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Il Kamaloka




Il  Kamaloka esiste perché l’uomo non può, immediatamente dopo la morte, dimenticare le sue inclinazioni, i desideri, i piaceri provati durante la vita. Con la morte l’uomo abbandona il suo corpo fisico

Fintanto che una rappresentazione persiste nella memoria, voi collegherete questa rappresentazione a un
oggetto. Se osservate una rosa e ne conservate il ricordo, collegherete la rappresentazione della rosa all’oggetto
esteriore. In tal modo, la rappresentazione rimarrà imprigionata dall’oggetto esteriore ed è costretta a
dirigere verso di esso la sua forza interiore. Ma dal momento in cui dimenticate la rappresentazione, essa si
libera. Comincia allora a sviluppare delle forze germinative che lavorano interiormente sul corpo eterico
dell’uomo. In tal modo, le nostre rappresentazione dimenticate hanno un’importanza essenziale per noi. Una
pianta non può dimenticare e non può evidentemente registrare delle percezioni. Non può dimenticare, non
fosse altro che per il fatto che il suo corpo eterico viene utilizzato per la crescita, poiché non vi è un “resto”
disponibile.
Pertanto, tutto ciò che si verifica deriva dalle necessità delle leggi interiori. Ostacoli allo sviluppo nascono
ovunque qualcosa che deve svilupparsi non trovi il sostegno necessario. Tutto ciò che in un organismo non
si integra con lo sviluppo, diventa un ostacolo a tale sviluppo. Supponete che all’interno dell’occhio appaiano
delle inclusioni isolate, delle sostanze non integrate con gli umori dell’occhio. Questo verrebbe disturbato
nella sua funzione visiva. Nulla deve persistere che non sia perfettamente integrato. Accade lo stesso con le
impressioni spirituali. Un uomo, portato a conservare in maniera permanente nella propria coscienza le
impressioni che dovrebbero nutrire questo elemento eterico, presto sarebbe affetto da un elemento paralizzato,
che ostacolerebbe il suo sviluppo invece di favorirlo. Questa è la ragione della nocività di certe angosce
notturne di cui ci è necessario liberare la coscienza. Se si riesce a dimenticarle, esse diventano dei trasformatori
benèfici del corpo eterico. Tale è la virtú benefica dell’oblio. Ecco un’altra indicazione circa la
necessità di non trattenere a forza questa o quella rappresentazione, ma al contrario imparare a dimenticarla:
non riuscire a dimenticare alcune cose risulta di un’estrema nocività per la salute.
Ciò che abbiamo appena detto, riguardante la vita quotidiana, è ugualmente applicabile alla sfera morale.
Quello che noi potremmo definire l’effetto benefico di un carattere senza rancori, poggia sullo stesso
principio. Il rancore nuoce alla salute. Se qualcuno ci ha fatto un torto e tutte le volte che lo vediamo ripensiamo
a ciò che abbiamo provato, a quella persona colleghiamo la rappresentazione del torto, la lasciamo
esteriorizzarsi. Supponiamo invece che siamo capaci di stringere la mano di chi ci ha fatto il torto, quando
lo incontriamo, come se non fosse accaduto nulla: questo è veramente salutare; non è un’immagine ma un
fatto. Una simile rappresentazione che si smussa e si rivela inefficace verso l’esterno, quando qualcuno ci ha
fatto qualcosa, si estende nello stesso momento all’interno come un balsamo che lenisca delle ferite. Sono
fatti che testimoniano ancora di piú le virtú dell’oblio. Dimenticare non è una semplice lacuna, ma fa parte
delle cose che sono piú benefiche per l’uomo. Se l’uomo non sviluppasse altro che la memoria, e se tutte le
impressioni vi persistessero, il suo corpo eterico verrebbe sempre piú gravato, il suo contenuto si arricchirebbe
sempre piú, ma contemporaneamente, si inaridirebbe progressivamente. È solo grazie all’oblio che
possiamo evolvere. Tuttavia, nessuna rappresentazione sparisce del tutto dall’uomo. Ciò si verifica attraverso
il ricordo panoramico della nostra esistenza che si inserisce immediatamente dopo la morte, dimostrando che
nessuna impressione è totalmente perduta.
Dopo aver delineato le virtú dell’oblio nella vita quotidiana, sia su un piano generico che morale, possiamo
affrontare i suoi effetti sulla vita piú ampia che si svolge tra la morte e una nuova nascita. Cos’è in
effetti il Kamaloka per l’uomo, questo passaggio che precede la sua entrata nel Devachan, il Mondo Spirituale
vero e proprio? Questo Kamaloka esiste perché l’uomo non può, immediatamente dopo la morte, dimenticare
le sue inclinazioni, i desideri, i piaceri provati durante la vita. Con la morte l’uomo abbandona il suo
corpo fisico. Ecco allora che si svolge davanti alla sua anima quel panorama spesso descritto. Questo si
cancella dopo due, tre, tutt’al piú quattro giorni. Rimane allora una specie di estratto del corpo eterico.
Mentre il corpo eterico effettivo – la sua parte maggiore – si libera e si dissolve nell’etere generale, ne
rimane una specie di essenza, di “scheletro”, di reliquia, ma in forma concentrata. Il corpo astrale è portatore
di tutti gli istinti, pulsioni, desideri, passioni, sentimenti e piaceri. Quindi il corpo astrale non potrebbe, durante
il Kamaloka, prendere coscienza delle sue privazioni, fonte di tormento, se a causa del suo legame con il resto
del corpo eterico non avesse la possibilità di ricordare le gioie e le soddisfazioni provate nel corso della sua
esistenza. Disabituarsene non è in fondo nient’altro che l’oblio progressivo di ciò che legava l’uomo al mondo
fisico. Vediamo dunque l’uomo tormentato, poiché conserva un ricordo del mondo fisico. Così come le preoccupazioni
ci tormentano quando rifiutano di lasciare la memoria, allo stesso modo le inclinazioni e gli istinti
che durano dopo la morte sono causa di tormenti. Questi ricordi penosi del nostro legame con la vita si esprimono
in tutto ciò che subiamo durante la nostra traversata del Kamaloka. Dal momento in cui l’uomo riesce a
dimenticare tutti i suoi piaceri e desideri del mondo fisico, i frutti dei suoi sforzi nel corso dell’esistenza trascorsa
appaiono cosí come devono manifestarsi nel Devachan. Essi diventano allora gli artefici impegnati a
preparare la sua nuova esistenza. Poiché in effetti nel Devachan l’uomo lavora alla nuova struttura che sarà la
sua quando rinascerà. Tale lavoro, tale preparazione del suo essere futuro è la causa della sua beatitudine
durante il suo soggiorno nel Devachan. Compiuta la traversata del Kamaloka, l’uomo comincia a preparare la
sua struttura interiore. La vita nel Devachan viene interamente occupata nell’utilizzare quell’estratto ricevuto
per l’elaborazione dell’archetipo della struttura successiva. Quest’archetipo egli lo modella incorporandovi il
frutto dell’esistenza appena trascorsa.
Le sofferenze e privazioni del Kamaloka che evochiamo hanno per origine l’incapacità dell’uomo a dimenticare certi rapporti con il mondo fisico, il cui ricordo fluttua davanti alla sua anima.
Pertanto, quando egli ha superato il Lete, il fiume dell’oblio, quando ha imparato in questo modo a dimenticare, le acquisizioni e gli avvenimenti dell’incarnazione trascorsa vengono utilizzati per elaborare, pezzo dopo pezzo, l’archetipo,
il prototipo della sua esistenza successiva.
Quindi alla sofferenza si sostituisce la beatitudine del Devachan.
Quando nella vita ordinaria siamo roEmrah
Icten «Il faro del fiume Lete» si dalle ansie, quando alcune rappresentazioni rifiutano di uscire dalla memoria,
noi inseriamo nel nostro corpo eterico un elemento sclerotizzante, disseccato, nocivo alla nostra salute.
Allo stesso modo portiamo dopo la morte nel nostro essere un elemento causa di sofferenza e di privazione
fintanto che non riusciamo a sbarazzarci di ogni rapporto con il mondo fisico per mezzo dell’oblio. Così
come delle rappresentazioni dimenticate possono divenire germe di guarigione, le esperienze vissute nel corso
dell’esistenza trascorsa possono diventare fonte di gioia nel Devachan allorquando superiamo il fiume
dell’oblio, quando cioè l’uomo ha dimenticato tutto ciò che lo lega alla vita dei sensi. Quindi, vedete, le leggi
dell’oblio e del ricordo sono altrettanto valide per l’esistenza nel senso più vasto.
Potreste però essere tentati di chiedere come è possibile che dopo la morte l’uomo abbia delle rappresentazioni
di ciò che si è verificato durante la vita trascorsa, se è detto che deve dimenticare quella vita. Qualcuno
potrebbe obiettare se si può ancora parlare di oblio quando l’uomo si è spogliato del suo corpo eterico, e se
l’oblio e il ricordo sono ancora effettivamente in rapporto con lui. Certo, ricordo e oblio assumono una forma
diversa dopo la morte. Si trasformano in maniera tale che ai ricordi abituali si sostituisce la lettura della
cronaca dell’Akasha. Ciò che si è verificato nel mondo non è sparito ed esiste oggettivamente. Mentre nel
Kamaloka si cancella il ricordo dei rapporti con il mondo fisico, quegli avvenimenti sorgono in modo del
tutto diverso e si presentano all’uomo nella cronaca dell’Akasha. Le relazioni con la vita, così come scaturiscono
dai ricordi ordinari, non gli sono più necessari. Tutti gli interrogativi che possono in tal modo emergere,
trovano la loro soluzione, ma occorre lasciarci il tempo per venirne a capo progressivamente, poiché non
possiamo avere immediatamente a disposizione tutti gli elementi utili alla comprensione.
40 L’Archetipo – Marzo 2009
La vita quotidiana diventa anch’essa molto più comprensibile quando si sa ciò che abbiamo esposto.
Molte caratteristiche del corpo eterico ci si rivelano attraverso la reazione particolare dei temperamenti
dell’uomo. L’abbiamo detto, queste particolarità permanenti del carattere, che noi definiamo temperamento,
hanno la loro origine nel corpo eterico. Consideriamo un uomo dal temperamento malinconico, incapace di
liberarsi di certe rappresentazioni che rumina costantemente. Quale differenza con un sanguigno o un flemmatico,
nei quali le rappresentazioni non fanno che dissolversi! Un temperamento malinconico, considerato
alla luce di quanto detto, sarà nocivo per la salute, mentre un temperamento sanguigno può in un certo senso
essere particolarmente salutare. Evidentemente non occorre spingersi fino a dire che tutto deve essere
dimenticato.
Tuttavia ciò che avete appreso spiega il carattere benefico e salutare di un temperamento sanguinico o flemmatico,  e quello malsano di un temperamento  collerico o malinconico. Occorre evidentemente
chiedersi se quel temperamento flemmatico agisce nel modo giusto. Un flemmatico che ha dei pensieri banali li dimenticherà facilmente, e questo può renderlo sano. Ma se egli
non ha che quel tipo di rappresentazioni, ciò non può in alcun modo essergli benefico. In casi del genere interferiscono fattori diversi.
Pertanto la risposta alla domanda: «L’oblio non è che una lacuna oppure ha un’utilità?» ci viene fornita dalla Scienza dello Spirito. Scopriamo così i possenti impulsi morali derivanti da una tale conoscenza. Chi crede che l’oblio
delle offese e delle ferite gli sia salutare – ciò in piena oggettività – riceverà un impulso positivo. Fintanto che crederà che ciò è privo di significato, non servirà a nulla fargli la morale. Per contro,
quando sa che deve dimenticare perché ne va della sua salute, lascerà agire su di lui quell’impulso. Non si
deve necessariamente qualificarlo come egoista se dice: «Se sono malato e debole, ledo il mio Mondo
Spirituale, psichico e fisico, e non sono di alcuna utilità per il mondo!».
Possiamo altresì considerare il problema del benessere da un’altra angolatura: per un egoista inveterato
simili considerazioni non serviranno granché, ma per chi mira al bene dell’umanità e vuole contribuirvi, e
perciò vigila alla propria salute – a condizione di essere capace di rendersene conto – per costui tali
considerazioni porteranno i loro frutti su un piano morale. Ci si renderà conto allora che la Scienza dello
Spirito, quando agisce nella vita dell’uomo e gli indica la verità di certe relazioni spirituali, gli apporta
impulsi morali più di qualunque altra conoscenza e più di qualunque altra regola morale puramente esteriore.
Una conoscenza effettiva del Mondo Spirituale, così come la trasmette la Scienza dello Spirito, è
pertanto un possente impulso capace di suscitare, dal punto di vista morale, i più grandi progressi nella
vita umana.


Rudolf Steiner 
Conferenza tenuta a Berlino il 2.11.1908, O.O. N. 107. Dal ciclo L’antropologia secondo la Scienza dello Spirito. 

Fonte L'Archetipo

Autore: 1406 1406



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PROBLEMI ALLA VISTA E POSTURA

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