianesimo. Tuttavia, bisogna già capire bene questo: lo spirito è dell’uomo una dimensione universale, una dimensione riconosciuta e autentificata da tutte le grandi tradizioni religiose. Tanto da quelle d’Occidente: giudaismo, cristianesimo ed islam, che da quelle d’Oriente: induismo, buddismo e taoismo. La riflessione che segue si rivolge per questo agli uditori appartenenti a tutte queste grandi confessioni religiose. Si rivolge ovviamente anche agli agnostici e atei. Non è per niente necessario credere in Dio per aprirsi allo spirito. Come ben sappiamo, esistono autentiche tradizioni spirituali atei: il buddismo, da diversi punti di vista, ne è un buon esempio.

I - L’origine della “buona morte” e le Arti Moriendi

Le Arti Moriendi sono piccoli libri, antichissimi, molto in voga circa tra il 1450 e il 1540. Il titolo significa: L’arte di morire e il sottotitolo è: Libretto sulla buona morte. Questi libretti erano destinati alle persone che accompagnavano i moribondi –preti o laici- e avevano lo scopo di aiutare i cristiani a morire bene, cioè a morire cristianamente. Sono concepiti tutti allo stesso modo, cioè dieci capitoli illustrati con dieci stampe, più altre due stampe: una per l’introduzione, l’altra per la fine: la famosa XII stampa. Il testo è sostanzialmente sempre lo stesso e possiamo legittimamente parlare dell’ Arte moriendi al singolare. I dieci capitoli, e le corrispettive stampe, espongono e illustrano le cinque grandi tentazioni, le cinque prove, che il moribondo deve vincere per morire bene e andare in paradiso. Ad ogni tentazione corrispondono due testi: il primo svela le astuzie e gli argomenti utilizzati dai demoni per ingannare il moribondo e condurlo alla sua perdita. Il secondo dà la parola agli angeli che spiegano al moribondo come trionfare sui demoni. Ogni testo è illustrato con una stampa a riguardo. Le cinque tentazioni sono finemente osservate. La clinica temporanea dell’agonia le conferma ampiamente. Sono: la tentazione del dubbio, quella della disperazione, quella della collera, quella dell’attaccamento forsennato alle cose del mondo, quella dell’orgoglio o della vana gloria. Le stampe sono molto espressive e spiegate con delle annotazioni, il cui testo è elementare. Queste stampe sono concepite per permettere agli analfabeti di capire il contenuto del testo. Le Arti moriendi sono praticamente i nostri primi “fumetti”. I testi sono brevi, ma densi. Precisano in modo particolare, per ogni tentazione, le sue cause ordinarie e le sue forme d’espressione più correnti. Per esempio, la disperazione è spesso il frutto congiunto del dolore, della paura e dell’indifferenza dei sopravvissuti, etc. Il dubbio può minacciare la fede in Dio, come la fiducia in se, etc.

La prima stampa rappresenta il moribondo nel suo letto, mentre riceve i santissimi sacramenti, con gran soddisfazione del suo angelo custode e grande disperazione del diavolo. Le altre dieci stampe rappresentano l’agonizzante sempre nel suo letto, talvolta attaccato e tentato dai demoni, talvolta invece tranquillizzato e confortato dagli angeli. La dodicesima ed ultima stampa rappresenta invece l’esito meraviglioso del tremendo combattimento. Il Bene ha trionfato sul Male. Gli angeli hanno vinto e i demoni, terrorizzati, fuggono nei quattro angoli dello spazio. Tuttavia, la dodicesima stampa rappresenta pure questa vittoria, vista dall’angolo del moribondo, in maniera molto suggestiva e fine. L’uomo è sempre nel suo letto d’agonia; è oramai morto nel mondo visibile, ma dalla sua bocca partorisce nel mondo invisibile la figura di un omino, come un bambino, accolto, lodato, acclamato dagli angeli, pieni di gioia. Questa dodicesima stampa non è altro che «l’immagine della buona morte». Si vede che non rappresenta tanto una morte, ma una nascita. L’interpretazione più diffusa è che questa nascita raffigura il passaggio e l’arrivo nel cielo dell’anima del defunto, il cui corpo è rimasto sulla terra, nel suo letto. Felice e vittorioso passaggio annunciato dall’accompagnatore al mondo dei viventi, ponendo un gran cero acceso tra le mani congiunte del defunto. Questa interpretazione non è certamente sbagliata, ma è sicuramente insufficiente, come vedremo. In realtà, il mistero della dodicesima stampa è molto più sottile e profondo.

Questa stampa rappresenta, in effetti. la «buona morte»; non tanto in maniera diretta ma tramite questa figura retorica chiamata dagli specialisti «metonimia della causa». La «buona morte» è rappresentata qui dall’avvenimento che la permette e che la produce, cioè dalla sua causa. E questa causa non è altro che la «seconda nascita», nascita senza la quale nessuno può accedere alla vita eterna, al Regno di Dio. Bisogna tuttavia sottolineare che questa nascita non è per nulla dipendente dalla morte fisica. Può, anzi dovrebbe, capitare molto tempo prima. Si potrebbe pure affermare che l’Arte moriendi insegna effettivamente all’uomo a nascere una seconda volta, cioè a realizzarsi, a volgere al termine, a realizzare il suo essere compiuto ed essenziale al momento della morte, e questo nel caso (ovviamente più frequente in assoluto) in cui non ci sarebbe riuscito prima.

La seconda nascita, nel cristianesimo, si chiama anche conversione, ribaltamento, metanoïa. Le religioni orientale parlano piuttosto di risveglio, d’illuminazione, di liberazione. Il vocabolario che riguarda quest’argomento è estremamente ricco. Per esempio, nell’antico cristianesimo, l’uomo prima della metanoïa è definito: irrealizzato, naturale, imperfetto, esterno, antico, carnale,… L’uomo nato due volte, invece, è definito: realizzato, spirituale, compiuto, interiore, nuovo, totale, perfetto,… Il rapporto tra il primo uomo e il secondo è simile a quello tra la larva e l’imago, tra il bruco e la farfalla. La seconda nascita è del tutto paragonabile ad una metamorfosi biologica, sennonché è invisibile agli occhi del corpo. Ma, sul piano ontologico, sul piano della definizione stessa dell’essere, è alquanto essenziale. Direi anche di più perché permette all’uomo, come vedremo, di accedere a quella vita pura, assoluta, totale che è la vita eterna.

Ovviamente, questa seconda nascita, che non è più biologica ma spirituale, è descritta ed insegnata dal Vangelo. Si è potuto anche dire che il Cristo sia venuto sulla terra per un’unica cosa. Insegnare agli uomini che non sono per niente condannati a morire come semplici volatili portati al mattatoio, ma che, se lo desiderano, hanno la possibilità di nascere nuovamente e di vincere così la morte (preciserò dopo come bisogna intendere questa vittoria nel senso specifico). Ascoltiamo alcune parole del primo insegnamento di Gesù Cristo nel Vangelo secondo San Giovanni. Questo insegnamento inaugurale è stato fatto a Nicodemo, un notabile fra i giudei, venuto ad interrogare Cristo durante la notte. Gesù gli risponde:

«In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio. Gli disse Nicodemo: «Come un può uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?» Gli rispose Gesù: « In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito, è spirito. Non ti meravigliare se ti ho detto: dovete rinascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito».
(Gv.3,3-8)

Questa nascita di cui parla Gesù non è altro che quella rappresentata sulla XII stampa delle Arti moriendi. Bisogna approfondire ora il significato di questa nascita, se vogliamo capire correttamente la nozione di «buona morte» che è, lo ricordo, una nozione spirituale. Tale è la ragione per la quale l’unica «concezione dell’uomo» che permette di spiegare realmente e in maniera coerente la seconda nascita è la concezione antropologica spirituale o ternaria. Userò d’ora in poi, l’espressione «antropologia ternaria» per designare questa concezione.

II – L’antropologia ternaria e la seconda nascita

L’antropologia ternaria, o spirituale, è un concetto dell’uomo fra tanti altri possibili. È caratterizzato dal suo «paradigma antropologico» chiamato ternario, o tripartito, perché afferma che l’uomo totale, adulto, compiuto, realizzato, è costituito da tre sostanze, o ancora che possiede tre dimensioni. La nozione di «paradigma antropologico», nozione tecnica, è qui veramente essenziale. Abbiamo tutti un paradigma antropologico in testa: è quello inculcato dalla nostra cultura e grazie al quale abbiamo potuto costruirsi e vivere come uomini. Tuttavia, bisogna capire questo concetto che non è semplice. Un paradigma antropologico è una rappresentazione mentale, non necessariamente cosciente, e che è, per usare la terminologia dei linguisti, performativa, e non dichiarativa. In altre parole, un paradigma antropologico non descrive l’uomo tale com’è fatto, ma lo fa tale come lo descrive. Esso stesso è costituito da presupposti, di postulati relativi alla costituzione dell’uomo e al decorso della vita umana. Un paradigma antropologico vero, sebbene fatto di a priori, è sempre coerente e verificabile, intendo sperimentabile. Altrimenti, non è vitale, ed è respinto.

Il paradigma occidentale, che struttura l’antropologia del mondo moderno - sia scientifica che religiosa - dalla fine del Medioevo, non è ternario, o tripartito, ma dualista. Dice che l’essere umano è solamente fisico e psichico. Secondo questo paradigma, l’uomo è composto da un corpo e una mente, da un corpo e uno psichismo, si dice pure da un corpo e un’anima, e basta. E abbiamo imparato tutti quanti noi a vivere su questi due piani, ma solo su questi due e non altri. Non c’è il minimo dubbio sul fatto che questi due piani, che appartengono a due ordini di realtà diversi, esistono concretamente e che sono chiaramente distinti essendo, allo stesso tempo, uniti e indivisibili. Non incontreremo mai un corpo in vita che non possiede un’anima, e mai un’anima o uno psiche che non abita un corpo. Ecco l’unione. Quanto alla distinzione, ognuno sa e sente bene che il mondo delle ossa, dei muscoli, delle viscere, degli umori, non è quello dei pensieri, delle idee, dei sogni, dei ricordi, delle emozioni, dei sentimenti.

Questo è evidente. Così dunque, secondo il nostro paradigma antropologico, quello dell’Occidente moderno, ogni uomo è costituito da un corpo e da un’anima non riducibili l’uno all’altro, ed esclusivamente da questo. Questo paradigma ci fa notare che il piccolo dell’uomo, quando esce dalla pancia della mamma, possiede già in atto, realmente e non soltanto virtualmente, un corpo e un’anima, da qui le sue due dimensioni ontologiche. Poi, l’uomo secondo questo paradigma, essendo completo alla sua nascita biologica, nasce in una sola volta: nasce solo una volta. In fatti, per questo paradigma le cose sono semplici. L’uomo conosce una sola nascita, ha una sola vita, e muore una volta. In tutto questo, l’uomo non ha nessuna libertà, tutto gli è imposto: nascita, vita e morte. Il margine di manovra è qui molto ridotto. Questo paradigma dualista «corpo e anima» è molto antico, anche se è stato realmente divulgato solo a partire dai tempi moderni. Risale all’antichità.

Ma anche dai tempi dell’Antichità, degli uomini hanno fatto un’esperienza della loro vita infinitamente più profonda, feconda ed esaltante di quella concepita ed prevista dal paradigma dualista. Ci sono stati uomini che hanno saputo rompere la corazza della loro anima; uomini che hanno saputo estrarsi dalla crisalide formata dalla loro persona. Ci sono stati uomini che hanno fatto l’esperienza dello spirito. Uomini, la cui traccia risale già ai VIII - V secoli prima di Cristo, come Eraclito, Empedocle, Socrate, Platone, ma anche Isaia, Geremia, Ezechiele,… sono i veri fondatori dell’antropologia ternaria. Poi ci furono Gesù, Giovanni l’evangelista, l’apostolo Paolo, e infine i Padri della Chiesa. In particolare quelli dei primi due secoli della nostra era furono i primi grandi teorici dell’antropologia ternaria. Penso particolarmente a Teofilo d’Antiochia, a Giustino Martire, a Tacito ma soprattutto a sant’Ireneo, «la luce dei Galli». Il vocabolario e i concetti si precisano con questi uomini. La parola carne, per esempio, nella bocca di Gesù, o ancora sotto la penna di Giovanni e Paolo, d’Ignazio d’Antiochia e Policarpo, designa l’uomo naturale, l’uomo soltanto «corpo e anima», l’uomo che non è ancora nato dallo spirito e dunque a se stesso. L’uomo nato due volte, compiuto o in via di compimento, è ora chiaramente designato come avendo tre dimensioni.

Per esempio san Paolo dice ai Tessalonicesi: «Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto quello che è vostro, spirito, anima e corpo- si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo (1Ts. 5,23). E sant’Ireneo agli eretici: «Non capiscono che sono tre le dimensioni, come abbiamo potuto dimostrare, che costituiscono l’uomo perfetto: il corpo, l’anima e lo Spirito»3. Seppero spiegare bene i rapporti legati a queste tre dimensioni. E questi rapporti sono sottili, lo spirito essendo all’anima quel che l’anima è al corpo. E se l’anima è pura meraviglia per la coscienza, lo spirito lo è infinitamente di più. Perché se il corpo è apertura sul mondo fisico, che è il mondo sensibile, e se l’anima è apertura sul mondo psichico, che è il mondo dell’interiorità, lo spirito è apertura sul mondo spirituale, che è il mondo delle essenze e dei significati ultimi, il mondo delle verità eterne e increate.

Questi uomini seppero anche, e questo è capitale, spiegare ai profani i segni che permettono di identificare un uomo nato due volte: un uomo sveglio a se stesso, un uomo in cammino verso il suo essere profondo. Ecco per esempio come san Paolo spiega il «frutto dello Spirito»:

«Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal. 5,22).

Tali sono in effetti i primi nove e splendidi colori che illuminano le ali della preziosa farfalla; tali sono le nove qualità essenziali dell’uomo spirituale. Ma queste qualità non sono rivelatrici, né devono servire come criteri di discernimento dello spirito, se non sono ispirate e motivate dal solo Amore. Intendiamo qui «l’amore spirituale» (agape, caritas), amore che non è l’amore sentimentale (philia, amor) perché è totalmente gratuito e disinteressato; perché vuole e cerca soltanto il bene dell’uomo, sempre e ovunque. Non aspira e non lavora ad altro che ad una sola cosa, vale a dire l’avvento dell’essere essenziale, totale, compiuto per ognuno di noi. È proprio di questo amore che l’apostolo Paolo ha potuto scrivere: «Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta » (1Cor 13,7). L’uomo spirituale è dunque colui che ha saputo incontrare nelle profondità della propria anima questo Amore che lo guida ovunque e per sempre.

Questi uomini seppero spiegare la natura della seconda nascita, che non è un avvenimento compiuto nel tempo, alla differenza della prima nascita, ma il punto di partenza, identificabile nel tempo, del progredire senza fine e che porta al di fuori del tempo, come potremo comprendere in seguito. Contrariamente alla prima nascita, che è imposta, questa ultima è libera: è soltanto proposta, e proposta dall’Amore. Diversamente dalla vita biologica che, come sappiamo per esperienza, è obbligata, la vita spirituale è solamente offerta sotto forma di un dono che si può sempre rifiutare. Ma, chiediamo: in quale occasione lo spirito, o l’amore, o anche l’uomo spirituale in noi, perché è la stessa cosa, si dà abbastanza da vedere e da toccare perché noi possiamo in coscienza accettarlo e amarlo, oppure rifiutarlo, dirgli di «No» e respingerlo lontano da noi? Qui la risposta è semplicissima! Vale a dire: in ogni circostanza e in mille maniere. In occasione di uno scambio di sguardi o ascoltando la musica, mentre si prepara da mangiare o lavando i piatti, in fondo alle sofferenze o al vertice della felicità, leggendo un libro o ammirando un fiore, sotto la pioggia o sotto il sole, mangiando del cioccolato o assaporando un buon dolce,…

In effetti, lo Spirito è libero, infinitamente libero, e assolutamente imprevedibile. Non cede a nessuna legge fisica o psicologica. Le uniche tre regole che sono mai state fissate sono quelle che vedremo, e in particolar modo ci interesseremo della terza regola. Innanzi tutto, provocare la venuta dello spirito è fuori dal potere umano. È solamente possibile invocarlo ed aspettarlo. Si può dopo considerare per certo, qualche eccezione fatta, che qualsiasi uomo adulto abbia vissuto circostanze nelle quali lo spirito sia apparso, in modo a volte discreto, altre volte in modo molto evidente, alla finestra della sua anima. Infine, lo spirito sembra volersi manifestare in tre particolari circostanze esistenziali, durante le quali l’ego si sente preso da vertigini: quelle indotte dalla bellezza, dall’amore e dalla morte.

Non posso però illustrare qui ognuna di queste tre circostanze con un numero sufficiente di testimonianze. Tuttavia, ecco alcuni brani scelti da un racconto di meraviglia provocata dalla percezione di una bellezza improvvisa. Questa testimonianza proviene dal grande drammaturgo Eugenio Ionesco:

«Non riesco a dire quello che voglio dire. Mi sono capitati dei momenti di certezza. Ho vissuto un’esperienza a questo proposito. Avevo diciassette anni e passeggiavo in una città di provincia nel mese di giugno, una mattina. Di colpo il mondo mi apparse trasfigurato, tale da essere preso da una gioia totale che mi faceva dire: ora, qualsiasi cosa capita, «Io so» (…). Era come se mi trovassi di colpo al centro di un’esistenza pura e ineffabile (…). Penso di aver reintegrato allora l’unica ed essenziale realtà quando mi assaliva, accompagnata da una gioia immensa e serena, che potrei chiamare lo stupore di essere, la certezza di essere (…). Ho avuto allora il sentimento di comprendere qualcosa di fondamentale e non avevo più paura della morte…»4.

La fenomenologia dell’esperienza della meraviglia è ben conosciuta. I principali criteri di questa esperienza sono: una gioia sconosciuta, inaudita, inspiegabile, senza causa fisica né psichica (la prova essendo che può spuntare fuori nei momenti più drammatici della vita), una pace profonda sentita come inalterabile, la certezza di sperimentare una realtà più vera di quella del mondo ordinario, infine la sparizione della paura della morte.

Infatti, questa gioia, questa pace, questa conoscenza, questa assenza di paura, non vengono dall’anima, non sono psichiche, ma spirituali. Non appartengono al bruco, ma alla farfalla che sta aprendo la sua crisalide. E questa farfalla non ha paura della morte per il semplice motivo che è immortale. Questa scomparsa della paura di morire è un tratto veramente caratteristico dell’esperienza della meraviglia, esperienza durante la quale lo spirito comincia a darsi da vedere e da toccare. Marcel Proust, riportando lo sconvolgimento avvertito da bambino mentre mangiava una piccola madeleine inzuppata nel tè scrive: «Avevo smesso di sentirmi mediocre, contingente, mortale. Da dove era potuto scaturire questa gioia cosi potente?»5.

Bisogna però ben capire che esperienze di meraviglia come queste non devono essere intese come sintomi di nascita allo spirito. Non sono che i primi annunci di questa nascita. Questa ultima comincerà effettivamente solo quando l’anima, in tutta coscienza, farà la scelta di dire «Si» a questo Spirito, «Si» a questo Amore che comincia ora a conoscere meglio, e accetterà realmente e sinceramente di lasciarsi guidare da lui il meglio che potrà. Allora, comincerà per l’anima una vita nuova in cui le cose e gli esseri prenderanno dimensione nuove: la vita e i gli esseri viventi gli appariranno più preziosi, la bellezza e il silenzio più desiderabili, l’amore più grande e più forte, la preghiera e la meditazione più attraenti, i simboli e le scritture sacre più trasparenti, la carità e la compassione più indispensabili… Allora comincerà per lei questa seconda vita che è la vita spirituale.

In chiusura di questa breve presentazione dell’antropologia ternaria, vorrei aggiungere questo. Contrariamente all’antropologia dualista moderna, quella dell’uomo comune, che conosce una sola nascita, una vita e una morte, tutte obbligatorie, l’antropologia tripartita conosce due nascite, due vite e due morti. Abbiamo parlato a sufficienza della seconda nascita e della seconda vita che le segue, tutte e due proposte e non imposte. Ma non abbiamo parlato a sufficienza della seconda morte. Di che tipo di morte si tratta? Ovviamente, non della prima che è obbligatoria – ci passeremo tutti – e che, secondo l’antropologia tripartita, uccide solo il corpo e non l’anima. Questa ultima, in effetti, secondo questa antropologia conosce uno stato di vita ultraterrena dopo la prima morte e che corrisponde ad una immortalità relativa. Questa immortalità, per natura, non è definitiva o eterna. Lasciata alle sue forze, si volge al termine con la «seconda morte», morte che l’antropologia ternaria dei primi cristiani comprendeva nel suo senso «realista» di sparizione totale e definitiva dell’essere (e non nel senso «simbolico» di sofferenza eterna). Affinché l’uomo possa beneficiare dell’immortalità assoluta, e che possa sottrarsi cosi alla seconda morte, è necessario che durante la vita terrena, o durante il periodo di sopravivenza dopo la morte, egli nasca allo spirito. È necessario che dica di «Sì» allo spirito, di «Sì» all’amore, di «Sì» al suo essere essenziale e totale che da solo può evitargli la seconda morte e farlo vivere eternamente. In effetti, nel momento in cui l’uomo acconsente alla venuta del suo essere essenziale, al compimento del suo essere totale che è spirituale, crea nel profondo del suo interiore quello stesso in cui si sta trasformando e che, essendo eterno e fuori di ogni minaccia, non ha nessuna paura della morte. Le testimonianze di meraviglia di Eugene Ionesco e di Marcel Proust, scelte qui fra tante, fanno fede all’assenza di paura che connota l’uomo interiore.

Tale è dunque il mistero della seconda nascita, mistero senza la conoscenza della quale non si può realmente capire la «buona morte». Riesaminiamo però questa alla luce delle nostre nuove conoscenze, prima di chiudere questa esposizione.

III – Della «Buona morte» e del «giusto accompagnamento»

L’Arte moriendi medievale ci aveva già portato sulla via: la «buona morte» è quella che è preceduta dalla nascita felice, la seconda nascita. Questa nascita permette di mettere al mondo l’essere che siamo realmente, quello che siamo chiamati ad essere da tutta l’eternità, che è davvero vivente, perché lui solo è immortale. In modo che, come ha potuto scrivere Maurice Zundel nella sua bella meditazione sulla morte:

«Il vero problema non è di sapere se vivremo dopo la morte, ma quello di sapere se saremo viventi prima della morte»6.

E le Arte moriendi aiutano a dare la più semplice e la migliore definizione del «buon accompagnamento dei moribondi»: l’unico buon accompagnamento è quello che porta alla «buona morte». Questo comporta assumere il dolore totale della persona che sta per spegnersi, dolore che è quello del suo essere integrale – corpo, anima, spirito – e che è quindi allo stesso tempo fisico, psicologico e spirituale.

Ma prima di dire una parola sulla sofferenza totale, con la quale si terminerà questo esposto, guardiamo di nuovo quell’avvenimento tanto straordinario che sarebbe il nascere a se stesso, nascere una seconda volta, appena prima di morire. Questo avvenimento non è per caso un’idea puramente astratta, un’utopia, una fantasia deliziosa per bambini del catechismo?

Se tale fosse, non avrei certamente deciso di parlarvene oggi. Ma questo argomento ex cattedra non convincerà sicuramente tutti. È per questo motivo che mi permetto di invitarvi a meditare e a riflettere su due racconti e due testimonianze.

I due racconti sono di Leon Tolstoï. Si tratta di La morte d’Ivan Illitch (1886) e di Maestro e Servitore (1895). L’arte di Tolstoï è qui al suo apice e questi due racconti sono reputati, a giusto titolo, due dei più puri gioielli della letteratura mondiale. Ma l’importante per noi oggi non è qui, ma sono dei documenti umani di una profondità eccezionale. Questo spiega tra l’altro la loro fama praticamente universale. Ognuno di questi due racconti dipinge la morte di un uomo. Il primo quella di un uomo perbene, ristretto di mente e meschino, il giudice Ivan Illitch, che muore di malattia dopo un’agonia atroce. Il secondo quello di un contadino orgoglioso, disonesto e vigliacco, Vassili Andreitch, che muore assiderato nel cuore della notte, perduto e terrificato in mezzo ad una terribile ed interminabile tormenta di nevischio e neve. Ma il progetto estremo di Tolstoï in questi racconti non è quello di mettere in scena la morte di questi due uomini, ma quello di dipingere attraverso le loro due agonie, la morte che ogni uomo, e dunque anche noi, ci dobbiamo aspettare. E il lettore non si sbaglia nel leggere questi racconti, quando assapora ineluttabilmente il presentimento della morte che lo aspetta, che viene e che sarà la sua. In questi due racconti, Tolstoï non disegna dunque la morte umana di circostanza, ma la morte umana essenziale. Descrive l’archetipo della morte dell’uomo e non ne dimentica, ovviamente, nessuna dimensione cardinale. Dunque, sapete dove si trova la cima e la punta di questi due racconti? Nell’ indimenticabile descrizione del risveglio spirituale, della felice nascita a se stessi, che anche in mezzo ai dolori più terrificanti e al terrore irrefrenabile, la morte seppe suscitare in questi due uomini. Cosi, contrariamente a quanto hanno pensato in molti, (ma molti non hanno occhi per vedere), La morte d’Ivan Illitch e Maestro e Servitore sono racconti di «buona morte».

Questa ci è suggerita in maniera così sobria e delicata, così profonda e piena di sfumature, ma anche così realista e sicura, che non potrei evocarla qui più avanti senza correre il rischio di tradirla. Preferisco per questo motivo ed in tutta semplicità invitare ognuno di voi a leggere, o rileggere, ma soprattutto a meditare su questi due meravigliosi racconti di Tolstoï. Non prima forse di avervi riportato le tre frasi che descrivono gli ultimi secondi della vita di Ivan Illitch e di Vassili Andreitch e che attestano realmente della loro «buona morte».

Ecco le ultime impressioni e parole d’Ivan Illitch: “Nessun terrore, perché non c’è nessuna morte. Una grande luce al posto della morte. È dunque questo!” dice ad alta voce…”Oh! Che felicità!”7.

Ecco, ora, le ultime parole e sensazioni di Vassili Andreitch: «Arrivo, arrivo!» grida tutto il suo essere pieno di esultanza commuovente. E sente che è libero e nulla lo trattiene più. E Vassili Andreitch, dopo questo non vide, non sentì, non provò più nient’altro in questo mondo8.

Per quanto riguarda le due testimonianze di cui vi parlavo, eccole qua. Le ho avute da Marie de Hennezel. Sono del tutto commoventi perché provengono da due vittime morte di malattia particolarmente dolorosa e temibile: l’aids.

La prima testimonianza è quella di Paul:

«Ho capito che la malattia, visto che ce l’avevo, non era necessariamente contro di me, ma che era lei stessa una guida, una incredibile opportunità per lasciar andare via un sacco di cose che non hanno in fin dei conti alcuna importanza nella vita e per andare verso qualcosa che sia una realizzazione (…). Ho l’impressione che in ogni caso sto per morire guarito, che oramai sono guarito».

La seconda è di Jean-Teddy:

«La malattia mi ha fatto capire che mi avvicinavo alla morte e allo stesso tempo era un risveglio. Era una nascita per me; avevo dunque un'altra opportunità di vedere diversamente la vita. Credo di non essere mai stato così felice! Vado a l’essenziale. Sono ritornato alle piccole cose semplici, sono più facilmente in comunione con gli elementi. Credo che sia lì che si estragga il succo di ogni cosa (…). Per ridarmi la carica, ho bisogno di un parco, del verde, dell’acqua, di tutto quello che è silenzioso e che in fin dei conti porta la pace, la calma. Ho bisogno di questa pace. Credo che lì sono in comunione con l’universo e mi sento amato»9.

Uno studio semantico di queste due testimonianze è davvero necessario? Uno studio sul vocabolario e i suoi contenuti? Non lo credo. Quando Paul dice che «è guarito», dice di essere guarito in se stesso, liberato da se stesso; ha incontrato l’Amore-Agape. I due avvenimenti, come ripete senza sosta M. Zundel, sono rigorosamente equivalenti. E quando Jean-Teddy dice che si «sente amato», vuol dire che è amato da questo stesso Amore. Tutto in queste testimonianze fa pensare che Paul e Jean-Teddy sono finalmente nati nella totalità del loro essere; la morte che li aspetta non può non essere una «buona morte».

Paul e Jean-Teddy hanno davvero beneficiato di un buon accompagnamento? Questo non lo so. Ma Tolstoï mostra in questi due racconti, e la clinica attuale dell’agonia lo dimostra, che la morte da sola sa essere a volte «buona madre» e suscitare, senza nessun accompagnamento, il felice ed improbabile avvenimento che permetterà al moribondo di venire fino a lei fiducioso e senza paure.

Tuttavia, il moribondo ha bisogno il più delle volte dell’aiuto degli altri, non solo per placare i suoi dolori fisici e colmare le sue sofferenze psicologiche, ma anche per calmare la sua sofferenza spirituale. Le prime due sono oramai prese in carico in modo corretto dalle unità di cure palliative. Non è purtroppo generalmente il caso della terza, dovuto al fatto che gli accompagnatori di solito non ne capiscano né la causa, né la natura, e ancora meno le forme di espressione. Avete però, oramai lo spero, ben capito il significato profondo di questa sofferenza che si manifesta in hora mortis: è una sofferenza di parto, una sofferenza di generazione a se stesso. Intendo dire una sofferenza che risulta dal fatto che il moribondo non si è ancora dato all’Amore e di conseguenza non ha ancora partorito la totalità del suo essere. Far capire la «buona morte» a degli accompagnatori che ignorano cos’è lo spirito, la spiritualità e la totalità del essere, è un compito che richiede umiltà e pazienza. Ed è il compito al quale mi dedico attualmente.

Michel Fromaget

(Presidente del Dipartimento di Psicologia dell'Università di Libreville, 1981-1983)

Note

(1) – G. Bernanos, La joie, Paris, Plon, 1961, p.184
(2) – Saint Maxime le Confesseur, Mystagogies, II
(3) – Saint Irénée, Contre les heresies, V, 9, 1
(4) – E. Ionesco, Passé present, Présent passé, Paris, Gallimard, 1976, p.225, 226, 227
(5) – M. Proust, Du côté de chez Swann, Paris, Gallimard, 1972, p.59
(6) – M- Zundel, A l’écoute du silence, Paris, Téqui, 1979, p.53
(7) – L. Tolstoï, La mort d’Ivan Illitch, Paris, Livre de poche, 1980, p.90
(8) – L. Tolstoï, Maître et Serviteur, Paris, Livre de poche, 1980, p.163
(9) – M.de Hennezel, Une vie créative, une vie mendacée, www.cerfpa.com

Fonte oasinforma.com





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